Tenere aperta la guerra civile per incollarsi al potere – Il progressismo è regressione ed è pasolinianamente fascismo
Per una parte della sinistra la Resistenza è stata tradita e la guerra civile non è mai finita e non deve finire.
Ne sono la testimonianza storica gli “Anni di piombo”, le vicende della sinistra extraparlamentare, le attuali vicende delle violenze a Bologna, in Val di Susa, le minacce delle BR al ministro Nordio, l’ipocrisia con la quale la sinistra condanna e al tempo stesso trova mille modi per addossare la colpa al Governo e alla destra.
C’è un filo rosso di continuità tra le logiche di Secchia, di Seniga, di Giangiacomo Feltrinelli e quelle di Autonomia Operaia, ispiratrice di Autonomen e, conseguentemente, dei black bloc, degli antagonisti e degli anarchici.
E c’è una responsabilità enorme di chi consente che la piazza, spesso evocata, leghi l’antagonismo rosso alle frange terroristiche islamiche.
Nel libro scritto con Giovanni Fasanella (La guerra civile), uno storico e un politico di sinistra come Giovanni Pellegrino, con grande onestà intellettuale, afferma: “La Resistenza fu guerra di liberazione ma anche guerra civile, perché gli italiani stavano da una parte e dall’altra. C’erano italiani addirittura nelle truppe speciali naziste, colpevoli degli eccidi più sanguinosi. Ma a loro volta le forze che lottavano contro i nazifascisti erano tutt’altro che omogenee, perché avevano culture, ideali politici e visioni del mondo molto diverse e a volte addirittura contrapposte e inconciliabili tra loro. Nella Resistenza c’era la componente comunista che conviveva con quelle monarchica, liberale, cattolica e azionista. Nel suo libro-intervista con Aldo Cazzullo, Edgardo Sogno, un eroe della guerra partigiana, monarchico e liberale, ha descritto molto bene il clima di allora rievocando i suoi rapporti con il compagno d’armi azionista Giaime Pintor. Vale la pena di citare le sue parole: «Considero il mio incontro e la mia separazione da Pintor un evento in qualche modo simbolico […]. Per Giaime, l’antifascismo coincideva con il superamento del liberalismo crociano e con la fiducia nella violenza rivoluzionaria. Ecco perché le posizioni di allora mi sembrano ancora oggi rappresentative del contrasto tra i due antifascismi, che furono le idee guida della Resistenza italiana ed europea. L’uno, l’antifascismo antitotalitario, si batteva per la riconquista della libertà e della democrazia. L’altro, l’antifascismo rivoluzionario, per una trasformazione violenta dell’ordine sociale. Non potevamo sapere, allora, che quella dicotomia avrebbe segnato tutto il resto del secolo»”.
Questa ricostruzione porterebbe a pensare che ci sia stato un dissenso tra un monarchico liberale e un rivoluzionario comunista, ma la realtà è ben altra.
Il “compagno Giaime Pintor” è una finzione
Giaime Pintor ebbe contatti con vari ambienti antifascisti e in quel breve periodo successivo all’8 settembre 1943 nel quale si recò a Napoli, dove incontrò il generale Pavone, ebbe anche contatti con Edgardo Sogno, ma la loro conoscenza non era tra un liberale monarchico e un rivoluzionario comunista, ma tra due agenti del Soe inglese, come dimostrano i documenti.



Nel luglio 1944, all’indomani della liberazione di Roma, apparve un articolo sulla rivista “Rinascita” dal titolo Martiri ed eroi della nuova Italia, in cui si affermava non solo che “il compagno Giaime Pintor era arrivato al Comunismo” attraverso un “interiore travaglio”, ma che, a questa “conquista grande”, egli s’era tenuto “attaccato saldamente, perché non soltanto essa rappresentava per Lui il frutto di una elaborazione teorica raggiunta attraverso un rigoroso processo di critica, un superamento e una progressiva eliminazione di ideologie spurie, ma perché nel Comunismo, sentito come fede attiva, come supremo ideale di libertà e di umano affrancamento, Egli trovava un alveo capace di raccogliere questa sua calda umanità, questa sua pienezza di vita morale”[i].
Il compagno Giaime Pintor era invece sì un antifascista e un partigiano, ma come agente dei servizi inglesi: nome in codice Stille.
Pintor fu infatti reclutato dai servizi segreti britannici (SOE – Special Operations Executive) a Napoli il 15 novembre 1943 con lo pseudonimo Stille. Non ricevette retribuzione: il motivo dell’arruolamento era il patriottismo.
Dopo l’8 settembre 1943 Pintor partecipò alla difesa di Roma, poi si recò a Brindisi (dove si arruolò brevemente nel nuovo esercito regio) e a Napoli.
Qui si unì a volontari organizzati dal generale Giuseppe Pavone e entrò in contatto con gli Alleati. L’esercito britannico gli affidò il comando di un piccolo gruppo destinato a raggiungere le formazioni partigiane nel Lazio, oltre le linee tedesche.
Il 1º dicembre 1943, mentre tentava di attraversare le linee nemiche lungo il Volturno (zona di Castelnuovo al Volturno – Rocchetta a Volturno), accompagnato dall’agente SOE Max Salvadori (nome di battaglia “Captain Sylvester”), saltò su una mina tedesca e morì. Aveva solo 24 anni.
Un quadretto di famiglia inglese
La desecretazione di documenti ufficiali ha confermato il reclutamento di Pintor. Il fascicolo personale è conservato presso i National Archives di Kew (Regno Unito): Reference: HS 9/1190/8. Titolo: Special Operations Executive: Personnel Files (PF Series). Giaime PINTOR, aka STILLE – born 30.10.1919, died 1.12.1943. Date range: 1939–1946.
https://ia600701.us.archive.org/6/items/TheMostSecretListSOE/The_most_secret_list_SOE.pdf
Edgardo Sogno, Medaglia d’oro al valor militare, collaborò con i servizi segreti britannici durante la Seconda guerra mondiale come agente del servizio speciale e fondatore della rete partigiana e informativa Franchi.
Sogno fu addestrato dal servizio segreto britannico SOE (Special Operations Executive) ad Algeri, venne paracadutato in Italia per raccogliere informazioni militari a supporto degli Alleati e creò e diresse l’Organizzazione Franchi, un gruppo di informazioni e sabotaggio che operava collegato ai comandi alleati.
Il quadretto di famiglia si completa in parte se consideriamo che il socialista Benito Mussolini fu finanziato e sostenuto dall’intelligence militare britannica. Lo svelano i documenti dell’archivio di Sir Samuel Hoare analizzati da Giovanni Fasanella e Mario José Cereghino nel libro Nero di Londra. Il nome in codice di Mussolini era “The Count”.
I contatti iniziarono nel 1918, dopo la rotta di Caporetto, per volere di Samuel Hoare inviato inglese in Italia. I britannici volevano bloccare i partiti contro la guerra e creare una nuova forza politica forte. Con i fondi inglesi nacquero i primi Fasci italiani di combattimento.
Per completare la quadreria di famiglia è necessario metterci anche Giuseppe Garibaldi, figura che servì a fare della Resistenza un secondo Risorgimento.
È storicamente documentato che Garibaldi ricevette un sostegno politico, finanziario, logistico e di opinione pubblica significativo dalla Gran Bretagna durante le fasi decisive del Risorgimento, in particolare nella Spedizione dei Mille (1860).
Navi da guerra inglesi erano presenti a Marsala al momento dello sbarco dei Mille (11 maggio 1860) e contribuirono a scoraggiare l’intervento della flotta borbonica. Garibaldi stesso, nelle sue memorie, riconosce che la presenza di navi inglesi aiutò lo sbarco e si definì più volte “beniamino” degli inglesi.
Esistevano fondi pubblici e privati (Garibaldi Fund – Garibaldi Special Fund) raccolti in Gran Bretagna. Si formò una Legione Britannica di volontari inglesi e scozzesi che andò a combattere con lui.
Nel 1864 Garibaldi fu accolto a Londra con un’entusiastica “Garibaldimania” (centinaia di migliaia di persone). Alcune tesi affermano che l’impresa dei Mille sia stata un’operazione pilotata da Londra (a volte con ruoli attribuiti a personaggi come Laurence Oliphant o mediatori come Giacomo Lacaita), finanziata dalla City per distruggere il Regno delle Due Sicilie (protetto dall’Austria) e lo Stato Pontificio (protetto dai Francesi) e che Garibaldi fosse sostanzialmente un esecutore. Alcuni storici sottolineano i finanziamenti e la copertura navale.
Il quadretto di famiglia inglese andrebbe approfondito, anche se non è questo il luogo per farlo.
Giaime Pintor, antifascista, intellettuale, patriota, operò con gli Alleati e la sinistra italiana si appropriò della sua figura, elevandolo a simbolo.
Operazione ipocrita, come tante altre che troviamo descritte nei volumi di Gianpaolo Pansa, storico che, ovviamente, è inviso a chi non vuole fare i conti con la realtà e, soprattutto, a chi intende mantenere in vita la guerra civile per creare una conventio ad excludendum della destra definita sempre e comunque fascista.
Uccidere per la rivoluzione
Gian Paolo Pansa, nel suo “I vinti non dimenticano” ci fa capire come la Resistenza in Italia abbia avuto come protagonisti principali i comunisti, partendo dagli “spagnoli”, ossia da coloro che avevano già fatto la guerra contro Franco.
Secondo Pansa i comunisti “dopo la sconfitta nella guerra di Spagna, vogliono a ogni costo una rivincita. E sarà questa la causa di molti errori e di non pochi delitti. Ma senza di loro, per il PCI l’inizio della guerra civile sarebbe stato molto più lento e assai meno incalzante”.
Del resto, ci dice Pansa, “dopo l’8 settembre 1943, i comunisti sono gli unici in grado di muoversi subito”. Gli altri antifascisti che decidono di contrastare con le armi i tedeschi e i repubblichini devono organizzarsi e spesso lo fanno con difficoltà, mentre, sostiene Pansa il “PCI invece ha già stabilito che cosa fare. Come racconto in due capitoli di questo libro – afferma Pansa riferendosi al testo “I vinti non dimenticano” – decide che bisogna uccidere subito il maggior numero di fascisti, soprattutto quelli di terza e quarta fila, i più indifesi. Senza preoccuparsi delle rappresaglie, vale a dire delle fucilazioni decise dai comandi della RSI. I capi comunisti, a cominciare da Longo e Secchia, sono rivoluzionari che conoscono sino in fondo l’importanza del cinismo. E pensano: più brutale sarà la reazione dei fascisti di fronte agli omicidi compiuti dai Gap, più la guerra civile si estenderà. È una previsione azzeccata, che farà scorrere fiumi di sangue”.
“Che cosa vogliono fare i comunisti una volta liberata l’Italia dai tedeschi e dai fascisti? La risposta – scrive Pansa – è talmente ovvia da sembrare banale: vogliono conquistare il potere con le armi e fare del nostro paese uno Stato satellite dell’Unione sovietica. Non occorre essere docenti di Storia contemporanea per sapere che questa è la verità. Eppure le tante sinistre italiane, tutte figlie o nipoti del vecchio Pci, ancora nel 2010 continuano a negare l’evidenza”.
E qui arriviamo al nodo della Resistenza tradita e della rivoluzione mancata che alimenta, ancora oggi, chi non vuole chiudere la guerra civile, usando l’antifascismo come grimaldello per stare incollato al potere.
Gli anticomunisti nemici da eliminare
Nella logica della conquista rivoluzionaria del potere, le parti resistenziali rivoluzionarie, ci spiega Gianpaolo Pansa, considerano tutti coloro che non sono in linea con la logica rivoluzionaria nemici da uccidere.
“Nemici da uccidere – scrive Pansa nell’opera più volte citata – sono anche i partigiani bianchi, i militari anticomunisti che hanno combattuto insieme agli Alleati, gli antifascisti liberali, i possidenti, i sacerdoti, i politici moderati, i socialisti riformisti. Se è stata evitata una liquidazione di massa, molto più pesante dei 20 mila uccisi dopo il 25 aprile 1945, lo dobbiamo soltanto alla presenza in Italia delle truppe americane e inglesi. Nel caso che al loro posto ci fossero stati i reparti sovietici o di Tito, come è avvenuto in altre aree dell’Europa, anche il nostro paese non avrebbe evitato un colossale bagno di sangue. E subito dopo ci sarebbe stato l’inizio di un regime autoritario comunista”.
In questo scavo storico, Pansa ha trovato una fonte di notizie nel testo: “Il triangolo della morte. La politica della strage in Emilia durante e dopo la guerra civile”, un saggio storico del 1992 scritto da Giorgio Pisanò e Paolo Pisanò, pubblicato da Mursia (collana “Testimonianze fra cronaca e storia”).
L’espressione “Triangolo della morte” (noto anche come Triangolo rosso) identifica una zona dell’Emilia-Romagna compresa principalmente tra le province di Bologna, Modena e Reggio Emilia.
Tra il 1943 e il 1948, quest’area fu teatro di una lunga scia di omicidi politici e vendette extragiudiziali perpetrate da gruppi ed ex elementi della Resistenza di matrice comunista (come le SAP e i GAP).
Tra le vittime vi furono: ex esponenti e simpatizzanti del regime fascista e della Repubblica Sociale Italiana (RSI); proprietari terrieri, imprenditori e benestanti locali; sacerdoti (tra cui don Umberto Pessina e don Mario Tosi), partigiani non comunisti, esponenti cattolici o dissidenti politici accusati di ostacolare il disegno politico del PCI.
Pubblicato nel 1992 dall’editore Mursia, il saggio ebbe un notevole impatto mediatico ed editoriale, contribuendo a riaprire un acceso dibattito politico e storiografico sui cosiddetti “crimini partigiani” e sulla memoria della guerra civile in Italia.
I sostenitori del libro (e successivamente di filoni pubblicistici analoghi, come quelli di Giampaolo Pansa nei primi anni 2000) lo considerarono una rottura necessaria rispetto a una storiografia giudicata “monolitica” o reticente sugli eccessi della Resistenza.
Il volume è reperibile al link: https://archive.org/details/iltriangolodellamorte
La Resistenza come guerra civile

Al riguardo della Resistenza come guerra civile, l’opera di Claudio Pavone (Una guerra civile. Saggio storico sulla moralità nella Resistenza, 1991) ha segnato uno spartiacque accademico.
Pavone, storico ed ex partigiano, ha sdoganato a sinistra il termine “guerra civile”, contestando la retorica fino ad allora prevalente che descriveva il 1943-1945 unicamente come “lotta di liberazione nazionale” contro il tedesco occupante.
A oltre ottanta anni di distanza è necessario un ripensamento della Resistenza, sulla quale tutti mostriamo troppo facili certezze. Si tratta, soprattutto, di riconoscere a questi fatti la loro dignità di grande evento storico, sottraendoli ai ricorrenti rischi della retorica celebrativa o alle strumentalizzazioni di parte spesso riduttive e liquidatorie.
Il libro affronta temi cruciali legati al passaggio dall’Italia fascista all’Italia del dopoguerra visti sotto il profilo della “moralità” operante nei protagonisti.
Nell’analisi degli eventi tra il settembre 1943 e l’aprile 1945, Claudio Pavone distingue tre aspetti: la guerra patriottica, la guerra civile e la guerra di classe – «tre guerre» che sono spesso combattute dallo stesso soggetto – introducendo così una novità interpretativa in grado di cogliere tutte le sfumature e di attraversare orizzontalmente una realtà storica di estrema complessità.
Gli argomenti presi in esame – tra i quali l’eredità della guerra fascista, il dissolversi delle certezze istituzionali, le fedeltà e i tradimenti, il valore fondante della scelta, il rapporto fra le generazioni, l’utopia e la realtà, il grande nodo del la violenza – ci costringono a riflettere su alcune questioni brucianti e sempre attuali, prima fra tutte quella del rapporto tra la politica e la morale nella vicenda storica.
Per Pavone la violenza partigiana va contestualizzata nel clima di imbarbarimento prodotto dal fascismo e dall’occupazione nazista.
Pisanò, uscito solo un anno dopo (1992), rifiuta la griglia interpretativa di Pavone: per lui la violenza comunista non è il risultato contingente della brutalizzazione della guerra, ma la prova di una colpa politica sistemica orchestrata dalle strutture del PCI.
Il rapporto tra “Il triangolo della morte” e le successive opere di Giampaolo Pansa (a partire da “Il sangue dei vinti” del 2003) è di vera e propria continuità di contenuti, ma con un cambio di formato e di target.
Gran parte degli episodi, dei nomi e dei casi giudiziari narrati da Pansa negli anni 2000 erano già stati censiti e pubblicati da Giorgio Pisanò negli anni ’60 (con la “Storia della guerra civile in Italia”) e ribaditi nel saggio del 1992. Pansa stesso ha riconosciuto in più occasioni il lavoro di scavo documentario svolto da Pisanò.
Mentre il libro di Pisanò manteneva l’impostazione di un’inchiesta giudiziario-politica schierata a destra e rivolta a un pubblico già politicizzato, Pansa ha ripulito il linguaggio dalle scorie ideologiche neofasciste, trasformando quelle vicende in storie di sofferenza umana e rendendole accessibili al grande pubblico.
Si può dire che Pisanò stia “nel mezzo” in termini cronologici e metodologici: ha fornito il materiale grezzo e le tesi polemiche contro la Resistenza rossa prima che Pavone legittimasse scientificamente lo studio delle violenze e delle contraddizioni interne alla guerra civile, e prima che Pansa trasformasse quel materiale revisionista in un fenomeno di costume letterario e mediatico.
L’antifascismo come espressione della finanza globalista

Per capire come l’antifascismo sia diventato il collante per il potere di un mondo progressista di nome e regressista di fatto, prono alle logiche della finanza internazionale, è utile tornare con la memoria a Pierpaolo Pasolini e al suo: “Il Fascismo degli antifascisti” (Garzanti), raccolta di suoi testi scritti tra il settembre 1962 e il febbraio 1975.
Scrive Pasolini: “Ecco perché buona parte dell’antifascismo di oggi, o almeno di quello che viene chiamato antifascismo, o è ingenuo e stupido o è pretestuoso e in malafede: perché dà battaglia o finge di dar battaglia ad un fenomeno morto e sepolto, archeologico appunto, che non può più far paura a nessuno. È, insomma, un antifascismo di tutto comodo e di tutto riposo. Io credo, lo credo profondamente, che il vero fascismo sia quello che i sociologi hanno troppo bonariamente chiamato «la società dei consumi». Una definizione che sembra innocua, puramente indicativa. Ed invece no. Se uno osserva bene la realtà, e soprattutto se uno sa leggere intorno negli oggetti, nel paesaggio, nell’urbanistica e, soprattutto, negli uomini, vede che i risultati di questa spensierata società dei consumi sono i risultati di una dittatura, di un vero e proprio fascismo”.
“Questo nuovo fascismo sostiene Pasolini -, questa società dei consumi, invece, ha profondamente trasformato i giovani, li ha toccati nell’intimo, ha dato loro altri sentimenti, altri modi di pensare, di vivere, altri modelli culturali. Non si tratta più, come all’epoca mussoliniana, di una irregimentazione superficiale, scenografica, ma di una irregimentazione reale che ha rubato e cambiato loro l’anima. Il che significa, in definitiva, che questa «civiltà dei consumi» è una civiltà dittatoriale. Insomma se la parola fascismo significa la prepotenza del potere, la «società dei consumi» ha bene realizzato il fascismo”.
Pasolini era un intellettuale radicale, marxista eretico, fortemente critico sia del fascismo storico sia del PCI e dell’antifascismo ufficiale degli anni Sessanta-Settanta. Non era un “anti-antifascista”: detestava il fascismo in tutte le sue forme, vecchie e nuove, e vedeva nell’omologazione consumistica la minaccia più grave.
La denuncia del fascismo degli antifascisti è profetica, in quanto il progressismo consumista e globalista si è dimostrato essere esattamente quel fascismo del quale parlava Pasolini.
Che cosa è il pensiero unico politicamente corretto se non fascismo?
Pasolini aveva in mente qualcosa di preciso e piuttosto radicale quando parlava del «nuovo fascismo». Scriveva di un potere senza volto, senza camicie nere e senza manganello: la società dei consumi che, a partire dagli anni Sessanta, stava omologando l’Italia.
Un potere capace di cancellare le differenze culturali, le tradizioni popolari, i dialetti, i corpi e i comportamenti non standardizzati, sostituendoli con un modello unico di vita basato su consumi, edonismo e conformismo. Per lui questo era più pericoloso del fascismo storico perché agiva dall’interno delle persone, trasformandole in consumatori uniformi.
In questo senso la sua analisi mantiene una forza notevole ancora oggi. Molti fenomeni contemporanei possono essere letti attraverso quella lente: l’omologazione culturale e linguistica (tutti parlano e pensano in modo sempre più simile); la pressione a conformarsi a determinati stili di vita, gusti, opinioni “accettabili”; il ruolo dei media e delle piattaforme digitali nel plasmare desideri e comportamenti su scala di massa; la tendenza a trattare il dissenso non come legittima differenza, ma come qualcosa da correggere o neutralizzare.
La sua denuncia può essere considerata profetica in quanto descrive meccanismi di omologazione e di potere soft che sono effettivamente diventati dominanti.
Il progressismo che è regressione, in questo quadro profetico, è fascismo.
Antifascismo come colla per il potere
Gianpaolo Pansa, nel suo: “I vinti non dimenticano”, scrive: “Fanno pena le sinistre con la retromarcia perennemente innestata. Anche quelle che si dicono riformiste parlano un linguaggio da anni Cinquanta”.
“In realtà – continua Pansa – le sinistre odierne temono un’altra cosa: il crollo della retorica resistenziale, la cosiddetta vulgata, che hanno sempre difeso e praticato. E di conseguenza paventano di dover riconoscere la grande bugia spacciata per anni ai loro tifosi. Con il rischio di perdere altri voti. È un terrore che li spinge a non voler sapere nulla di quanto ormai si trova nei libri di storia. Per esempio, ciò che ha scritto negli anni Sessanta il compagno Secchia: «Particolarmente importante, come indice del nostro orientamento, mi sembra il fatto che già nel settembre 1943 noi sottolineassimo che il nostro obiettivo era la lotta per una democrazia popolare. In seguito si parlerà di democrazia progressiva. Ma sin dall’inizio il nostro obiettivo era chiaro ed esplicito: noi comunisti non ci battevamo per ritornare alla democrazia prefascista»”.
“La cultura dominante in Italia – aggiunge Pansa – continua a essere quella dei vincitori, e dei vincitori rossi. Ai loro occhi gli sconfitti non esistono. Non devono parlare. Non devono scrivere. Non devono nemmeno ricordare. Ma non è possibile costringere tutti nella gabbia di ferro della dimenticanza e del silenzio. Anche perché la memoria non la si può imprigionare. […]. Mi sono stancato di distinguere tra morti buoni e morti cattivi. Il mio revisionismo sta tutto qui. Ogni tanto incontro qualcuno che mi dice: il morto fascista era cattivo perché voleva la dittatura di Hitler. In quel caso replico: il morto comunista che voleva la dittatura di Stalin era buono, forse?”.
Su questa considerazione di Pansa è necessario riflettere, perché se qualcuno ancora oggi a chiedere patenti di antifascismo, allora a questo qualcuno si dovrebbero chiedere patenti di anticomunismo.
Tuttavia, e qui sta il nodo principale della questione, è ora di chiudere la guerra civile e di fare dell’Italia un Paese normale, dove destra e sinistra si confrontano sulle cose da fare e sulle prospettive da dare al Paese.
Il Parlamento europeo ha adottato risoluzioni che condannano i regimi nazisti e fascisti e quelli comunisti totalitari in termini simili, trattandoli entrambi come fonti di crimini di massa, genocidi, deportazioni e violazioni sistematiche dei diritti umani, da ricordare e condannare allo stesso modo nel contesto della memoria europea.
Lasciamo, finalmente, la storia agli storici e facciamo della politica attuale un terreno di confronto democratico.
[i] Martiri ed eroi della nuova Italia, in “Rinascita”, a. I, n. 2, luglio 1944, pp. 13-14.





