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CGIL, UTILE PER I LAVORATORI COME GLI SPORTELLI PER UNA BICICLETTA

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Soreilis Rojas ha trent’anni, è venezuelana, è scappata dal suo Paese quando era ancora studentessa. Vive a Genova dal 2015, lavora nel reparto pulizie di una RSA, paga la tessera della CGIL.

La pagava. “Strapperò la tessera”, ha detto al Foglio dopo aver visto Maurizio Landini sotto la pioggia a Roma difendere Nicolás Maduro, “un presidente eletto dal popolo” secondo il segretario. “Mi sono iscritta perché ero convinta che difendessero i lavoratori, non che si intromettessero negli affari degli altri paesi, specialmente in uno come il mio dove si violano i diritti umani e domina la persecuzione politica.”
Alessandro Longoni ha ventiquattro anni, è venezuelano anche lui, iscritto alla CGIL da un anno. “Da quando sono qui ho visto sempre Landini scendere in piazza per cose che non avevano niente a che fare con gli interessi dei lavoratori.”
Si chiede, Longoni, a chi risponda davvero il segretario: agli interessi politici o a quelli di chi paga la tessera ogni mese?
È una domanda che merita risposta.
Il 24 gennaio 2019, primo giorno del mandato di Landini, la CGIL diffondeva una nota: “È sbagliato e fuorviante descrivere una Cgil amica di dittatori sanguinari.” Sei anni dopo, il segretario definisce Maduro “presidente eletto dal popolo” e organizza un presidio per condannare il suo arresto.
Vediamo i numeri di questa democrazia che Landini vuole ripristinare. 36.800 vittime di tortura. 18.305 arresti politici. Quasi 18.000 morti in operazioni di polizia classificate come “resistenza all’autorità”, il nome burocratico delle esecuzioni sommarie, secondo Human Rights Watch.
468 uccisi durante le proteste. 8 milioni di profughi. 400 media chiusi. 90% della popolazione in povertà. Salario minimo: 3 dollari al mese.
Landini, segretario di un sindacato, manifesta per un regime che paga i lavoratori tre dollari.
Non è un incidente. È un metodo. La CGIL ha indetto uno sciopero generale per Gaza, una giornata di paga persa per un conflitto a cinquemila chilometri. Lo stesso sindacato ha scritto al Prefetto di Roma per chiedere di intervenire contro chi riprende i borseggiatori in metropolitana: filmare il ladro, secondo la CGIL, costituisce violenza.
Dittatori, guerre remote e borseggiatori. Di contratti collettivi si parlerà un’altra volta.
I venezuelani aspettavano da 26 anni. Festeggiano la fine del potere chavista nelle strade di Caracas e nelle piazze di tutto il mondo. Una donna, in un video che ha fatto il giro dei social, singhiozza di gioia: è rimasta incinta sedici anni fa e da allora non ha più potuto tornare a casa, adesso finalmente potrà far conoscere il suo Paese alla figlia. “Chiedete ai vostri parenti italiani quanto era bello il Venezuela”, implora. Perché il Venezuela del dopoguerra fu rifugio per migliaia di italiani in fuga dalla miseria. I nostri nonni trovarono là lavoro, dignità, futuro. L’Italia oggi ripaga quel debito mandando un sindacato a difendere chi ha trasformato il rifugio in un mattatoio.
Un altro esule urla domande che restano senza risposta: “Avete mai fatto la fila dodici ore per una pagnotta di pane? Avete mai dormito sul pavimento di un ospedale perché non c’erano letti? Vi hanno mai puntato una pistola alla testa perché avevate qualcosa contro Maduro nel telefonino?” Poi l’affondo: “È facile essere di sinistra quando hai la pancia piena.”
La CGIL risponde a questa gioia organizzando un presidio per rimettere in sella il carceriere. E quando due esuli venezuelani si avvicinano per capire, un militante li aggredisce: “Se ti azzardi a toccarmi ti lascio a terra. Vigliacco. Traditore. Sei scappato dal tuo paese, scappa anche da qua.” Landini arriva e dichiara ai giornalisti: “Noi siamo qui a manifestare anche per loro.”
Per loro chi? Per Soreilis che strappa la tessera? Per Longoni che si chiede a cosa servano i suoi soldi? Per la donna che finalmente può tornare a casa?
Landini non manifesta per loro. Manifesta per riportarli all’inferno. E lo chiama solidarietà.
La sinistra italiana ha un precedente. Stazione di Bologna, febbraio 1947. I treni carichi di profughi istriani, in fuga dalle foibe e dal terrore titino, vengono accolti dagli insulti dei ferrovieri comunisti. “Fascisti”, urlano a donne e bambini che hanno perso tutto. Qualcuno versa a terra il latte destinato ai neonati. Il profugo che scappa dal comunismo non merita pietà: è un traditore, uno che con la sua esistenza dimostra il fallimento del paradiso socialista.
Ottant’anni dopo, stesso copione. Cambiano le bandiere, resta identico il disprezzo. Il latte versato sui binari di Bologna e il pugno promesso in Piazza Barberini sono lo stesso gesto: l’annientamento del testimone scomodo.
La donna venezuelana, alla fine del suo video, si porta l’indice alle labbra. Ha un messaggio per Landini e per tutti quelli che parlano di imperialismo e sovranità senza aver mai mangiato dalla spazzatura: “A chi non è venezuelano e non gli va bene, zitti. Non dite un cazzo.”
Soreilis Rojas, che pulisce i pavimenti di una RSA e pagava la tessera convinta di essere tutelata, sta già cercando un altro sindacato. “Landini deve scegliere se stare dalla parte dei lavoratori o da quella della politica.”
Ma lui ha già scelto. E gli sportelli per una bicicletta almeno non fanno danni.

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  • Redazione

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