
di Antonello Tomanelli
Questa è la faccia di Thomas Jolly, il direttore artistico della cerimonia inaugurale dei Giochi della XXXIII Olimpiade, che per rappresentare l’Ultima Cena di Leonardo ha utilizzato una trans obesa al posto di Gesù, con i discepoli sostituiti dai figuranti di un Gay Pride. Mai cognome fu così attinente alla cultura woke.
Quando i vescovi francesi hanno visto l’imbarazzante performance, sono andati su tutte le furie. Ma Jolly non si è scomposto minimamente e in conferenza stampa ha risposto: «Non volevo essere sovversivo, né scioccare nessuno. Semplicemente, in Francia abbiamo il diritto di amarci, come vogliamo e con chi vogliamo. Volevo rappresentare idee di inclusività, di gentilezza, di generosità, di solidarietà, idee di cui penso di avere un disperato bisogno».
Che Jolly avesse un disperato bisogno di qualcosa, lo si intuiva anche senza una conferenza stampa. Tuttavia, è interessante notare come questo genio sconosciuto, che è riuscito ad inorridire persino i musulmani, nel giro di poche ore, forse indotto da chissà quali pressioni, abbia completamente cambiato la narrazione: «Vi sbagliate, non volevo rappresentare l’Ultima Cena, ma una festa pagana». Insomma, secondo questo Jolly, nella sua performance non vi sarebbe traccia del capolavoro di Leonardo.
Peccato però che a tutti coloro che hanno visto la cerimonia, tra le varie parodie messe in campo, compresa quella raccapricciante decapitazione di Maria Antonietta andata in onda in fascia protetta, non è sfuggito il riferimento esplicito al cenacolo di Leonardo. In una scena vi è sì la rappresentazione di una sorta di baccanale, che gli esperti riferiscono al dipinto di Jan Harmanzs Bijlert del XVII secolo, intitolato «Il festino degli Dei», qui storpiato con rara temerarietà. Ma si tratta di una scena diversa, ulteriore rispetto a quella che ci riporta, senza equivoci, all’opera di Leonardo.
Jolly, in maniera tanto poco furba quanto vigliacca, ha conferito al festino pagano un ruolo esclusivo, convogliando la nostra attenzione su una scena che in effetti non ha nulla a che vedere con l’Ultima Cena, facendo credere che nella sua performance, del capolavoro di Leonardo non vi è traccia. Meglio accoltellare Bijlert che Leonardo da Vinci, avrà pensato. Ma avrà anche pensato che siamo tutti dei cretini piramidali se non riusciamo a riconoscere la rappresentazione di un’icona del Rinascimento.
In questi giorni abbiamo avuto il privilegio di assistere ad un paradosso più unico che raro. Un artista woke che, in ossequio alla cosiddetta cancel culture, copre di ridicolo, fino a farla letteralmente scomparire, la figura centrale del Cristianesimo; salvo poi negare, ma in maniera del tutto farsesca, l’esistenza di una parte della sua opera. Un po’ come quelli che negano di aver commesso una truffa anche se sommersi da una montagna di prove. Il tutto con l’aiuto dei pennivendoli di qualche mattinale.
In sintesi, abbiamo un rappresentante della cancel culture vittima della cancel culture, peraltro autoinflitta. Una contraddizione palese. Forse non sono così woke come vorrebbero farci credere. Speriamo che deflagrino prima possibile, dopo aver ampiamente dimostrato la più totale incapacità di assumersi la responsabilità delle proprie azioni, ma prima che diventi un must il vergognarsi di essere etero e caucasici. Perché è questo e soltanto questo lo scopo della tanto magnificata inclusività, che molti incominciano a masticare come il pane, senza però coglierne minimamente il vero significato, almeno nelle intenzioni dei suoi ideatori.





