Home Opinioni A PRESCINDERE DALLA MAGGIORANZA CI VUOLE UNA OPPOSIZIONE NON IDEOLOGICA

A PRESCINDERE DALLA MAGGIORANZA CI VUOLE UNA OPPOSIZIONE NON IDEOLOGICA

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di Giuseppe Augieri
 
Non voglio essere cattivo e men che meno presuntuoso. Ma qualche volta ci vuole.
Tutti a commentare la standing ovation ricevuta da Meloni all’assemblea della Confindustria. Non all’inizio del suo intervento – e dunque con il sospetto di un solo atto di riguardo – ma alla fine di un intervento sottolineato da più applausi. Soprattutto quando, sulla manovra, Meloni dice a Orsini: “Vediamoci subito” dopo aver dichiarato di concordare su alcuni punti strategici e di lunga e forte prospettiva, capaci di incidere profondamente sulla vita dei prossimi 20 anni, come ad esempio sul giudizio degli «effetti disastrosi del Green Deal, frutto di un approccio ideologico» confermando «l’impegno per correggere queste scelte».
E poi «Sono pronta al confronto non solo sulla legge di bilancio, sentendo anche i sindacati. Noi alla fine definiremo quali sono i provvedimenti che possono dare il moltiplicatore maggiore, seguendo l’impostazione che abbiamo avuto in questi anni. Ci saranno queste priorità, quelle che noi abbiamo continuato a indicare».
Dunque «Noi definiremo». «I provvedimenti che possono dare un moltiplicatore maggiore.». «Le priorità sono quelle che abbiamo continuato a indicare.» Ora l’opposizione dichiara inaccettabile questi discorsi: smentendo se stessa e il ritornello che il governo Meloni non aveva alcun programma economico, ma solo un elenco demagogico di cose da propaganda. Ed io a dire – da mesi – che, al contrario, il programma c’era; e non mi piaceva; ed andava contestato in alcune scelte; e la politica economica disegnata era carente non sul piano dei fondamentali economici ma sul welfare. Testardi come muli, ancora ora si sostiene che anche quello accennato in Confindustria non sarebbe un programma. Anche chi è esperto della sola contabilità di un condominio si guarderebbe bene dall’affermarlo. Se la finanza ci assolve – anche con qualche pacca sulle spalle – qualche motivo ci sarà pure.
Non mi piace dirlo: ma avevo ragione io. E ancora si continua ad ignorare la realtà. Le reazioni dell’opposizione sono stizzose ma ancora senza contenuti. Hanno il sapore del populismo e non della programmazione. Questo Governo non aveva alcuna idea del cosa fare? Peccato che qualcosa – non poco, anzi tantissimo – l’abbia fatto e qualcuno cominci a leccarsi le ferite. E gli incontri con Draghi sono un altro segnale, non raccolto. Meloni non ha l’idea di Paese: lo dice Calenda e, siccome la frase suona bene, lo ripetono in tanti. Bisogna essere ciechi per non vedere come stanno le cose.
Oggi, al di la di fumoserie, nessuno sarà più in grado di mettere in discussione, nella sostanza, ciò che Meloni intende fare. Peccato: c’era tempo e modo per fare cose serie. Perché qualche idea buona, anzi più che buona c’è, e non necessitava – prima ed ora – di essere contestata “a prescindere”. Invece le carenze sono tante: lì bisognava appuntare l’attenzione e l’azione, capendone la compatibilità con un progetto più generale, senza perdersi in critiche infantili. Ancora sulla tassazione degli extraprofitti bancari, per esempio. Perché fa immagine di “sinistra”. Ignorando i veri effetti.
Lo stesso, identico errore di sottovalutazione, si sta facendo sulla nomina di Fitto. Anche su questo versante, temo, si pagherà il ritardo di una riflessione seria.
«L’esperienza è quella cosa meravigliosa che ti permette di riconoscere un errore ogni volta che lo commetti di nuovo» dice un vecchio adagio. Il problema è che c’è troppo sufficienza anche per riconoscere che c’è stato, nel passato, un errore. Perciò, paradossalmente, non c’è esperienza. E dunque non c’è speranza.
 

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  • Redazione

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