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BENVENUTI NELLA NUOVA ERA DEL TERRORE DI PRECISIONE

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di Sergio Restelli

Da Israele al Kashmir, il nuovo volto della guerra

Nell’ottobre 2023 i militanti di Hamas hanno fatto irruzione nel sud di Israele, uccidendo civili con spietata precisione. Questo mese, nelle colline del Kashmir, turisti indù sono stati rapiti e giustiziati dai terroristi del The Resistance Front (TRF), una costola di Lashkar-e-Taiba.

Continenti diversi. Cause diverse. Stessa logica fredda e calcolatrice. Benvenuti nella nuova era del terrore di precisione, una strategia in cui i civili non vengono colpiti in massa, ma metodicamente, per scatenare furore senza alienare i simpatizzanti, per destabilizzare le nazioni senza unire il mondo contro di esse.

A Pahalgam, nel Kashmir, i combattenti del TRF hanno risparmiato deliberatamente donne e bambini. Nei kibbutz israeliani, i terroristi di Hamas non hanno risparmiato nessuno. L’obiettivo non era soltanto uccidere era provocare. Questi attacchi non sono gesti disperati. Sono mosse accuratamente calibrate, pensate per fratturare le società dall’interno. A Gaza, Hamas ha colpito mentre l’Arabia Saudita si avvicinava a un’intesa con Israele. In Kashmir, gli omicidi sono seguiti al sermone infuocato del generale Asim Munir, capo dell’esercito pakistano, che ha definito il Pakistan l’unico Stato al mondo “nato dal Corano”e ha chiamato il Kashmir la sua “vena giugulare”. Dietro entrambi gli atti ci sono regimi in caduta libera, in cerca di rilevanza, pronti a esportare il caos in nome di jihad e resistenza. La situazione del Pakistan è drammatica. Un’economia al collasso. Le promesse cinesi di investimenti che si prosciugano.  I talebani un tempo creati dal Pakistan diventati vicini bellicosi. Per l’élite militare di Islamabad, il Kashmir è l’ultima leva con spargimento di sangue in nome della religione.

Il calcolo strategico è agghiacciante nella sua chiarezza. Colpendo solo uomini indù, i terroristi speravano di riaprire ferite settarie in India, scatenare violenze comunitarie e spingere Nuova Delhi a una risposta militare avventata forse per riaccendere una crisi su vasta scala fra India e Pakistan.

Allo stesso modo, Hamas puntava sul fatto che la rappresaglia israeliana avrebbe fratturato la solidarietà araba, bloccato gli accordi di normalizzazione e richiamato l’attenzione mondiale sulla causa palestinese, incoraggiando probabilmente altri attori musulmani, statali e non, ad attaccare Israele.

Entrambe le scommesse sono fallite, finora. La società notoriamente frammentata di Israele si è ricompattata da un giorno all’altro. In India, i leader musulmani di tutto lo spettro politico compresi i feroci critici di Modi come Asaduddin Owaisi dell’AIMIM hanno condannato senza esitazioni gli omicidi di Pahalgam, hanno chiamato al lutto pubblico e addossato la colpa al Pakistan. I terroristi hanno sottovalutato un elemento: le opinioni pubbliche, stanche di guerre, non sono più così facili da manipolare. Ma il pericolo non è passato. Il terrore di precisione non punta a vittorie isolate. Punta all’accumulo, una morte da mille tagli.

È una guerra di nervi, pensata per portare le democrazie al loro punto di rottura, con la simpatia interessata di potenze globali desiderose di vedere Stati Uniti, India e Israele inciampare. L’Iran sostiene Hamas. La Cina ha a lungo tollerato i proxy del terrore pakistani. Russia, Turchia e altri “spoiler” gioiscono delle democrazie forti distratte da incendi interni senza fine, mentre per l’India questo è un momento di particolare delicatezza.  La sfida è brutale e semplice: punire il terrore senza concedergli lo scontro di civiltà che brama. In Israele. In Kashmir. Il copione è lo stesso. Il terrore oggi non cerca più terre da conquistare. Cerca di dirottare le emozioni, destabilizzare le economie e costringere le democrazie a combattersi dall’interno. Questo è il vero campo di battaglia del XXI secolo. E l’India e il mondo intero devono vincerlo non solo con la forza, ma con uno sguardo freddo e risoluto.

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  • Redazione

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