La “pazienza è finita” da entrambe le parti
Gli scontri di questi giorni non sono, a parere di scrive, un episodio isolato, ma l’ennesimo capitolo di una frattura mai sanata. Siamo di nuovo ai bombardamenti, ai colpi di mortaio, perfino nel mese di Ramadan.
Il cessate il fuoco annunciato dopo l’escalation di ottobre si è rivelato fragile, quasi simbolico. Islamabad parla apertamente di “guerra”, con il ministro della Difesa Khawaja Asif che dichiara finita la pazienza. A Kabul, dove dal 2021 governano i Talebani guidati dal leader supremo Haibatullah Akhundzada, si invoca dialogo. Ma intanto si combatte.
Il Pakistan ha colpito in territorio afghano sostenendo di aver preso di mira basi terroristiche, in risposta a una nuova ondata di attentati suicidi sul proprio suolo. Kabul denuncia vittime civili e minaccia ritorsioni.
Seguono attacchi lungo il confine e l’operazione pakistana “Ghazab lil-Haq”. I raid arrivano fino a Kabul e Kandahar.
Le versioni sui morti divergono, come sempre in questi conflitti: numeri opposti, accuse speculari. Il nodo, però, non è solo militare, è politico e strutturale. Islamabad accusa da anni Kabul di ospitare e sostenere i Tehrik-e-Taliban Pakistan (TTP), i Talebani pakistani responsabili di centinaia di attacchi nel Paese. Kabul respinge le accuse, ma secondo valutazioni riportate anche dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, vi sarebbero legami concreti, inclusa fornitura di armi.
La frontiera tra i due Paesi è storicamente porosa, attraversata da milizie, traffici, famiglie divise e rivendicazioni mai risolte. Dopo il ritiro americano del 2021, grandi quantità di armamenti sono rimaste nella regione, alimentando una nuova fase dell’insorgenza.
Il Pakistan, potenza nucleare con un esercito strutturato, si trova a fronteggiare un nemico asimmetrico, radicato e mobile. L’Afghanistan talebano, meno equipaggiato ma temprato da decenni di guerriglia, gioca su un terreno che conosce bene.
C’è poi una dimensione geopolitica: Islamabad accusa Kabul di essere diventata una “colonia dell’India”, evocando lo spettro dell’accerchiamento strategico.
In questo quadro, ogni attacco non è solo risposta militare, ma messaggio politico. Questa escalation deriva, verosimilmente, come il risultato di tre fattori intrecciati: la questione TTP, che per il Pakistan è una minaccia esistenziale interna; la fragilità del potere talebano afghano, che deve dimostrare forza anche verso l’esterno e l’assenza di una mediazione stabile, dopo che in passato attori come Qatar o Arabia Saudita erano riusciti a contenere le crisi.
Il rischio è evidente: rappresaglie nei centri urbani pakistani, risposta militare più dura, spirale incontrollabile. In un’area già segnata da decenni di guerra, ogni escalation crea spazio per nuove reti jihadiste. Non è solo uno scontro di confine, è un equilibrio instabile tra due Stati fragili in modo diverso: uno forte militarmente ma vulnerabile internamente, l’altro ideologicamente compatto ma economicamente isolato.
E quando la “pazienza è finita” da entrambe le parti, il dialogo diventa parola debole. Ma senza dialogo, la regione entra in una zona d’ombra dove il caos non è un effetto collaterale: diventa il terreno di coltura di tutto ciò che dice di voler combattere.





