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RIPORTARE AL CENTRO LA SOCIALDEMOCRAZIA

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di Giuseppe Augieri

Silvano Danesi, che mi onora di essere interlocutore di un mio commento riportato, come spesso accade e ringrazio, sul Nuovo Giornale Nazionale, riprende la mia domanda del perché no al bipolarismo. E mi prende in contropiede riportando le ragioni della crisi della sinistra alla considerazione che progressismo non è altro che un’ideologia che ha, nelle sue radici, il fabianesimo socialista. Fornendo, di quest’ultimo, una interpretazione che mi fa tentennare. Dico perché.
Ho difficoltà ad accettare la tesi che il progressismo non sia una cultura della sinistra, ancor più che alla sua base vi siano influenze del fabianesimo, almeno nella interpretazione che Danesi – con molti riferimenti filosofici, storici e sociali – ne dà: e cioè di filosofia di una élite che ha utilizzato Marx come mezzo per traghettare il socialismo verso un controllo non democratico delle masse Insomma niente a che fare con la democrazia. Attribuire la ricerca di un compromesso tra le politiche liberali e quelle socialiste – e una proposta di “terza via” ad una forma di questo fabianesimo riportata in auge da Tony Blair – mi mette in difficoltà: perché quel compromesso – in Italia esplicitato da Martelli – è stata la mia guida politica. La tendenza di unire il pensiero liberale e della proprietà privata, con le garanzie sociali offerte dal socialismo democratico sono per me un dogma. Il metodo della gradualità mi appartiene. Insomma sarei stato fabiano senza saperlo. E infine inserire Giustizia e Libertà dei fratelli Rosselli ed il Partito d’Azione fra i movimenti politici influenzati da questo modo di intendere il fabianesimo, una sorta di autoritarismo nascosto, mi pone seri interrogativi sulla lettura della storia socialista come fatta da me sinora. O, almeno, di quel socialismo legato al riformismo e cioè della contrapposizione del metodo e dello strumento delle riforme da opporre al socialismo utopico e al socialismo scientifico. Ma forse il problema sta proprio nei confini tra progressismo e riformismo. Materia delicata e estremamente vasta.
Ammetto, senza problemi, che le mie conoscenze sono poche ed incomplete: Danesi mi da lo stimolo ad approfondire il tutto. Lo farò. Concordo invece sul fatto che l’ Italia è sostanzialmente un Paese con una visione politica di centro; che la sinistra italiana è sostanzialmente “socialdemocratica”; che la destra è ben poco fascista. E che questa situazione è presente anche in Europa: « la famiglia del Partito popolare europeo … è un partito di centro democristiano» che sta guardano sempre più «verso destra, il che non significa estrema destra; e in questa destra è compreso il partito Ecr dei conservatori della Meloni» dice Danesi. Credo sia sostanzialmente vero.
Danesi però non negherà che nella , chiamiamola, nuova “democristianità” sia carente proprio la cultura cristiana e la sua volontà a confrontarsi e integrarsi con altre culture e soprattutto con la cultura laica socialista. E’ infatti il metodo democratico che, a mio parere, sta scomparendo. Il dialogo, la propensione e disponibilità all’ascolto, il confronto senza colpevolizzare, il no all’astio ed alla violenza anche solo verbale (che è trainante del clima di violenza di ogni altro genere), il prevalere dell’ideologia (e dunque dei distinguo) rispetto al compromesso (e dunque del fare). Queste assenze si spiegano con il permanere dell’idea che riconoscersi “socialdemocratici” da parte della sinistra è uno sfregio “ideologico” che non può accettarsi; e va tenuto nascosto, coperto dal velo delle forme esteriori del come apparire, da integralismi che salvano l’anima anche se si riconoscono, ma solo in “confessionale”, inidonei a diventare governo che dia risposte.
Epperò il popolo vuole che si governi. E dunque propone un’alternativa ai tantissimi anni di gestione del potere da parte della sinistra rivolgendosi a destra. Oppure, sgombrato il tavolo dalle “finte”, di dare spazio a politiche di sinistra molto più radicali ed anche estreme. Ma, attenti. Quest’ultima tendenza non è nuova. In fondo il populismo, il cancro di questo anni, è una forma di estremismo. Vi sono tratti di cultura rivoluzionaria al fondo.
Il mio parere è che la terza via è impossibile, come dice Danesi, solo « se non la smettiamo di ragionare con il paraocchi di comodo». E poiché già siamo al centro e « al centro non c’è spazio per nessun altro» il problema sta nel riassegnare a questo centro le culture di base che un centro deve avere e rispolverare il metodo che portò a quel periodo di successi in tutta Europa a guida socialista degli anni ’80-‘90. E qui sta è il punto.
Io non credo che questo possa avvenire come conseguenza di autocritiche severe e serene nella sinistra e nei movimenti populistici attuali. Non ci sono le condizioni e le premesse necessarie. E non ci sono figure in grado di proporre, e poi guidare, e poi gestire un’operazione culturale di tale spessore. Gli azionisti di maggioranza della attuale sinistra sono antropologicamente lontani dal pensiero, dalla cultura, dalla tradizione e dalla prassi centrista. Si può discutere se anche negli obiettivi. Se non c’è una novità eclatante, uno scossone, questi gruppi dirigenti e questi Partiti continueranno nella “conservazione”. Il “campo largo” ne è una riprova: barricate a difesa di un potere da riacquistare. Dunque nulla cambierà. C’è bisogno di un raggruppamento nuovo. Un terzo polo, una terza via del metodo e della fusione di culture. Questo il mio assunto che avevo illustrato.
L’appello di Costa e Marattin, e la valenza delle prime firme di sostegno, molto più che le speculazioni sull’incontro tra Draghi e Marina Berlusconi con la partecipazione di Letta, confermano che si può fare. Ma quella è la proposta di un’aggregazione lib-dem. Perché no lib-lab? Lo spazio c’è. I socialisti no, temo.

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  • Redazione

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