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ANATOMIA DEI SOCIAL E DEGLI ISTERISMI

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Anatomia di un anno isterico: tribù, algoritmi, antisemitismo e istruzione emotiva nell’era dei social
La scena è sempre la stessa.

Uno schermo acceso. Un dito che scorre. Un video di trenta secondi che promette di spiegare il mondo. Poi un altro. E un altro ancora. Alla fine non sai più se stai guardando una guerra, una protesta, una teoria politica o una pubblicità mascherata da indignazione. Sai solo che sei stanco. E arrabbiato.
Quest’anno li abbiamo visti tutti: i filoputin, i pro-Pal, gli antisistema, gli anticapitalisti, i woke, i nostalgici dell’ordine, i conformisti silenziosi. Comunisti che non leggono Marx, fascisti che non hanno letto Gentile, rivoluzionari con l’iPhone in mano e reazionari che usano le stesse frasi degli influencer motivazionali.
E poi ci sono loro, sempre presenti e sempre negati: gli antisemiti. Quelli dichiarati e quelli mimetici. Quelli ideologici e quelli opportunisti. Quelli che non si chiamano mai così.
Nel mezzo, come sempre, l’insalata, il pecorino e la lasagna: metafore culinarie perfette per descrivere un ecosistema informativo che non nutre più, ma sazia per pochi secondi.
Non è una battaglia di idee. È una battaglia di identità. E, soprattutto, è una battaglia che conviene a qualcuno.
Il paradosso delle due facce
Prendiamo i due fenomeni che più hanno incendiato il discorso pubblico: il mondo filoputin e quello pro-Pal. In superficie non potrebbero essere più distanti. L’uno difende o giustifica un’autocrazia armata, l’altro denuncia un conflitto coloniale e una tragedia umanitaria. Cause diverse, storie diverse, responsabilità diverse.
Eppure, online, spesso si somigliano.
Non nei contenuti, ma nella forma.
Non negli obiettivi, ma nel modo di raccontarli.
Entrambi parlano la lingua dell’assoluto. Entrambi costruiscono una divisione netta: chi sta dentro e chi sta fuori, chi ha “capito” e chi è “complice”. Entrambi diffidano dei media tradizionali, degli esperti, delle istituzioni. Entrambi usano frammenti di realtà – video, immagini, frasi estrapolate – come prove definitive, senza contesto, senza tempo, senza contraddittorio.
Ed è proprio in questo spazio di assolutizzazione che l’antisemitismo trova ossigeno.
Gli antisemiti: non una tribù, ma un riflesso
L’errore più grave è considerarli un gruppo a parte.
Non lo sono.
L’antisemitismo oggi funziona come un riflesso condizionato: emerge quando serve un colpevole universale, un burattinaio invisibile, un simbolo su cui scaricare la complessità del mondo.
I filoputin lo usano quando parlano di “élite globali”, “finanza internazionale”, “decadenza occidentale”. Non serve mai dire “ebrei”: basta l’allusione, il codice, il sorriso ammiccante.
Una parte del mondo pro-Pal lo attiva quando la critica legittima a uno Stato si trasforma in demonizzazione di un popolo, quando Israele smette di essere un soggetto politico e diventa un’entità metafisica, malvagia per definizione.
Gli antisistema lo recuperano come spiegazione finale: se tutto è truccato, qualcuno deve pur tirare i fili.
L’estrema destra lo usa in modo più esplicito, come tradizione mai davvero archiviata.
L’estrema sinistra, quando perde l’analisi economica, scivola nel nemico simbolico.
La differenza non è se compare. È come viene mascherato.
Reazioni a confronto: come si comportano gli altri gruppi davanti all’antisemitismo
Ed è qui che le tribù si rivelano.
I filoputin raramente si dichiarano antisemiti. Preferiscono negare il problema, minimizzare, spostare il focus: “non è antisemitismo, è critica all’élite”, “non c’entra niente con gli ebrei, è geopolitica”. La parola viene evitata, ma il sottotesto resta.
Nel mondo pro-Pal, la reazione è più ambigua e dolorosa. Una parte respinge l’antisemitismo con forza, cercando di distinguere tra popolo e governo, tra critica e odio. Un’altra parte, però, reagisce accusando chi segnala derive antisemite di “strumentalizzare”, di “zittire”, di “difendere il genocidio”. Qui l’antisemitismo non è sempre intenzionale, ma diventa tollerato in nome della causa.
Gli antisistema lo assorbono come una spugna. Non perché tutti lo condividano, ma perché non hanno anticorpi concettuali. Se tutto è falso, allora anche l’accusa di antisemitismo può essere liquidata come “arma del sistema”.
I fascisti lo riconoscono, lo normalizzano o lo rivendicano. Per loro non è un problema, è un’eredità.
I woke, paradossalmente, entrano in crisi. Difendono le minoranze, ma faticano a collocare gli ebrei nel loro schema: troppo bianchi per essere vittime, troppo storicamente perseguitati per essere ignorati. Ne nasce un silenzio imbarazzato o una doppia morale.
I conformisti, infine, abbassano il volume. Non per malizia, ma per stanchezza. E questo silenzio, involontariamente, diventa spazio libero per chi urla.
Il vero collante: l’antisistema emotivo
La parola “antisistema” viene usata come un insulto o come una bandiera. Ma oggi non descrive più una posizione politica coerente. Descrive uno stato emotivo.
Antisistema significa soprattutto questo:
“Non mi fido di chi mi parla dall’alto, mi fido di chi parla come me.”
In questo clima, l’antisemitismo è perfetto perché è antico, flessibile, adattabile. Cambia volto, ma non funzione. Offre una spiegazione semplice a problemi complessi. E quando viene denunciato, può sempre fingersi un fraintendimento.
I conformisti invisibili
Nel frattempo c’è una maggioranza silenziosa che viene liquidata come “conformista”.
Ma spesso è solo esausta.
Esausta di doversi giustificare se rifiuta le semplificazioni.
Esausta di essere accusata di complicità se chiede precisione.
Esausta di un dibattito in cui ogni parola pesa come una dichiarazione di guerra.
Questa maggioranza non produce contenuti virali. Non polarizza. Non estremizza. Per questo sparisce dai feed. E la sua assenza fa sembrare l’odio più diffuso di quanto sia, ma anche più legittimo.
Istruzione: il punto cieco
Non è una questione di titoli di studio.
È una questione di alfabetizzazione morale e mediale.
Saper distinguere tra:
critica politica e odio etnico,
responsabilità storica e colpa collettiva,
indignazione e manipolazione.
Senza queste distinzioni, l’antisemitismo non viene riconosciuto perché non si presenta più come odio, ma come “opinione”.
I social: l’ambiente ideale
TikTok accelera l’emozione.
Telegram radicalizza senza contraddittorio.
X trasforma ogni accusa in uno scontro pubblico.
Instagram estetizza anche l’odio, se ben confezionato.
In questo ecosistema, l’antisemitismo non ha bisogno di gridare. Gli basta scivolare.
Epilogo: il ritorno della complessità
Forse il vero segnale d’allarme di questo anno non è la presenza degli antisemiti.
È la difficoltà crescente a riconoscerli.
Quando l’odio si mimetizza nel linguaggio della giustizia, quando il pregiudizio si traveste da analisi, quando il silenzio diventa una strategia, significa che il problema non è più ai margini.
Spegnere lo schermo non risolve tutto.
Ma aiuta a ricordare una cosa semplice e scomoda:
la realtà non ha bisogno di un nemico unico per essere spiegata.
E forse, oggi, il gesto più radicale non è scegliere una tribù.
È rifiutare la scorciatoia.

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  • Redazione

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