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BIDEN O TRUMP? E L’EUROPA?

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di Antonino Macrì Pellizzeri

Mancano otto mesi alle prossime elezioni americane e dieci mesi ci separano dal momento del giuramento e dell’inizio del mandato del nuovo presidente. Negli ultimi decenni, e forse mai fin dalla fine del mandato del presidente Eisenhower, il mondo, e non solo gli USA, si era trovato ad affrontare una prospettiva così drammatica e foriera di sovvertimenti che potrebbero coinvolgere tutti noi. Cercherò di chiarire il mio pensiero in questa nota.

  • Le elezioni americane di novembre riguardano tutti noi.

Anzitutto stiamo attraversando un periodo che da molti è stato definito, con ragione, una “guerra mondiale a pezzi”. Le regole stabilite a Yalta avevano regolato il mondo dividendolo in “zone d’influenza” essenzialmente di USA e URSS. Esse erano dei veri e propri protettorati garantiti dall’equilibrio delle forze. Con il crollo dell’Unione Sovietica e la disintegrazione del Patto di Varsavia, l’”Impero americano” continuò a dare una certa stabilità, questa volta unilaterale, al mondo. Essa però si è fatalmente ridotta, da un lato con l’avvento al potere di Putin e la rinascita del nazionalismo russo, e dall’altro con la rapidissima crescita economica della Cina che mal sopporta di crescere e prosperare sotto l’ombrello di regole stabilite a Washington. Le conseguenze sono diventate di estrema, drammatica, attualità con gli avvenimenti che sono oggi sotto gli occhi di tutti: anzitutto la guerra in Ucraina. Non entro nel merito delle ragioni e dei torti di tutte le parti coinvolte ma faccio alcune considerazioni storiche che coinvolgono solo marginalmente il popolo ucraino il quale invece ne paga le conseguenze sulla propria pelle. La Russia reclama, principalmente, il rispetto degli accordi di Yalta e quanto stabilito nel momento in cui Gorbachev negoziò una dissoluzione pacifica dell’Unione Sovietica: la NATO non di sarebbe dovuta allargare “di un centimetro” verso le frontiere russe. Gli USA controbattono che in entrambi i casi non esistono trattati formali, e che la sovranità dei popoli deve essere rispettata. Come la storia dimostra, in politica internazionale tutto ciò ha ben poca importanza, ma un fatto è certo: nessuno, e cito sia Napoleone che Hitler, è mai riuscito a piegare la Russia in campo aperto. Non era prevedibile, e lo stiamo verificando oggi, che possa riuscirci l’Ucraina, pur supportata economicamente e con forniture imponenti di armi occidentali. Oggi, addirittura, come si è già verificato in Afghanistan, gli USA si stanno ritirando anche dagli aiuti economici e militari, con ciò creando la possibilità di una disfatta totale dell’Ucraina. Essa, infatti, potrà negoziare una fine delle ostilità accettabile dalla Russia solamente riuscendo a bloccare l’avanzata del nemico. Ci sarebbe un solo modo per vincere questa guerra: l’intervento diretto delle forze armate della NATO. Nessuno, giustamente, se la sente di rischiare una catastrofe nucleare. Il nuovo presidente americano sarà subito obbligato a prendere questa drammatica decisione, che avrà importanti conseguenze almeno temporanee in tutti gli scacchieri mondiali, creando in alcuni Paesi sfiducia di una protezione americana, e in altri speranza di sottrarsi a un “imperialismo” che ritengono opprimente.

L’altro scacchiere è oggi in Israele. Anche in questo caso credo che nessuno, in Occidente ma anche in gran parte del mondo, neghi l’incredibile e inaccettabile brutalità e crudeltà dell’assalto di Hamas. La reazione, inevitabile e giustificata, di Israele si sta via via trasformando in una altrettanto brutale e anch’essa inaccettabile aggressione nei confronti dell’intero popolo palestinese. Anche questo problema dovrà essere affrontato dal nuovo Presidente.

In ultimo aggiungo un’altra area di crisi, che riguarda i rapporti USA-Cina. Il punto focale di tale crisi è Taiwan, ma essa è molto più profonda, e riguarda l’esistenza stessa di un mondo unipolare sul quale è basata tutta la politica americana di questo secolo. Gli USA non accettano essenzialmente due aspetti: il primo è che la Cina stia gradualmente e rapidamente creando una sua propria capacità tecnologica indipendente ed allo stesso livello di quella americana. L’altra, più generale e profonda, è data dal fatto che, secondo gli USA, la Cina non accetta le regole del “diritto internazionale” che, dal punto di vista occidentale, reggono il mondo. Pensiamoci: esse sono basate sui nostri principi giuridici, politici ed economici, ma non necessariamente sono in accordo con altri principi di Paesi che non hanno partecipato alla loro creazione e non li condividono. Queste idee, il cui rappresentate principale è la Cina, stanno diffondendosi gradualmente nel “Sud del Mondo”, ma non solo; i “BRICS”, incluso la stessa India, alleata in alcuni settori con gli USA, sostengono un mondo multipolare basato su regole condivise, ma negoziato di nuovo dalle sue fondamenta fra tutti i paesi del mondo. Anche di questo dovrà occuparsi il nuovo presidente americano. Potrei continuare, ma è del tutto evidente il motivo per cui queste elezioni riguardano tutti noi, anche se nessun Paese può e deve influire sul loro risultato.

  • Il duello Biden – Trump

Il Presidente e l’ex-Presidente non hanno mi smesso di confrontarsi aspramente. Era successo nel passato, anche recente, che ci fossero contestazioni fra i candidati. Nel 2000 Gore fu dichiarato sconfitto da Bush per una sentenza della Corte Suprema che sollevò molte critiche. Nei fatti però Gore rinunziò ad ulteriori azioni e si dedicò ad altro; Bush governò. In questo caso invece Trump ha continuato a contestare i risultati elettorali e si prepara alla rivincita in una battaglia senza esclusione di colpi. Alla contesa politica si sono sovrapposti interventi giudiziari pesantissimi nei confronti di Trump sia per i fatti del 6 gennaio 2021 con l’invasione del Campidoglio, ma anche per una serie di accuse riguardanti la sua vita privata e sue le attività imprenditoriali. Ci sono vari processi in corso che potrebbero concludersi con una condanna, anche carceraria, prima delle elezioni. Contemporaneamente anche Biden è sottoposto ad una procedura giudiziaria relativa a presunte attività economiche illegali del figlio, legate allo sfruttamento del ruolo paterno.

Biden inoltre è attaccato pesantemente per la sua ipotizzata inadeguatezza ad assumere l’incarico a causa dell’età avanzata e di presunte défaillance di memoria che in alcuni casi hanno creato notevole imbarazzo. Trump è in realtà solo qualche anno più giovane, ma è avvantaggiato dal fatto di non essere continuamente coinvolto in dichiarazioni ufficiali di governo. Durante la precedente campagna elettorale una delle carte vincenti di Biden fu la scelta di Kamala Harris, giovane, donna, e di colore. La giovinezza della Harris era, per Biden, una sorta di garanzia per affrontare i problemi legati all’età in un ruolo così impegnativo. Pensò di non assegnarle il tradizionale ruolo dei vice-presidenti americani, vale a dire essere solo spettatori informati, pronti a subentrare in caso di impedimento del Presidente. Cercò di instaurare una sorta di presidenza Biden-Harris in cui avrebbe affidato alla Harris la definizione, in prima linea, di alcuni dossier, il primo dei quali fu il problema dei confini con il Messico. La Harris in realtà non dimostrò di avere a sufficienza nessuna delle qualità necessarie per governare: carisma, leadership, capacità negoziale e decisionale. Forse Biden pensava di lanciare la sua vice nelle elezioni del 2024 come prima donna presidente degli Stati Uniti. Oggi, probabilmente, una competizione Trump – Harris porterebbe ad una sconfitta certa per i Democratici. D’altronde la coppia Biden–Harris crea giuste preoccupazioni in caso di impedimento del presidente durante il secondo mandato. Purtroppo, come vedete, in queste elezioni che coinvolgeranno tutto il mondo, e non solo gli USA, le problematiche personali creano prospettive assolutamente preoccupanti, chiunque sarà il vincitore.

  • Differenti linee politiche

Non voglio addentrarmi in un’analisi dettagliata che richiederebbe ben altro spazio. In questo quadriennio l’economia americana si è ripresa dalla crisi del covid, l’occupazione e la borsa sono ai massimi. In politica estera Biden ha dovuto gestire la precipitosa uscita dall’Afghanistan, che era stata decisa durante la presidenza Trump, ma essa poteva forse essere realizzata in maniera più graduale piuttosto che tramutarsi in una fuga precipitosa. Essa fece ricordare la fuga da Saigon con i soldati vietnamiti in strada mentre l’elicottero con gli ultimi fuggitivi decollava dalla terrazza dell’ambasciata americana. Biden ha anche dovuto affrontare tutte le crisi di cui vi ho parlato nell’introduzione. Lo ha fatto evitando gli errori dell’Afghanistan: niente truppe americane coinvolte direttamente, supporto economico all’Ucraina, sanzioni pesantissime agli avversari ed ai loro alleati. Purtroppo, è un fatto incontestabile, questa strategia non si sta dimostrando vincente. Le sanzioni economiche contro la Russia non hanno avuto grande successo; l’idea che questa guerra avrebbe potuto creare in Russia forti movimenti contrari a Putin non si è realizzata; nonostante pressioni sempre più pesanti e dirette, Netanyahu non ha intenzione di abbandonare la sua strategia di distruzione totale della striscia di Gaza. Al contrario, il Congresso americano ha bloccato ulteriori aiuti economici all’Ucraina, e negli USA come nel resto del mondo, stanno crescendo i movimenti di opinione volti a contrastare la reazione di Israele, ritenuta anch’essa inaccettabile, pur considerando l’orrenda mattanza che la ha determinata. Cosa dobbiamo aspettarci? Nel bene e nel male la continuazione di questa strategia, sperando che funzioni.

Trump è molto più imprevedibile, anche se abbiamo imparato qualcosa dal suo primo mandato. Lo slogan “Make America great again” è stato il suo principio guida, applicato al di là di ogni considerazione ideologica. La sua dichiarazione, appena eletto, fu “Non capisco perché dobbiamo rimanere legati alla politica di una-Cina, senza contropartite in altri campi come il commercio…” Questa frase esprime un principio generale: tutto è negoziabile! Niente ideologie!. L’altra linea guida di Trump era descritta in un suo libro “L’arte della negoziazione” pubblicato molti anni fa, in cui diceva sostanzialmente che ogni negoziato doveva essere basato sulla forza reciproca delle parti e, quanto più deboli si pensava di essere, tanto più bisognava agire con forza nei confronti dell’avversario. Questo principio fu applicato spessissimo come ad esempio nel trattato NAFTA con Canada e Messico, in cui obbligò i partner a riscriverlo su altre basi. Nei confronti dell’Europa Trump, che ha sempre considerato “competitor” la Cina, è arrivato a chiamare “foe (nemico)” la Germania, ed ha sempre osteggiato la creazione di una sorta di “federazione europea” per lui molto più difficile da gestire. Inoltre, ha dichiarato più volte la possibilità di uscire dalla NATO. Quest’ultima idea richiama fortemente quanto disse a proposito di Taiwan, traducendolo in: “cosa posso ottenere in cambio della mia permanenza nell’alleanza atlantica.”

Del resto, da un punto di vista ideologico, l’America ha sempre oscillato fra una politica isolazionista, in contrapposizione ad una idealista e quasi “missionaria”. Anche all’inizio della seconda guerra mondiale, di fronte alle pressanti richieste di Churchill di avere alcune navi in supporto all’evacuazione delle truppe da Dunkerque, Roosevelt non riuscì ad ottenere l’approvazione del parlamento, e gli USA entrarono in guerra in Europa solo dopo l’attacco di Pearl Harbour e l’inizio della guerra al Giappone. Infine nella recente conferenza sulla sicurezza di Monaco, all’interno della delegazione americana presente è emersa chiaramente la possibilità che una politica isolazionista possa risultare vincente alle prossime elezioni.

E qui torniamo al “Make America great again”. La strategia principale di Trump probabilmente sarebbe quella, già sperimentata, di riportare la produzione industriale in USA mantenendo la leadership tecnologica assoluta, di imporre dazi rilevanti su tutte le importazioni che possano ostacolare questa strategia, e di bloccare tutto ciò che possa far crescere le nazioni concorrenti. Una posizione assolutamente antitetica a quella della globalizzazione degli anni ’80. Come ho detto in passato, la Cina sta già prendendo atto di una tale possibilità e orientando la sua politica economica in maniera sostanzialmente diversa dal passato.

  • Biden o Trump?

La campagna elettorale americana è cominciata ufficialmente, e Trump si appresta a ottenere la “nomination” in maniera trionfale. La possibilità che egli venga fermato per via giudiziaria è molto remota, anche se una sua eventuale condanna potrebbe influire sui risultati elettorali. In ogni caso l’America è spaccata in due, forse mai come adesso, su problemi assolutamente fondamentali. Purtroppo nessun Paese al mondo potrà evitare di essere influenzato dalla vittoria dell’uno o dell’altro candidato. Già nei loro slogan si percepisce la differenza: Trump ha rispolverato il suo vecchio “MAGA, make America great again”; facciamo tornare grande l’America, facciamone di nuovo una grande potenza industriale, tecnologia ed esportatrice, in grado di difendersi in virtù della sua immensa potenza economica e militare. Biden invece resta fedele al suo “America is back”, siamo pronti a riprendere la guida del mondo libero per affermare i valori del mercato, della democrazia, delle “regole” che abbiamo insegnato (imposto) al mondo e che sono l’unico modo per mantenere pace, giustizia e libertà. Durante il mandato in corso, le relazioni internazionali sono diventate una lotta di “democrazia contro autocrazia comunista”: il quadro di riferimento per tutto il processo decisionale. Per quanto riguarda la Cina, già nel primo incontro ad Anchorage nel 2021 gli USA affermarono il loro diritto di interferire in ciò che la Cina considerava propri affari interni, compresi Xinjiang, Hong Kong, Taiwan, la presunta coercizione economica contro membri del fronte occidentale, il tentativo di “sovvertire l’ordine basato sulle regole che mantiene la stabilità globale”. Recentemente Sullivan (consigliere di Biden per la sicurezza nazionale) ha ammorbidito un po’ la parte ideologica delle posizioni iniziali, pur riaffermando che la Cina è l’unico stato che ha la volontà e la capacità di rimodellare l’ordine internazionale e sta lavorando per adattare il sistema internazionale in maniera più consona al proprio sistema ed alle proprie regole. Non siamo più al concetto di “guerra santa” o di “crociata contro l’autoritarismo comunista” ed è già tanto. Le guerre, combattute o no, possono non essere legate al fatto che un Paese sia autocratico o democratico perché ciascuno di questi sistemi di governo può rendersi responsabile, e lo ha fatto in passato, di ingiustizie ed atrocità.

Trump ha una visione del tutto diversa. Egli è stato il primo presidente americano del dopoguerra che si è distaccato gradualmente dal ruolo di leadership globale dell’America, dalle alleanze ideologiche per la sicurezza internazionale, dal concetto di “mercati aperti” e soprattutto dalla “difesa della democrazia come valore globale”. E’ invece tornato ad un concetto di insularità, di isolazionismo del continente Americano. Questo è un concetto che è presente nella mentalità americana fin dalla fondazione e da George Washington, parallelamente all’altro sogno, “la città sulla collina”. Monroe aveva posto dei limiti fisici: gli USA avrebbero considerato loro area di influenza l’intero continente americano, contornato dai due grandi oceani, Pacifico e Atlantico, di cui gli Europei non dovevano occuparsi. Ciò non significava un disinteresse verso il resto del mondo ma un atteggiamento molto specifico: in un periodo, il secolo XIX ma successivamente anche il XX, non impelagarsi nei vari trattati stabili (almeno in teoria) fra i litigiosi stati europei ed esserne trascinati in guerre che non li interessavano direttamente. Al contrario, bisognava trattare, discutere e commerciare con tutti coinvolgendosi però direttamente solo quando fossero minacciati gli interessi del popolo americano. Ciò spiegò la loro ritrosia and entrare in guerra sia nel primo che nel secondo conflitto mondiale. Di più, Wilson, che sulla base di ideali molto diversi e più “messianici” aveva creato la Società delle Nazioni (precursore dell’ONU), non riuscì a vincere l’opposizione del Parlamento e farvi aderire gli USA, proprio perché ciò avrebbe reso necessario legarsi ad un trattato che ne poteva limitare la libertà di azione. Ecco, in estrema sintesi e tenendo conto che oggi è passato circa un secolo, il motivo per cui Trump è riluttante a trattati che possano limitare la libertà di perseguire gli interessi diretti e specifici degli Stati Uniti. Ciò si applica ad un campo larghissimo: gli accordi sul clima, da cui uscì, il WTO, che paralizzò non nominando i giudici che potevano farlo funzionare nel momento in cui non era più funzionale a propri interessi, varie organizzazioni dell’ONU quando si rese conto di non poterle più dominare, gli accordi sui missili a medio raggio in Europa, l’accordo sul controllo delle attività nucleari in Iran, da cui uscì unilateralmente. Non c’è da stupirsi quindi se oggi abbia un forte desiderio di sganciarsi dalla NATO, e in particolare da quell’articolo 5 del trattato che obbligherebbe gli USA ad intervenire militarmente con le proprie truppe nel caso che un qualsiasi altro Paese, probabilmente europeo, fosse attaccato. In base allo stesso concetto disimpegnò precipitosamente gli USA dalle guerre in cui erano impegnati nel 2016. Ciò avvenne, da un punto di vista europeo, in maniera affrettata e scorretta senza concordarla preventivamente con gli alleati e financo con lo stesso governo afgano che mantenevano al potere.

In base allo stesso principio Trump, durante il suo mandato, ha usato abbondantemente l’arma dei dazi punitivi che hanno colpito non solo i Paesi “ostili” ma anche gli alleati europei, Italia inclusa, addirittura chiamandoli “foe”, nemici, nel caso della Germania; questa parola non fu mai usata per la Cina, considerata “competitor”. Questo è Trump e non lo ha mai nascosto. Ove fosse eletto è ciò che dobbiamo aspettarci.

  • Cosa pensa il popolo americano?

Ovviamente tutti i giornali e le riviste politiche USA ne parlano ogni giorno, commentando gli alti e bassi delle quotazioni dei due candidati, con i vari sondaggi che li danno “testa a testa”. Secondo il Pew Research Institute, la percentuale di americani convinti che gli USA forniscano troppo sostegno all’Ucraina, nel periodo marzo 2022 – dicembre 2023 è passata dal 7% al 31% e in particolare fra i repubblicani è cresciuta dal 9% al 48%. I sondaggi svolti ogni anno dal Chicago Council of Global Affairs, mostrano che per un lunghissimo periodo, dal 1974 al 2020, la percentuale di americani convinti che “sarà meglio per il futuro del Paese se prenderemo parte attiva agli affari mondiali” è rimasta sostanzialmente stabile, fra il 67% e il 68%. Nei tre anni successivi essa è crollata al 57%. In particolare fra i Repubblicani è passata dal 64% al 47%. Ivo Daadler, managing Director del Council spiega che il cambiamento deriva essenzialmente da Trump “Trump è stato il primo Presidente del dopoguerra a non abbracciare il ruolo di leadership globale dell’America, rifiutando le alleanze di sicurezza, i mercati aperti e la difesa della democrazia e dei diritti umani che sono stati al centro della politica americana dal 1945, sostenuti dai Presidenti di entrambi i partiti.” Joseph Nye, ex preside della Kennedy school di Harvard scrive “Trump è stato in grado di mobilitare e plasmare questa minoranza isolazionista latente, in una potente forza politica come parte della sua presa di potere del Partito Repubblicano. I voti sugli aiuti all’Ucraina ne sono l’ultima manifestazione.” E Timothy Frye, della Columbia ha scritto che “una presidenza Trump combinata con una clamorosa vittoria repubblicana nelle corse al Congresso, potrebbe riorientare bruscamente la politica estera degli Stati Uniti lontano dai nostri tradizionali alleati e dagli impegni della NATO in Europa. Questo incoraggerebbe la Russia e rischierebbe un nuovo scontro in Europa”.

In questa visione buia di una vittoria di Trump, un parere diverso, forse più ottimistico, è espresso da Anthony Rowley sul SCMP. Il suo incipit, condiviso ampiamente, è che, in mancanza di qualcosa di simile ad un “governo mondiale (dell’ONU)” le elezioni americane avranno conseguenze nel mondo intero. Secondo Rowley molti commentatori vedono la possibile vincita di Trump “come un potenziale disastro, ma un tale risultato potrebbe rivelarsi positivo per coloro che hanno a cuore il benessere del mondo, o addirittura la sopravvivenza… Trump è stato un idiota in molti modi durante la sua presidenza….ma almeno non è andato in giro apparentemente intenzionato a farsi nemici gli altri leader mondiali nella misura in cui ha fatto il suo successore, Joe Biden”. Secondo Rowley potrebbe verificarsi un riavvicinamento, sia pure parziale, fra USA, Cina, Russia e forse anche Corea del nord. “cambiano anche le carte in tavola sul fronte bellico perché implicano una riduzione delle tensioni su Taiwan, un cessate il fuoco o un armistizio in Ucraina con il ruolo della NATO risolto… e un nuovo approccio per Gaza” Potremmo assistere anche a un ridimensionamento dell’ossessione dell’amministrazione Biden per le questioni di sicurezza nazionale e il reshoring o friendshoring della produzione, a favore di un più semplice (forse semplicistico) regime di “Trump tariff”. Chiude sostenendo che Trump è stato un furfante, oltraggioso e talvolta più interessato allo sviluppo dei Trump hotels nel mondo ma dovremmo chiederci cosa succederebbe se Biden tornasse al potere per un secondo mandato. Le tensioni globali sono aumentate così tanto durante il suo primo quadriennio da essere di cattivo auspicio su questo punto. Ciò a cui dovremmo aspirare è, come minimo un’oligarchia che regni di concerto (consiglio di sicurezza), non perfetta, ma non peggiore di una singola e carente potenza mondiale.

Prospettive oscure quindi, chiunque vinca queste elezioni. Ma come reagirebbe l’Europa di fronte ad una scomparsa dell’ombrello americano, spesso ingombrante, invasivo, presuntuoso, che ha talvolta limitato la nostra sovranità, ma ha comunque garantito per quasi ottant’anni la nostra sicurezza, militare? 

  • E l’Europa?

Ne hanno parlato moltissimi media qualificati. Due saggi in particolare hanno approfondito l’argomento: l’americano Foreign Affairs e il The Economist inglese. A essi farò riferimento perché sostengono tesi non molto diverse uno dall’altro. Il punto di partenza è che Trump, se divenisse il prossimo presidente americano, potrebbe “abbandonare” la NATO. Non necessariamente uscirne in maniera unilaterale come fece, e potrebbe fare di nuovo, da molte altre organizzazioni internazionali, ma modificarne la presenza. Potrebbe insomma non aderire in maniera automatica all’articolo 5 che impone agli USA, come agli altri partner, di entrare direttamente in guerra qualora un membro della NATO fosse attaccato. Potrebbe decidere caso per caso se intervenire direttamente, limitarsi ad un supporto esterno, come sta facendo oggi la Nato in Ucraina, oppure, al limite, restarne fuori e limitarsi a generiche intermediazioni. Se ciò accadesse, sostiene l’Economist che approfondisce molto quest’aspetto, “l’Europa dovrebbe fare molto di più che aumentare semplicemente la spesa per la difesa. Dovrebbe riconsiderare la natura della potenza militare, il ruolo della deterrenza nucleare nella sicurezza europea e le implicazioni politiche di vasta portata dell’organizzazione e della struttura militare”. Intanto l’Unione Europea dovrebbe aumentare significativamente la produzione di armi. In realtà essa è un grandissimo fabbricante ma i produttori europei oggi esportano il 40% della loro produzione in Paesi terzi, diversi dall’Ucraina (per citare il problema di oggi), e quando la commissione europea propose che l’Ucraina fosse considerata prioritaria per legge, alcuni stati membri (Italia inclusa) hanno rifiutato. Infatti, i produttori non vogliono uscire dai loro mercati internazionali e non se la sentono di fare grandi investimenti per ampliare le proprie linee di produzione senza certezze. Non è un problema immediato, anche perché non è presumibile che la Russia oggi abbia intenzione di impegnarsi in altre guerre o di ampliare il fronte includendo Paesi NATO. In realtà il problema non è nuovo. Già nel 2019 Macron dichiarò che gli europei dovevano “rivalutare la realtà di ciò che è la NATO alla luce dell’impegno degli USA.”. L’Europa oggi sta gradatamente aumentando la sua spesa militare e oggi oltre la metà dei Paesi ha raggiunto il famoso obiettivo del 2%. Il problema più grosso però non è questo, anche se probabilmente l’Europa dovrebbe arrivare al 3% per essere in grado di difendersi da sola. E’ molto più difficile risolvere gli altri aspetti legati al fattore umano. Anzitutto gli effettivi sono pochi e nessun Paese riesce in realtà ad aumentarne il numero in maniera volontaria; peggio ancora, la maggioranza dei Paesi potrebbe schierare al massimo una sola brigata al completo. Mancano inoltre ufficiali di stato maggiore addestrati a gestire grandi quartieri generali, intelligence, sorveglianza e ricognizione come droni e satelliti, trasporto aereo, riserve di munizioni etc. In sostanza “Le cose che le forze armate europee possono fare, possono farle bene, ma in genere non possono farne molte, non possono farle per molto tempo e sono configurate per il periodo iniziale di una guerra che condurrebbero gli Stati Uniti” In ultimo esiste il problema dei problemi: l’America è impegnata a usare le sue armi nucleari di tutti i tipi, dimensioni e portata, da terra dal mare e dall’aria. Già negli anni ’50 la Francia decise di crearsi una sua capacità nucleare proprio per rispondere alla domanda “un Presidente americano sacrificherebbe New York per difendere Parigi?”. A maggior ragione oggi non è presumibile che gli USA, ove decidessero di non essere coinvolti in una guerra convenzionale sul terreno, metterebbero a rischio le proprie città in un conflitto nucleare. Esiste in realtà una piccola capacità nucleare europea, in Francia e Inghilterra, che potrebbe forse essere usata come deterrenza. Ciò varrebbe se il nemico fosse realmente convinto che essa possa essere usata ove necessario. Senza entrare in dettaglio sulle specifiche possibilità operative di ciascuna di queste due nazioni, è difficile che tali armi possano essere poste non più sotto il controllo dei propri governi ma di un’entità sovranazionale europea. E a questo punto si porrebbe il problema precedente: Parigi metterebbe a rischio le proprie città usando l’arma nucleare in difesa della Lettonia, giusto per fare un esempio? E ciò ci riconduce al punto centrale. L’Europa dovrebbe creare un quartier generale supremo unico come quello oggi esistente della NATO in Belgio e dei comandi congiunti in altri Paesi, e porvi un comandante supremo unico. Difficilmente l’Europa arriverà a un tale grado di coesione. Sarebbe opportuno comunque che l’Europa cominciasse ad avviarsi su questa strada già ora, nell’ambito della NATO esistente, con ciò rafforzandone la struttura. Potrebbe quindi essere pronta a sostituirsi ad essa se gli USA dovessero ridurre la propria presenza, per esempio a causa di un loro pesante coinvolgimento in Asia.   

Le previsioni di Foreign Affairs sono molto più fosche e più generali. Parte dal riconoscimento che l’Europa nel corso della crisi odierna ha agito in maniera molto più decisa e indipendente di quanto ci si potesse aspettare. Tutto ciò però non è sufficiente nel caso che Trump dovesse essere rieletto per un secondo mandato. Trump, infatti, ha già dichiarato che porrà fine alla guerra “in 24 ore”, si ritirerà dagli accordi sul clima (come ha già fatto in passato) ed imporrà una tariffa del 10% su tutte le importazione, qualunque sia la loro provenienza. L’Europa dovrà dunque “rendere il suo futuro a prova di Trump”. Egli ha inoltre cercato di dialogare con i singoli Paesi europei piuttosto che con la UE, ha sostenuto attivamente i nazionalisti di destra, i populisti e le voci anti-UE in Europa. A parte la necessità di una difesa europea autonoma dagli USA, di cui parla anche Foreign Affairs, i rischi futuri potrebbero andare ben oltre. Le relazioni USA-Cina potrebbero peggiorare mettendo le aziende europee che operano in entrambe le giurisdizioni in una posizione difficile, con possibili minacce di sanzioni secondarie. Oggi “per quanto riguarda funzionalità quali la geo localizzazione, la comunicazione satellitare, il cloud computing, la privacy dei dati e l’intelligenza artificiale, l’Europa dipende dagli Stati Uniti ed è vulnerabile alle interruzioni.” Inoltre per ora “l’UE non dispone di un quadro istituzionale adeguato per reagire ai rischi per la sicurezza economica provenienti sia dalla Cina che dagli USA ove si dimostrassero più ostili. La sicurezza economica è per lo più gestita dagli stati membri, non dalla UE stessa, e politiche di sicurezza incongruenti su importazioni, esportazioni, investimenti e flussi finanziari rappresenterebbero una minaccia crescente per l’economia europea”. Inoltre “le politiche protezionistiche istituite da Trump danneggerebbero il mondo, ma potrebbero danneggiare in particolare la UE. L’Europa deve diventare più competitiva dal punto di vista economico stringendo accordi commerciali con i mercati terzi”. Utilizzando strumenti come l’iniziativa Global Gateway potrebbe “istaurare partenariati commerciali, finanziari e di investimento più profondi con i Paesi in via di sviluppo che sostengono la cooperazione internazionale in un mondo caratterizzato dall’isolazionismo degli Stati Uniti”. L’Europa dovrebbe infine fare un passo avanti decisivo nella sua integrazione, eliminando per quanto possibile la politica dell’unanimità nelle decisioni del Consiglio europeo.

Anche nel caso che Biden riuscisse a prevalere, l’Europa deve rendersi più autonoma. Gli USA, infatti, stanno già facendo mosse di politica estera senza consultare l’Europa, soprattutto in campo economico. “L’inflation Reduction Act del 2022 del presidente Biden, ad esempio, è stato un atto di protezionismo. Utilizzando le sovvenzioni e le esigenze di produzione interna, ha indotto le imprese europee a trasferirsi negli Stati Uniti con un costo per l’economia europea” Durante la campagna elettorale per le elezioni europee di giugno quindi “i partiti politici devono discutere le scelte strategiche fondamentali e fare della difesa della democrazia e della riforma istituzionale della UE una parte fondamentale dei loro appelli”. Insomma:

MALA TEMPORA CURRUNT SED PEIORA PARANTUR

(Marco Tullio Cicerone)

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  • Redazione

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