
di Alessandro Roazzi
La riforma fiscale della Meloni tutto è meno che un evento storico. In realtà la destra ha buon gioco solo perché il centrosinistra si è cucito addosso in modo arrogante e maldestro un vestito da…persecutore fiscale. Il riferimento alle tasse bellissime di Padoa Schioppa della Meloni punta banalmente ad evocare questo profilo agli occhi degli elettori.
Furbata inutile in quanto dagli anni ‘90 in poi i compromessi “veri” col consenso sono stati inseguiti da tutti gli schieramenti politici. Tanto è vero che nelle analisi delle Finanze emergevano i miliardi accertati e non riscossi come simbolo di una sorta di…indifferenza verso la grande evasione, che nessuno ha spiegato mai veramente. Ed anche il “recupero” di parte di essa si è perso nelle nebbie.
Oggi la riforma fiscale lascia impregiudicati molti problemi: la ignorata esigenza di riunificazione in un solo sistema fiscale i “rami” creati appositamente per generare consenso, che è andato a scapito dei lavoratori dipendenti e pensionati. In primo luogo, ed ha prodotto un mostro fiscale in buona salute, che difficilmente una sinistra al potere cambierebbe, per giunta.
I balzelli locali ormai sono una giungla che rischia di rifiorire con la conclamata autonomia differenziata, a scapito proprio dei contribuenti onesti.
Le soluzioni ci sarebbero, basta pensare a quanto di seguito vado ad indicare. Il recupero dell’IVA, visto anche che la tecnologia fa passi in avanti, dovrebbe essere fra le prime cose. Il cosiddetto “nero”, definito inevitabile, che riguarda tante prestazioni, che altrimenti per le famiglie sarebbe difficile avere in tempi rapidi, dovrebbe invece essere accompagnato verso una ragionevole trasparenza.
Non si tratta di attivare il pugno di ferro, sempre evocato dal moralismo parolaio di certa sinistra, ma di consolidare regole certe e chiare una volta per tutte.
Le sanatorie ad esempio, ovvero i condoni, andrebbero controllati fino alla fine dei loro effetti, molto meglio che esecrarle a parole, ma stiamo sicuri che la destra non lo farà. Lo Stato amico aveva già’ una sua formulazione con lo Statuto del contribuente che andava attuato non archiviato e nessuno a destra come a sinistra lo evoca più’.
La valutazione di esigenze come conseguenza di rovesci economici o di situazioni di crisi andrebbe ancorata a percorsi controllati che non siano regalie. Insomma, prima dello Stato fiscale “amico” ci vorrebbe lo Stato fiscale equo e chiaro nei suoi comportamenti.
In conclusione, la propaganda del Governo ci porta alla montagna che partorisce il topolino? Pare inevitabile. Ma le opposizioni cosa…oppongono? Strillano. E non meritano per questo accondiscendenza, ma critiche. Alzino le “ch…pe” e usino il cervello offrendo una alternativa almeno utile a dipendenti e pensionati. Sempre se siano capaci.





