Le domande che nessuno osa fare
Due Ministri del governo Meloni sono finiti nei guai per la stessa ragione. Non un voto in Parlamento. Non un avviso di garanzia. Una relazione pseudo amorosa fuori dal matrimonio.
La prima è già costata un Ministero, quello della Cultura. La seconda potrebbe costare il Viminale. Cambiano i nomi, cambiano i Dicasteri. Non cambia il copione: una donna ambiziosa, una relazione, incarichi di prossimità, una detonazione mediatica calibrata al millimetro. E un possibile burattinaio comune.
Mentre la destra perde Ministri tra le lenzuola, la sinistra tace sui propri eletti. Perché a Roma, nella camera d’albergo di un’eurodeputata, c’è una storia altrettanto imbarazzante. Solo che nessuno chiede conto di quella.
Maria Rosaria Boccia fece saltare il Ministro della Cultura. Aveva svelato gli altarini, a suo dire, perché si sentiva vittima di presunte angherie ricevute. Poi si scoprirono molte cose.
Oggi è rinviata a giudizio per stalking aggravato, lesioni, interferenze illecite, diffamazione, false dichiarazioni nel curriculum. Sotto processo a Pisa per truffa aggravata: trentamila euro spillati a un amico per un locale di lusso mai esistito. Indagata a Napoli per falso e truffa sulla laurea. Poco più di centocinquanta preferenze alle regionali campane. Fine della corsa.
Claudia Conte potrebbe far saltare il Ministro dell’Interno. Ma il perché del suo coming out amoroso è un mistero. Ex attrice, giornalista, conduttrice, organizzatrice di eventi istituzionali, collezionista di foto con Ministri e Ammiragli, 310mila follower su Instagram.
Nel curriculum, una denuncia per stalking, estorsione e revenge porn contro l’ex fidanzato calciatore Angelo Paradiso. Cinque mesi di domiciliari per lui. Poi assoluzione piena. Il fatto non sussiste. Per tutte le fattispecie.
Nel 2024 disse in televisione che Maria Rosaria Boccia “per avere notorietà è pronta a tutto, anche al ricatto”. Le parole, talvolta, sono profezie rovesciate.
Due donne. Due Ministri. Lo stesso schema. Due presunte amanti che svelano i loro rapporti segreti. Senza però che il vero perché sia chiaro. Il movente non lo conosciamo, ma le dinamiche sono addirittura smaccate.
Claudia Conte ha svelato la sua relazione con il Ministro dell’Interno in un’intervista video, rilasciandola al sito finanziario Money.it, che con il gossip c’entra come i cavoli a merenda.
Non su un rotocalco. Non su Dagospia, che pure la seguiva da mesi chiedendosi come facesse a “imperversare tra eventi pubblici e istituzionali”. Sceglie Money.it.
Una testata eccellente per chi voglia restare aggiornato sul fisco, dove la confessione sentimentale stona come un assolo di tromba a un funerale.
La prima domanda è: perché Claudia Conte è finita lì?
La redazione di Money.it ha dichiarato che è stata presentata da un intermediario, il quale aveva anticipato che avrebbe potuto confermare la relazione con il Ministro “in quanto lui era separato”. Ma Piantedosi non è separato.
Chi è l’intermediario che ha garantito il falso? Che interesse aveva?
Money.it si è premurato di specificare che l’intermediario “non è un politico”. Lo si precisa solo quando si teme che qualcuno pensi il contrario. La classica negazione che conferma.
E poi c’è Marco Gaetani. Dirigente di Gioventù Nazionale. Voce di Radio Atreju. Organico a Fratelli d’Italia. Il Corriere della Sera scrive che fu la Conte stessa a chiedergli di porle la domanda.
Un militante leale del partito di governo ricevette la possibilità di far esplodere uno scandalo sul ministro dell’Interno del proprio governo, in un momento di massima fragilità: sconfitta referendaria, dimissioni di Santanchè e Delmastro, voci di rimpasto.
Perché non fermò tutto? Perché non avvisò i vertici?
Le possibilità sono tre. Non capì. Avvisò qualcuno e ricevette il via libera. Fu usato. In tutti e tre i casi, la catena non partì dalla Conte. E non finì con Gaetani.
Quanto ai presunti benefici ottenuti dalla loquace Conte: una consulenza gratuita alla commissione parlamentare sulle periferie, conferita dal presidente Battilocchio di Forza Italia, il quale ha dichiarato di non aver mai ricevuto alcuna richiesta dal Ministro.
Quattro tavole rotonde alla scuola di Polizia per circa 400 euro complessivi. Il primo invito partì dal direttore della scuola, il secondo dai Carabinieri. Il Viminale sostiene che il Ministro ignorasse persino l’esistenza di quel contratto.
Che il caso, inteso come pura fatalità, abbia giocato la sua parte è possibile. Ma che la vicenda sia attribuibile a Piantedosi è tanto probabile quanto incontrare un dugongo ballerino a via del Corso il pomeriggio di Natale.
Il Ministro ha scelto il silenzio assoluto e ha dato mandato a un legale: chi sostiene che vi siano stati favoritismi ne risponderà nelle sedi competenti. Non è la reazione di chi ha qualcosa da nascondere. È quella di chi si è svegliato sotto un treno senza aver attraversato i binari.
Cui prodest, allora?
Piantedosi non ha mai posseduto una tessera di partito. Prefetto di carriera, fu chiamato al Viminale nel 2022. Una scelta che scontentò chi quella poltrona l’aveva desiderata per sé.
Da allora siede su un seggio ambìto, senza corrente che lo protegga, senza padrini che lo rivendichino. Chi dovrebbe difenderlo gli esprime “piena fiducia”.
Chi potrebbe sostituirlo gli assicura “totale sintonia”. C’è chi, con studiata prudenza, fa sapere che in caso di rimpasto la priorità sarebbe proprio il Viminale.
Una confessione improvvisa, senza una causa scatenante e per di più offerta e concordata. Un intermediario anonimo. Un militante del partito di governo. Una testata estranea al gossip. Un timing chirurgico. Sono tessere sparse. Il mosaico lo componga chi abbia occhi per vedere.
Ora la Schlein pretende che Piantedosi chiarisca in Parlamento per quattrocento euro di consulenze che neppure conosceva. Qualcuno, allora, dovrebbe spiegarci il silenzio sull’altra sponda.
Ivan Bonnin, assistente parlamentare accreditato di Ilaria Salis, è stipendiato dall’Europarlamento. Condannato nel 2015 per violenza privata e interruzione aggravata di pubblico servizio, fu trovato nella camera d’albergo della Salis durante un controllo di Polizia a Roma.
L’articolo 43 dello Statuto dei deputati europei vieta di assumere il partner stabile come assistente. Se Bonnin fosse il compagno della Salis, quel contratto sarebbe nullo e le indennità andrebbero restituite. Non quattrocento euro. L’intero stipendio europeo.
E, sempre Cartabianca, la Salis ha spiegato che Bonnin “non è il mio fidanzato ma un mio caro amico che si è appoggiato nella mia stanza”.
Angelo Bonelli, mercoledì scorso, ha depositato un’interrogazione sugli incarichi della Conte. Il giorno prima si era rifiutato di commentare il caso Salis – Bonnin. Stessa settimana. Stessa persona. Due pesi, una sola misura: la propria. Il partito della trasparenza diventa opaco quando la luce colpisce i propri.
In Italia lo scandalo non colpisce chi sbaglia. Colpisce chi viene lasciato scoperto. E quando la morale diventa un’arma selettiva, non serve più a fare pulizia: serve a regolare i conti.





