Home Opinioni Boomer, no grazie, semplicemente persone sensate

Boomer, no grazie, semplicemente persone sensate

0
Boomer

Confrontiamo i risultati tra le generazioni

Sessant’anni suonati. Sui social ci chiamano “boomer”. Altri, più diretti, “vecchi”. Fa quasi tenerezza. Ma prima di liquidare una generazione, converrebbe confrontare i risultati.

I sessantenni di oggi sono i quarantenni di vent’anni fa: più in forma, più attivi, più lucidi di quanto i nostri padri fossero alla stessa età. Con una differenza sostanziale: alle spalle abbiamo un capitale di esperienza che nessun tutorial su YouTube potrà mai sostituire.

Abbiamo attraversato crisi economiche, rivoluzioni tecnologiche, cambiamenti epocali e siamo ancora qui. In piedi. La musica che ascoltavamo riempie ancora gli stadi, domina le loro playlist e accompagna migliaia di spot pubblicitari famosi: evidentemente quei “boomer” qualcosa di buono l’hanno prodotto. Mentre chi ci chiama “vecchi” fatica a mandare avanti un contratto d’affitto.

Noi siamo cresciuti in un mondo che non faceva sconti. Dove i confini si imparavano superandoli e nessuno si preoccupava di tutelare la tua autostima perché era affar tuo costruirtela.

Il panino cadeva per terra, ci si soffiava sopra, si continuava a mangiare. Oggi per una merendina caduta si convoca il nutrizionista. E a tavola c’è chi guarda il cellulare anziché i propri figli.

Si tornava a casa con il labbro spaccato dopo una scazzottata tra compagni e invece della denuncia contro il bullo partiva il resto degli schiaffi. Se un figlio avesse avuto l’ardire di dire “il maestro ce l’ha con me”, la risposta non era l’esposto al provveditorato o l’assalto fisico all’insegnante. Era una scarica di ceffoni con spiegazione annessa: “Vuol dire che te li meriti”.

Oggi il genitore non prende a schiaffi il figlio. Prende a pugni l’insegnante. A Siracusa un padre ha picchiato la docente convocata per un colloquio. A Piacenza un altro ha mandato all’ospedale la maestra che gli aveva chiesto di compilare un modulo.

A Foggia un genitore ha fatto irruzione in classe perché la figlia era stata rimproverata. A Casoria una madre ha aggredito il professore direttamente in aula.

E quando non sono i genitori, ci pensano i figli: un quindicenne ha fratturato il braccio al professore che lo aveva rimproverato per aver urtato un’auto. Un bambino di sei anni ha mandato tre insegnanti all’ospedale a testate e calci. Sei anni. Non siamo nella cronaca nera. Siamo nella scuola italiana del 2026.

C’era un codice, in quel mondo. A tavola si stava composti. Si aspettava che la mamma iniziasse per prima. Per alzarsi si chiedeva il permesso. Le parolacce venivano represse con severità chirurgica.

I maschi facevano i maschi, le femmine facevano le femmine. A nessun bambino di sei anni veniva chiesto di “esplorare la propria identità di genere” davanti a uno psicologo scolastico.

Il rispetto per i genitori non era un’opzione. Era un dogma. Non era oscurantismo. Era un ordine. Chiaro, verticale, non negoziabile. Confrontate con oggi, quelle regole sembrano marziane. Ma producevano adulti funzionanti.

E poi si faceva il militare. Spartiacque tra l’adolescenza e la vita vera. Si partiva ragazzi e si tornava uomini. Si imparava cosa significano responsabilità e gerarchia dormendo in camerata, obbedendo a un superiore, scoprendo che il mondo non ruota intorno ai tuoi bisogni. Oggi si chiede l’esonero dall’ora di educazione fisica.

Dopo la leva si diceva: “Buono per il Re, buono per la Regina”. Sei pronto per sposarti e farti una famiglia. Non “vediamo come va”. Non “proviamo a convivere”. Ti sposavi, mettevi su casa, ti assumevi la responsabilità di un progetto di vita.

Oggi sui quotidiani si legge: “un ragazzo di trentasei anni”. Ragazzo. A trentasei anni. Ti presentano “la fidanzata”, con cui però convivono da dieci anni, hanno un mutuo cointestato e un cane al posto dei figli.

Ma la fidanzata era un’altra cosa. Era la morosa che la sera si riaccompagnava a casa. La promessa di un impegno serio, non un contratto a tempo determinato con clausola di rescissione unilaterale. Le differenze saltano agli occhi anche a chi non vuole vederle.

Ma soprattutto esisteva qualcosa che oggi è stato abolito per decreto culturale: la disapprovazione sociale.

Le uniche differenze che contavano erano tra chi era educato e chi no. Non servivano etichette, categorie protette, sportelli d’ascolto. Se ti comportavi male, il quartiere intero te lo faceva sapere. Non era un paradiso. Ma non era nemmeno un reparto di terapia collettiva permanente.

Se eri grasso eri grasso. Se eri brutto eri brutto. Se eri stupido eri stupido. Nessuno moriva per una verità detta in faccia. Si imparava a convivere con i propri limiti, che è esattamente la definizione di maturità.

Si aveva la consapevolezza di quei limiti. Non si sputavano sentenze su tutto e su tutti, perché chi lo faceva veniva immediatamente catalogato e, nei casi peggiori, isolato.

La comunità aveva i suoi anticorpi e funzionavano senza bisogno di hashtag. Non bisognava essere inclusivi per obbligo morale. L’inclusione te la dovevi meritare. Con il comportamento, con il rispetto, con la capacità di stare al mondo senza pretendere che il mondo si adattasse a te.

E c’era la solidarietà. Non quella esibita sui social con un cuoricino e una faccina triste.

Quella del vicino che ti bussava alla porta se non ti vedeva da due giorni. Quella del quartiere che si mobilitava se una famiglia era in difficoltà. Si faceva e basta, perché era un obbligo morale, non una posa da esibire. Basta confrontare queste due fotografie sociali per capire dove si è spezzato il filo.

Oggi se qualcuno cade per terra in mezzo alla strada, in tanti, troppi, girano al largo.
Hanno tutti da fare. Ma cosa, esattamente? Guardare il telefonino. Scrollare una bacheca di notizie che dimenticheranno in trenta secondi.

“Non ho tempo” è l’alibi universale di una generazione che di tempo ne ha più di qualunque altra nella storia, ma lo brucia tutto davanti a uno schermo. Non è mancanza di tempo. È il menefreghismo di una generazione che ha abolito il prossimo.

Oggi la verità è diventata aggressione. Descrivere la realtà è body shaming, fat shaming, age shaming. Si è costruito un lessico sterminato per un unico scopo: non dire mai le cose come stanno. E chi osa farlo viene processato dal tribunale permanente dei social, quello che assolve sempre i bulli digitali e condanna sempre chi parla chiaro.

La generazione che ci dà dei vecchi è la stessa che non regge una bocciatura senza crollare. Che confonde un’opinione con una violenza. Che ha bisogno di un safe space per sopravvivere a una lezione universitaria. La più protetta, la più connessa della storia. Anche la più fragile.

L’ansia infantile esplosa del 30% in un decennio. L’autolesionismo tra giovanissimi moltiplicato. Questi sono i numeri della generazione che ci chiama “vecchi”.

Si è scambiata la sicurezza fisica per quella emotiva e si sono perse entrambe. Si è sostituita l’educazione con la negoziazione, l’autorità con il dialogo infinito, la responsabilità con la colpa collettiva.

Si è costruita una società che ha paura dei propri figli. Paura di sgridarli, di bocciarli, di lasciarli liberi, di dire la parola più educativa del vocabolario: no.

Avremmo un capitale di esperienza enorme da trasmettere. Ma ai cretini è inutile fare regali. Sì, cretini: il termine è quello, inutile cercarne di più eleganti. È come offrire perle ai porci. Meglio lasciarli grugnire davanti a una tastiera.

Autore

Ricevi i nostri articoli via mail!

Ogni giorno i contenuti del Nuovo Giornale Nazionale sulla tua casella di posta elettronica

Non inviamo spam! Leggi la nostra Informativa sulla privacy per avere maggiori informazioni.

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui