
di Antonio Foccillo
Un nuovo sciopero generale è stato indetto da Uil e Cgil, oggi 17 novembre.
Non voglio entrare nel merito dei contenuti o sulla solita diatriba sulla quantità dei partecipanti, ma constato che, ancora una volta, il movimento sindacale, è arrivato diviso a questo appuntamento.
Certamente bisogna valutare se dipende da chi si è tirato indietro o chi non ha fatto di tutto per raggiungere una posizione unitaria. E così si è persa un’occasione per riunificare il movimento sindacale.
Comunque il gruppo dirigente del sindacato, da oggi, ha l’obbligo di rappresentare tutto il sindacato e ritrovare il gusto dello stare insieme, partendo dalle lezioni del passato.
Senza la memoria storica di cosa si è stati, si diventa privi di valori e di insegnamenti per il presente e per il futuro. Senza il passato si è come un corpo senza sangue e senza cervello.
Non ci si può inorgoglire al punto tale che impunemente si arrivi ad affermare: la storia inizia con noi.
La ricchezza culturale, morale, etica di un popolo trae alimento dai grandi ideali, sacrifici e testimonianze del passato.
Proprio dalla evoluzione strategica e dal percorso ideale si possono trarre i valori, la cultura e le linee per tracciare il cammino futuro, anche perché rileggendoli ci si accorge che essi sono più che attuali.
Bisogna dare interesse e motivazione alla militanza sindacale che significa appunto avere conoscenza della propria storia, avere valori saldi e principi forti, perché difendere la propria bandiera ideale è un modo per ritenere la propria vita utile non solo a sé stessi, ma soprattutto agli altri.
Tutto ciò ci porta a considerare i grandissimi sacrifici di uomini e donne che hanno realizzato in questo paese un livello di democrazia, partecipazione, tutele e diritti garantiti per i cittadini e per i lavoratori e com’è oscuro affrontare il futuro senza tenerne conto e senza seguire il loro esempio in un momento, in cui il governo e la sua leadership mette tutto in discussione, decide tutto unilateralmente, modificando le tutele delle persone e contemporaneamente limita anche il diritto alla partecipazione ed al confronto.
Il nostro paese ha avuto la fortuna di avere uomini e donne che hanno lottato con grande eroismo, in alcuni momenti hanno subito il carcere e si sono battuti per affermare le loro idee, per rendere il popolo italiano libero, per trasmetterci quei grandi valori e quei grandi ideali di libertà e giustizia di cui erano portatori.
È stato un grandissimo patrimonio donato al popolo italiano e ai lavoratori.
A quegli uomini e a quelle donne, che sono stati, per tanti, maestri di vita e che hanno trasmesso la voglia di militare nelle organizzazioni sindacali, nei partiti, per rafforzare la partecipazione democratica, dobbiamo tanta riconoscenza.
Il nostro Paese, grazie a loro, è pluralista, democratico, civile e ricco di cultura.
Oggi viviamo in un paese dove si è giunti alla costituzionalizzazione di una dottrina economica di parte i cui fondamenti sono il pareggio di bilancio, l’esclusione dello Stato dall’economia, l’idea mistica delle privatizzazioni e l’assoluto divieto di ricorrere al debito come strumento di sviluppo.
Tutto ciò sfacciatamente ignorando che la democrazia è basata sulla normalizzazione del conflitto fra le parti e sull’apertura alla cittadinanza del dibattito circa il percorso da intraprendere.
La messa in mora di tali processi e strumenti di coercizione decisionale indebolisce anche i sindacati, rimasti a lottare su scala nazionale contro sempre più stringenti e inappellabili “raccomandazioni” europee che vedono nell’abbassamento dei salari e nella precarizzazione dell’occupazione l’unico metodo per recuperare competitività; che rendono fatue le lotte dei movimenti per il beni comune, costringendo gli Stati a svendere infrastrutture e servizi pur di abbattere il debito e garantire la libera concorrenza, secondo le logiche vigenti del mercato unico.
Bisogna ridare motivazione alle persone, dimostrare loro che possono essere proprietarie del loro futuro, attraverso l’impegno personale. A volte basta anche l’impegno di uno, anche quello più piccolo, per smuovere gli altri, per rimettere in moto l’intera società.
In questo processo è ancora fondamentale il ruolo del sindacato e si dimostrare che è sbagliata la descrizione di un sindacato che ormai rappresenta la storia passata.
Il sindacato è stato e continua ad essere un vigoroso strumento di questa democrazia, dal dopo-guerra, quando i lavoratori si sono rimboccati le maniche e hanno lavorato, prima, per difendere le fabbriche durante il regime fascista e poi, per costruire benessere, civiltà, democrazia e pluralismo.
Il sindacato ha difeso questo paese, quando le istituzioni sono state aggredite dal terrorismo e si è impegnato a sostenere l’ingresso dell’Italia in Europa.
Il sindacato ha dimostrato che le grandi idee, i grandi obiettivi, come quelli dell’Europa unita, della difesa delle istituzioni, del miglioramento delle condizioni di vita, del rilancio dell’economia hanno trovato un ampio consenso e partecipazione, pur a fronte di tanti sacrifici.
Negli anni (dal 2000 fino ad oggi) si è verificata, su scala mondiale, una sostanziale retrocessione dei diritti del lavoro, a tutto vantaggio del capitale finanziario.
Oggi, ancora più di ieri bisogna essere in grado di cogliere fino in fondo i processi che quotidianamente avvengono nella società per impostare l’attività in modo più funzionale alla realtà in atto e quindi svolgere la funzione più ampia, veramente politica, di aver cura degli interessi generali del Paese.
Ci si deve porre il problema di com’essere all’altezza del cambiamento e come attualizzare le strategie rivendicative e sociali, ricercando nella società aggregazioni, senza mai rinunciare alla capacità di accompagnarle con principi di progresso e giustizia sociale.
Si deve essere capaci di far crescere nuove forme di dialogo e partecipazione.
Si deve, con molta umiltà, riprendere il cammino per stimolare la partecipazione e comprendere a fondo le trasformazioni, quelle avvenute e quelle in atto.
Non bisogna assumere questo metodo solo perché piace, ma perché accomuna la voglia di modernizzare, di migliorare, di cambiare questo paese, per portarlo nel cuore come simbolo di ognuno di noi.
Il sindacato confederale si distingue da quello corporativo per la sua capacità di agire strategicamente tenendo conto dell’insieme della società e non delle corporazioni d’interessi, utilizzando la strategia del riformismo, come dalla piattaforma dell’Eur in avanti si scelto.
Negli anni 50 proprio nel momento in cui si divideva il sindacato – da uno sono stati fondati tre sindacati – i padri fondatori hanno puntato su grandi valori: l’autonomia, l’unità, il pluralismo e il confronto non ideologico. Bisogna ripartire da lì.
Il Sindacato, dopo lo sciopero ha ancora di più la responsabilità di individuare nuove strategie e se si vuole proporre come un soggetto moderno deve discutere, deve ragionare, non può avere nemici da mettere al bando, ma solo interlocutori.
Il sindacato deve confrontarsi, partecipando e convincendo con le proprie idee. Per questo deve aprirsi alla società e dialogare con tutti perché dietro la protesta, spesso se non c’è un progetto di arrivare ad una società più giusta e più equa si rischia di vanificare anche la lotta.
Il sindacato deve, quindi, prendere atto del mutato scenario politico, per lanciare nella mischia una proposta che costringa soprattutto il governo a confrontarsi, cosa che negli ultimi tempi non è avvenuto.
Il sindacato deve ripensare le proprie strategie, poiché ruolo e natura sono inalterabili e non si deve porre il problema della collocazione ma deve, invece, elaborare una propria autonoma proposta e, sulla base di questa, condizionare il dibattito politico, costringendo la politica ad inseguirlo su proposte innovative e condivise, idee alternative che, in democrazia, il sindacato può affermare tra i lavoratori ed i cittadini, anche se ovviamente non esclusivamente, attraverso l’organizzazione di espressioni di dissenso pacifiche e simboliche.
Solo una proposta forte, articolata e condivisa può sfuggire alla logica del bipolarismo.
Questa, caratterizzandosi per il merito, guadagna l’autorevolezza che deriva dall’essersi generata autonomamente, senza passare per vie collaterali ed evidenziandone gli aspetti innovativi, l’impatto nella dinamica sociale, in tutti i suoi aspetti.
Si richiede, quindi, uno sforzo elaborativo per il sindacato perché se si dovesse limitare al quotidiano non lo potrebbe fare.
Diritti contrattuali, stato sociale, welfare (sanità, previdenza, fisco) e salari adeguati, come pure un lavoro stabile e duraturo sono qualcosa sul quale il sindacato deve elaborare una progettualità, per acquisire consenso nella società.
È necessario un sindacato che non abbia l’obiettivo di sostituirsi alla politica, ma di dare alla politica contributi e stimoli innovativi, che diventino opzioni, modelli alternativi sui quali la politica è costretta a confrontarsi.
Poi si vedrà se sarà la sinistra o la destra a rispondere, anche se appare evidente che su alcune materie la sinistra dovrebbe essere più sensibile.
Ma deve essere la pratica quotidiana a dirlo. È la politica che deve dimostrare di credere in alcuni principi e darne seguito.
Impostare questa nuova strategia significa tanto lavoro unitario, però è un’occasione di grande fermento di democrazia e di partecipazione. E fino a quando ci saranno queste possibilità, questo paese sarà forte .
Ma la azione sindacale deve essere in grado di collegare ogni fatto, ogni lotta, ogni rivendicazione ad un valore e ad un ideale: guai se si abbandonassero!





