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LA SINISTRA APPLAUDE CHI DISARMA LO STATO

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In Italia – a Torino nello specifico – non si espellono gli imam che inneggiano al 7 ottobre. Si processa, semmai, l’idea stessa che lo Stato abbia il diritto di farlo.
Il caso torinese non fa eccezione: è la regola. E come tutte le regole consolidate, non scandalizza più nessuno, se non quei pochi che continuano ostinatamente a confondere la sicurezza con un dovere pubblico anziché con una colpa morale.

 

La magistratura italiana, da tempo, non si limita a interpretare le leggi: le addestra, le piega, le stira, le svuota, finché di un provvedimento di espulsione non resta che un guscio formale, buono per essere demolito in nome di un principio superiore, invariabilmente vago, ma “solidale” e sempre politicamente orientato a sinistra. Non c’è decreto sicurezza che non venga smontato, non c’è tentativo di prevenzione che non venga sospettato di autoritarismo, non c’è frontiera che non debba vergognarsi di esistere.
L’elenco è ormai una litania. Espulsioni annullate per difetti di forma che nessun cittadino subirebbe al contrario. Rimpatri impossibili perché il Paese d’origine non offre garanzie sufficienti,  come se il mondo fosse un condominio europeo. Misure di sorveglianza dichiarate eccessive finché non diventano tardive. Apologie del terrorismo derubricate a opinioni sgradevoli, da tollerare in nome di una libertà d’espressione che vale sempre, purché sia rivolta contro lo Stato che la garantisce.
Questo non è garantismo: è un metodo. E il metodo ha un effetto preciso: rendere impraticabile qualsiasi politica di sicurezza. Non si colpisce il governo, che cambia; si svuota lo Stato, che dovrebbe restare. È “un’eversione” senza proclami, praticata col timbro e la sentenza, che non rovescia le istituzioni ma le paralizza. Il risultato è uno Stato forte con i deboli e debole con i forti, inflessibile col contribuente e remissivo con chi lo disprezza.
Che a tutto ciò applaudano i Cinque Stelle (e non solo, vedi PD, AVS e cespugli vari) non è un incidente: è una coerenza. Un movimento nato sull’ostilità viscerale verso ogni forma di autorità, di competenza, di gerarchia istituzionale, non può che salutare con entusiasmo una magistratura che sostituisce la politica senza assumersene le responsabilità. “Accogliere” – chissà dove e come, poi – l’imam torinese, malgrado l’apologia del 7 ottobre, diventa così un atto identitario, quasi un riflesso condizionato.
E a guidare l’applauso c’è Giuseppe Conte, figura (politicamente beninteso) che sembra uscita da una commedia di costume più che da una storia repubblicana: ex notaio del potere altrui, oggi trasfigurato in tribuno, arruffapopolo a giorni alterni, con la stessa impermeabile faccia di bronzo, degna dei “migliori partitocrati, e l’identica allergia a ogni responsabilità concreta. Un personaggio del genere non può che sentirsi a casa in un Paese in cui la magistratura governa senza governare e la politica, a sinistra, incassa con sfacciata soddisfazione.
In fondo, si tengono. Una magistratura che disarma lo Stato e una classe politica che la applaude perché così evita di sporcarsi le mani sono le due facce della stessa rinuncia. E finché questa alleanza tacita reggerà, in Italia non si espelleranno gli imam: si espellerà, con metodo e con zelo, l’idea stessa di sovranità.

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  • Redazione

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