
di Raffaele Romano
In questi ultimi infuocati giorni ho evitato di entrare nel bailamme di due eventi concomitanti: la morte di Papa Francesco e il 25 Aprile. Il perché è presto detto: in Italia si evita, da molto tempo, di fare “Storia” si preferisce fare “narrazione”. È un concetto fondamentale su cui batto da tempo e che è vitale per poter comprendere quello che è stato. Insieme ad esso un altro di pari importanza è “Chi si approccia alla Storia deve mettere in conto che potrà avere forti delusioni su personaggi e/o su fatti che riteneva fossero andati in modo completamente diverso“.
Senza queste due pietre miliari si cade nel classico “feuilleton” e più spesso in forme di pseudo moralismo sempre più accentuato a cui si aggiungono pregiudizi conditi ed arricchiti di simbolismi che circoscrivono il personaggio o il fatto in una posizione ancillare col rischio di farne uno spettacolo come accade con le trasmissioni sulla Storia in TV. A tal proposito è bene precisare i confini ma, soprattutto, le diversità e le differenze che ci sono tra la “Narrazione” e la “Storia”. La narrazione, ormai dilagata ovunque, è una forma ancestrale e potentissima di comunicazione è un modo per manipolare gli altri. Ha lo scopo principale di condizionare e influenzare le menti altrui. La Storia, invece, significa “ricerca e indagine” ed è la disciplina che si occupa dello studio del passato tramite l’uso di fonti, documenti, testimonianze e racconti che trasmettono il sapere del passato.
Alcuni esempi documentati ostacolati dalla narrazione imperante chiariranno quanto affermo. La famosa “svolta di Salerno di Togliatti” è un falso storico, una fake news si direbbe oggi, infatti i prof. Elena Aga Rossi e Viktor Zaslavskij nel 1997 col Mulino pubblicarono “Togliatti e Stalin. Il PCI e la politica estera staliniana negli archivi di Mosca” con cui, dati e documenti alla mano del Pcus e del KGB, demolirono la “narrazione togliattiana” sulla svolta di Salerno. Stalin convocò Togliatti al Cremlino il 4 marzo del 1944 dove gli comunicò che non condivideva le sue posizioni sull’Italia e gli impose che il PCI doveva entrare nel governo Badoglio e non opporsi ai Savoia ribaltando l’intera sua linea. Il testo con tutti i documenti allegati è del lontano 1997 eppure libri, riviste, Tv e giornali hanno continuato con l’attribuire a Togliatti la svolta quando, invece, gli fu imposta.
Cercare di far conoscere “storicamente” ciò che avvenne fra il 1943 ed il 1945 è stato sempre evitato imbastendo costruzioni favolistiche. Esiziale sarebbe stato far capire chi eravamo e dove ci ha condotti una narrazione costruita per il forte interesse della Politica sulla Storia. Lo spazio per un’effettiva e definitiva chiarificazione storica di cos’è stata l’Italia durante e subito dopo la seconda guerra mondiale fu chiuso. Per questo motivo il professor Rosario Romeo ammonì, invano, che un paese separato dal proprio passato (la Storia) è un paese senza alcuna identità ed infatti quello siamo diventati.
Tale “operazione politico culturale” fu iniziata e portata avanti da alcune fazioni di cattolici e dei comunisti che servì a non farci fare i conti col nostro passato. La costante narrazione affonda le radici, addirittura, a prima dell’unità nazionale con la glorificazione e la santificazione dello sbarco dei mille di Garibaldi che, senza il determinante apporto della Gran Bretagna, non si sarebbe mai verificato. Già da allora si saldò, tout court, lo Stato Sabaudo a quello Liberale che si saldò con quello Fascista che, a sua volta, si saldò a quello Repubblicano.
Realtà così profondamente diverse e contraddittorie come lo Stato Sabaudo, il Liberale, il Fascista, quello della prima Repubblica per finire nella Seconda furono miscelate e saldate insieme una dietro l’altra senza nessuna revisione e correzione. Una sorta di “Gattopardo permanente” che dalla prima metà del 19° secolo ad oggi ha narrato costruzioni storiche, politiche, economiche e sociali.
Un altro slogan vergato è stato e lo è ancor oggi “il popolo italiano, con la resistenza, ha battuto la dittatura e ha affermato la democrazia.” Ma quale popolo? Forse quello che a valanga riempiva le piazze al grido di “Duce, Duce?”. Oppure quello che a Napoli inneggiava ai Savoia nei giorni del referendum costituzionale? O meglio ancora il santificato “armistizio dell’8 settembre” che, in realtà, avvenne il 3 settembre a Cassibile in Sicilia e fu solo e semplicemente quello che firmarono poco dopo la Germania e il Giappone ovvero “la resa incondizionata”.
Nel tempo i “narratori” hanno addirittura modificato il vero significato di diverse parole per irrobustire i “loro racconti” affinchè divenissero patrimonio collettivo. Un esempio calzante lo offre la parola “revisionista” che, in base alla Treccani, in storiografia significa la “tendenza a modificare interpretazioni storiche ormai consolidate, sulla base di ricerche volte a riconsiderare particolari aspetti dei fenomeni che ne costituiscono l’oggetto” per cui “lo storico che si avvale solo di documentazione è, di per sé, un revisionista”. Renzo De Felice sul citato revisionismo ha scritto che “l’accezione negativa che Lenin e Stalin hanno dato a questo termine…in cui sempre più viene usato come sinonimo di “negazionismo” o, nel migliore dei casi, di “relativismo” o di “giustificazionismo…per cui criticare la Resistenza equivarrebbe a fare il gioco dei fascisti”.
Meglio ancora la completa “negazione dei martiri del comunismo” in URSS laddove in moltissimi furono perseguitati, incarcerati nei gulag ed infine uccisi e sui quali è calato il velo nero della negazione della loro tragica esistenza. Documenti in tal senso ce ne sono sia scritti con libri come fece il redivivo comunista tiburtino Dante Corneli che, in modo quasi miracoloso, riuscì a ritornare in Italia e di cui, oltre ai libri da lui autoprodotti e boicottati dal Pci, fu portato in una trasmissione della Rai del 20 gennaio 1983 dal titolo “Film Dossier” condotta da Enzo Biagi e con la partecipazione di Renato Mieli, Antonio Roasio e Dante Corneli, in cui il Corneli potè accusare il Roasio artefice delle sue sventure sovietiche oltre a quelle di altri migliaia di comunisti mai più tornati.
In conclusione si può, senza esagerare, affermare che la narrazione è stata ed è agiografica, idealizzata e santificata accompagnata dalla dissoluzione dell’identità nazionale, evidenziando solo l’interpretazione apologetica di una mobilitazione popolare antifascista. In conclusione la Resistenza è rimasta l’unico appiglio, sia per chi la difende che per chi la contesta, per trovare la loro ragion d’essere e, quindi, la loro legittimazione.
Anche la morte di Papa Francesco ha fatto scattare, in Italia, una gara fra chi fosse più presente e più cattolico. Tv, radio, giornali e quant’altri hanno inondato di notizie e ricostruzioni sulla vita del defunto. Chi si è superato, senza ombra di dubbio, sono stati il governo e le opposizioni nostrane. Una continua gara a rilasciare dichiarazioni a tutto spiano e a presenziare dovunque ci fosse una telecamera o almeno un microfono. C’è stata un’ossessione interpretativa da parte di molti di essi un’ossessione avente una natura religiosa. Nulla da eccepire sulla capacità religiosa di Francesco ma, non si può negare, una carenza sul piano politico internazionale.
Ad esempio Wojtyla e Ratzinger avevano ricostruito un dialogo profondo tra cattolici ed ebrei. Ora quel dialogo si è fortemente incrinato. Direi che è stato parte di un ampio clima di una forte diffidenza verso l’Occidente nel suo insieme. Il Papa si è unito, a volte, al coro critico dei valori occidentali che hanno consentito, con tutti i propri difetti, la libertà religiosa e la crescita di benessere sociale come mai prima nella storia umana. Affiancarsi alle tesi di chi descrive l’Occidente solo come militarista, guerrafondaio, avido e distruttore ambientale non è giusto, bensì deviante anche se alcune critiche al riguardo sono appropriate. Ed è ben strano che molti di quelli che criticano e contestano l’Occidente sono fra quelli che con migliaia di disperati si dirigono, ogni giorno, cercando un futuro migliore proprio nell’Occidente.
“Libera espressione sì, ma se il mio amico Gasbarri dice una parolaccia sulla mia mamma, si aspetti un pugno”. Sorpresero non poco le parole di Papa Bergoglio che espresse sull’aereo che lo stava portando a Manila nel 2015 riguardo al dibattito in corso sulla libertà di espressione dopo i fatti di Charlie Hebdo. Per concludere si ha la dimostrazione lampante che l’Italia non è ancora riuscita ad affrancarsi da una visione cattolico centrica e non è ancora riuscita a divenire uno Stato laico che rispetta tutte le religioni, ma non si fa condizionare da nessuna. Con la morte di Papa Francesco non sappiamo se è la fine di un’era oppure l’inizio di una nuova. A sentire ieri il cardinale Parolin nella sua omelia-candidatura, invece, c’è da continuare nel solco tracciato dall’argentino. Nel mentre tutto ciò avveniva la politica nostrana, tutta e nessuna esclusa, litigava in modo ossessivo come fa da anni sulle “versioni narrate” del 25 aprile. Per cui il “fatto storico narrato” è diventato “un mito” e i miti non si discutono, bensì si celebrano per continuare a “commemorare nunc et semper”.





