
Al raduno di lunedi a Berlino erano presenti circa 5.000 trattori e macchine agricole provenienti da tutta la Germania.
Salito sul palco per rivolgersi ai dimostranti, il ministro delle Finanze, il liberale democratico Christian Lindner, è stato accolto dai fischi e ha potuto iniziare il suo discorso solo dopo l’intervento di Joachim Rukwied, Presidente dell’Associazione tedesca degli agricoltori (DBV), che ha placato gli animi dei manifestanti. Il discorso è stato comunque accompagnato da urla, fischi e rombi di clacson.
In Romania gli agricoltori si sono uniti alle proteste, bloccando le strade con i loro mezzi nella capitale, Bucarest. Il principale motivo della protesta è l’inflazione, che ha portato a notevoli aumenti dei costi per assicurazioni, carburanti e fertilizzanti. Inoltre, i produttori lamentano il favoritismo nei confronti delle imprese straniere, che stanno mettendo a dura prova le aziende rumene, portandole, in alcuni casi, al fallimento.
La rabbia dei produttori è così intensa che alcuni di loro hanno tentato di superare i blocchi stradali vicino a Bucarest per raggiungere i palazzi del governo.
I manifestanti si sono riuniti anche nelle zone di confine, bloccando temporaneamente la frontiera nord-orientale con l’Ucraina.
Anche in prossimità del confine bulgaro sono stati segnalati blocchi stradali causati da mezzi pesanti.
Gli agricoltori di Romania e Bulgaria avevano già protestato nei mesi scorsi per le importazioni di grano ucraino esenti da dazi hanno causato un calo dei prezzi e distorcono il mercato. Gli agricoltori affermano che il grano ucraino, più economico di quello prodotto nell’Ue, non transita, ma sta inondando i mercati dell’Europa centrale, facendo scendere i prezzi mentre aumentano i costi dei fertilizzanti e dell’energia.
In fermento è anche la Polonia. ll ministero dell’Agricoltura ha firmato nei giorni scorsi un accordo con un gruppo di agricoltori che avevano inscenato una protesta al confine con l’Ucraina a causa del crollo dei prezzi dallo scoppio della guerra tra Mosca e Kiev. Protestano ancora i camionisti. E’ da novembre che agricoltori e camionisti hanno bloccato i valichi di frontiera, minacciando il flusso di alcuni aiuti in ingresso in Ucraina. Gli agricoltori polacchi lamentano che le importazioni di prodotti alimentari ucraini hanno provocato il crollo dei prezzi, danneggiando i loro redditi, mentre i camionisti sostengono di essere sottoquotati dalle loro controparti ucraine.
Ai valichi di frontiera tra Polonia e Ucraina ci sono code di molti chilometri.
Tra novembre e dicembre il letame è diventato il simbolo della rabbia degli agricoltori francesi. Quintali di sterco, insieme a paglia, pneumatici usati e altri tipi di materiali e rifiuti, sono stati gettati per bloccare gli ingressi di fast food, ma anche di uffici delle imposte e della sicurezza sociale. Bloccate anche alcune importanti arterie stradali.
In Olanda e Belgio le proteste degli agricoltori risalgono addirittura al marzo 2023. In entrambi i casi si è registrata la partecipazione di migliaia di dimostranti.
In Olanda si stima che l’11 marzo 2023, diecimila persone abbiano sfilato per il centro de L’Aia, la città dove ha sede il governo olandese, per opporsi a una misura che, qualora fosse stata approvata, avrebbe acuito gli oneri finanziari per tutti gli agricoltori e allevatori che fanno ricorso a fertilizzanti e reflussi zootecnici contenenti azoto, quest’ultimo ritenuto tra i principali responsabili delle emissioni di gas serra.
Le proteste di questi giorni e di questi mesi stanno cambiando anche gli equilibri politici.
Il movimento dei contadini dei Paesi Bassi è sempre più forte nel contrastare le politiche “green” del governo, tanto che Il Boer Burger Beweging (letteralmente “Movimento civico dei contadini”), un partito populista emergente nel panorama politico olandese, ha ottenuto il 19% dei voti alle elezioni.
Alle elezioni politiche nei Paesi Bassi, il Partito della libertà (Pvv), formazione di destra euroscettica, ha vinto le elezioni.
In Germania, stando ai sondaggi, Alternative für Deutschland si sta assestando sul 25% dei consensi, superando la Csu.
La politica dell’Unione Europea devasta l’agricoltura
Veniamo al cuore della questione. La politica green dell’Unione Europea sta devastando l’agricoltura con una serie di provvedimenti che penalizzano in continuazione il comparto agricolo. L’Ucraina, granaio del mondo, non essendo nell’Unione Europea, non è soggetta ai provvedimenti di Bruxelles.
La promessa di far entrare l’Ucraina nell’Unione Europea apre una questione anche relativa alla Pac.
Varata nel 1962, la politica agricola comune (PAC) ha come obiettivi di: sostenere gli agricoltori e migliorare la produttività agricola, garantendo un approvvigionamento stabile di alimenti a prezzi accessibili; tutelare gli agricoltori dell’Unione europea affinché possano avere un tenore di vita ragionevole; aiutare ad affrontare i cambiamenti climatici e la gestione sostenibile delle risorse naturali; preservare le zone e i paesaggi rurali in tutta l’UE; mantenere in vita l’economia rurale promuovendo l’occupazione nel settore agricolo, nelle industrie agroalimentari e nei settori associati.
La PAC è una politica comune a tutti i paesi dell’Unione europea, gestita e finanziata a livello europeo con risorse del bilancio dell’UE. La PAC 2023-2027 è entrata in vigore il 1º gennaio 2023.
Nell’UE esistono circa 10 milioni di aziende agricole e 22 milioni di persone lavorano regolarmente nel settore, fornendo una grande varietà e abbondanza di prodotti accessibili, sicuri e di buona qualità.
Nell’esercizio finanziario 2019 la Francia era il primo beneficiario della PAC (17,3%), seguita dalla Spagna (12,4%), dalla Germania (11.2%) e dall’Italia (10.4%).
La ripartizione degli aiuti diretti della PAC a livello di imprese mostra un andamento diseguale: il 74,9% dei beneficiari della PAC dell’UE-28 ha ricevuto nel 2019 meno di 5.000 EUR l’anno (la somma totale equivale al 15,1% della totalità degli aiuti diretti stanziati dal FEAGA). Una percentuale molto bassa di aziende (121.844 su un totale di 6,3 milioni, vale a dire l’1,93%) riceve invece oltre 50.000 EUR, con una somma totale equivalente a 12,67 miliardi di EUR (il 30,6% della totalità degli aiuti diretti versati nel 2019).
I paesi con una percentuale più elevata di grandi aziende agricole (o imprese) che beneficiano della PAC sono Danimarca, Regno Unito, Repubblica ceca, Slovacchia e Francia. Detta situazione solleva problemi di legittimità degli aiuti in relazione ai principi applicati a tutti i cittadini (progressività fiscale, lotta alle disuguaglianze e ripresa economica e sociale dalla pandemia).
Un dato che emerge dalle analisi Eurostat è che le aziende agricole europee sono tendenzialmente di piccole dimensioni: il 65% di esse ha meno di 5 ettari di terreno.

L’Ucraina e la logica delle multinazionali
L’entrata in Europa dell’Ucraina cambierebbe completamente le carte in tavola.
Il 13 novembre 2019 la Rada ucraina ha votato un disegno di legge che rende libera la vendita dei terreni agricoli del paese anche alle imprese straniere.
La moratoria alla vendita di appezzamenti era in vigore dal 2002. La misura è stata votata da Servire il popolo, il partito del presidente Volodomyr Zelensky, che dispone della maggioranza assoluta in Parlamento.
La riforma era da tempo auspicata dal Fmi e dalla Banca mondiale oltre che dal Consiglio d’Europa come condizione per continuare a finanziare il piano di prestiti al paese deciso nel 2015.
«Quest’anno – ha commentato Zelensky – effettueremo sicuramente la riforma agraria, che l’anno prossimo ci consentirà di creare un mercato fondiario di 40 milioni di ettari, uno dei migliori al mondo qualitativamente».
Zelensky aveva come riferimento la qualità delle «terre nere» della Rus’, tra le più fertili al mondo: un boccone prelibato per i grandi gruppi mondiali del settore agro-alimentare che attendevano da tempo questa liberalizzazione. Si tratta di gruppi finanziari come i fondi pensioni europei e i giganti americani, russi e cinesi della coltivazione intensiva, pronti ad accaparrarsi i migliori appezzamenti a prezzi che si preannunciavano da svendita.
La massima concentrazione prevista è di 200mila ettari. Dal punto di vista formale, visto che il patrimonio coltivabile del paese supera i 32 milioni di ettari, è poco più dello 0,5%, ma gigantesco se si compara ad altri Paesi, come si è visto nel grafico.
L’Ucraina, con i suoi 32 milioni di ettari arabili di ricco e fertile suolo nero (detto “cernozëm”), dispone dell’equivalente di un terzo di tutto il terreno agricolo esistente in Europa.
Già nel 2016 dieci multinazionali agricole erano giunte a controllare 2,8 milioni di ettari di terre. Nel 2022 le stime parlavano di 3,4 milioni di ettari in mano ad aziende straniere e società ucraine partecipate da fondi esteri. Altre stime arrivano fino a 6 milioni di ettari.
Un’analisi di Open Democracy dell’ottobre 2021 rivelava che dieci aziende private controllavano il 71% del mercato agricolo ucraino, comprese «oltre all’oligarchia ucraina, corporation come Archer Daniels Midland, Bunge, Cargill, Monsanto, Louis Dreyfus e l’azienda statale cinese COFCO». A questa lista vanno aggiunte secondo l’ultimo rapporto in materia dell’ Oakland Institute, multinazionali come la lussemburghese Kernel, la holding americana NCH Capital, la saudita Continental Farmers e la francese AgroGenerations.
Spiccano le aziende europee ed il ruolo della Ue aumenta soprattutto dopo la firma dell’accordo di associazione economica fra Ucraina e l’Unione entrato in vigore nel 2017. Un accordo ritenuto dai critici come grimaldello per favorire l’accesso delle multinazionali occidentali.
Ed eccoci arrivati al punto nodale della questione.
La politica agricola dell’Unione Europea tende a accorpare e verticalizzare le aziende, secondo la logica davosiana del Grande reset, distruggendo la piccola proprietà (ancora oggi prevalente in Europa) per dare spazio alle grandi multinazionali, le quali imporranno le loro logiche economiche e finanziarie.
L’Ucraina, in questo processo di verticalizzazione, ha una grande parte.
In questi ultimi tempi i fondi stanno abbandonando il green e un’Ucraina dove finisca la guerra, oltre ad essere un’occasione per chi investe nella ricostruzione, è anche una grande occasione di investimento in agricoltura.
L’Ucraina in ricostruzione non dovrà, evidentemente, seguire le politiche green europee e sarà una vasta regione di concorrenza per gli agricoltori europei, svantaggiati dai lacci green dell’Unione.
Il tutto a vantaggio delle multinazionali e della finanza.
Gli agricoltori l’hanno capito e, non a caso, si ribellano.





