
La serie ACAB è un tentativo strenuo e laborioso finalizzato a denigrare le forze dell’ordine ma che alla fine risulta maldestro e fallimentare… e proprio per tale motivo me lo sono pienamente goduto fino alla fine.
Prima di iniziare mi corre l’obbligo di specificare che, avendo gusti cinematografici trucidi, non sopporto le fiction italiane poliziesche buoniste e pallossissime alla Maresciallo Rocca o Commissario Montalbano.
Non ce la faccio proprio. Dopo 10 minuti ronfo beatamente. Al contrario mi piacciono le storie che hanno per protagonisti sbirri duri, controversi e che operano ai limiti della legalità.
Premetto altresì di essermi approcciato alla visione della serie incriminata sgravandomi da tutti i preconcetti derivanti dal bailamme attuale che vede strumentalmente le polizie nell’occhio del ciclone.
Questo per dire che ho assistito allo spettacolo non solo senza alcun pregiudizio, ma addirittura ben disposto.
E quindi?
E quindi “Errare humanum est, perseverare autem diabolicum”, dicevano i latini. “Commettere errori è umano, ma perseverare è diabolico”.
E gli autori di questa serie si sono dimostrati veramente… diabolici. Quasi sarchiaponici.
Eh sì, perché per quanto abbiano cercato di evitarlo con tutte le forze, alla fine hanno commesso lo stesso errore del 2012, anno in cui uscì nelle sale il film ACAB.
E fu un successo!
Ma ciò che fece imbestialire i produttori, fu l’effetto boomerang.
Nato con l’intento di rappresentare i reparti della Celere come una manica di squadristi bruti e violenti, il film, al contrario, finì per far affascinare gli spettatori per quegli uomini che scendevano in battaglia ogni domenica, beccandosi sputi in faccia, sanpietrini in testa e coltellate vigliacche alla gambe.
E gli perdonavano tutto, anche il piacere che provavano, secondo lo sceneggiatore, nello spaccare teste e far saltare denti, sedotti da quello strano miscuglio di giustizieri della notte e legionari romani, da quel mix di fascisti in divisa e proletari incazzati.
Figuratevi che la situazione divenne così paradossale che all’epoca i centri sociali picchettavano gli ingressi dei cinema per impedirne la visione.
Ora, è ovvio che, nell’approntare la serie, sequel proprio di quel film maledetto, non potevano commettere lo stesso errore.
E così, scientemente, come un virus, hanno diffuso l’infamia episodio per episodio.
Il primo valore che andava distorto era quello del cameratismo granitico, quel senso di corpo temprato nella battaglia combattuta fianco a fianco.
Ebbene, la fratellanza nella fiction viene distorta in reticenza e complicità mafiosa. Così come il senso di giustizia si trasforma in senso di vendetta.
Ma non basta.
I poliziotti della squadra malefica, in perenne guerra contro il mondo, vengono sapientemente dipinti come psicopatici con il cuore intossicato e l’anima corrotta.
Esseri squallidi e malinconici che vivono vite private cupe e solitarie.
Insomma, degli sfigati, che quando si riuniscono in branco si trasformano in guerrieri sanguinari e squilibrati rabbiosi.
Li vediamo finanche commettere, con nonchalance, i crimini più assurdi: minacce a mano armata, sequestri di persona e linciaggi.
Ma non basta.
E allora ecco il colpo di genio malefico.
Ne presentano uno pulito, uno che addirittura ha denunciato i suoi colleghi per aver picchiato un arrestato.
Ma alla fine anche quello più pulito c’ha la rogna.
E non solo.
Si scopre anche che l’elemento più debole della squadra, quello con il quale è impossibile non solidarizzare, si rivela il più criminale.
E il gioco è fatto.
Il teorema dimostra forte e chiaro: non se ne salva nessuno!
Guai a provare empatia per gli uomini e le donne in divisa.
L’avete capito, o no?
Tutti i poliziotti sono bastardi.
ACAB!
Ma non puoi imbastire una storia sui reparti anti sommossa, senza creare la sommossa, senza gli avversari.
Altrimenti che storia sarebbe?
E qui casca l’asino… cioè l’ideatore del progetto denigratorio.
Perché l’operazione riuscisse appieno, infatti, avrebbe dovuto rappresentare gli antagonisti dei centri sociali come delle eroiche figure che si battono civilmente per dei nobili ideali.
O gli ultras come dei vivaci e goliardici sportivi.
Ma a quel punto la serie sarebbe stata classificata nel genere comico-demenziale.
Non avrebbe avuto alcun credito. L’idea sarebbe miseramente fallita sul nascere.
Neanche lui se l’è sentita di fare una cazzata del genere.
E allora la piazza che fronteggia i celerini, nella serie, viene riprodotta nel campionario bestiale e subumano che effettivamente è, sia dei truculenti incappucciati dei centri sociali, sia dei trogloditi ultras.
E qui la frittata è fatta, perché nel momento stesso in cui quella teppaglia assalta i poliziotti, per quanto immorali siano, fa così paura che, più o meno consciamente, scatta nello spettatore l’istinto di fare il tifo per i “cattivi”, cioè gli sbirri.
E sapete perché? Perché in quel momento si ricorda della realtà.
E realizza che quel tipo di poliziotti demenziali descritti nel film non esistono, ma al contrario esistono (eccome!) quei delinquenti incappucciati che mettono a ferro e fuoco i quartieri in cui vive.
Per cui, quando le orde attaccano ululanti e i celerini compatti tirano giù la visiera e impugnano lo sfollagente, con buona pace del regista, degli sceneggiatori, dei produttori e dei finanziatori vari, lo spettatore dimentica tutte le cazzate farlocche che hanno cercato di fargli bere fino a quel momento e si schiera con i poliziotti!
Sta con i bastardi! Ed esulta per ogni manganellata!
Per cui… tranquilli. È solo fantascienza.
C’è Star Wars, c’è Alien… e c’è pure Acab.
Fantascienza. Né più, né meno come lo era Gomorra.
Fantascienza indubbiamente criminogena. Ma solo fantascienza.
E se vi piace il genere, estraniatevi e godetevela pure.
Confesso che io, da sbirro, l’ho fatto… e mi è pure piaciuta!
Ed è la cosa peggiore che potessi fargli…





