Craxi nei confronti dei comunisti italiani ha mostrato concretamente di essere generoso. Tale è stato quando ha li ha sostenuti a far parte della grande famiglia della Internazionale socialista. Ha continuato quando ha voluto evitare le elezioni politiche anticipate nel momento di maggiore crisi del PCI, cioè il giorno dopo la caduta del muro di Berlino. Un periodo di grande sbandamento e di difficoltà del Pci.
Nonostante tali significativi atti di grande generosità, i comunisti hanno ripagato Craxi con la più spietata ingratitudine. Diceva Confucio, con grande saggezza: “Non fare del bene, se non hai la forza di sopportare l’ingratitudine”. E Craxi, oltre ad aver subito l’ingratitudine, ha dovuto fronteggiare un periodo anche di vero odio, rancore e invidia. Ciò è testimoniato da Fabio Martini, con il suo interessante libro sulla vera vita di Craxi – ” Controvento “- quando affronta l’argomento del rapporto tra Craxi e il Pci. Craxi aveva un buon rapporto e un continuo dialogo e confronto con comunisti come Gerardo Chiaromonte, Giorgio Napolitano ed Emanuele Macaluso.
Comunisti che hanno dovuto subire anche una certa emarginazione, proprio perchè aveva un rapporto diretto e costante con Craxi. Ed è proprio durante l’incontro con il comunista Gerardo Chiaromonte del novembre 1991, che Craxi viene a conoscenza di determinate decisioni, che Martini descrive nel suo citato libro come segue: “Gerardo Chiaromonte (uno degli ex comunisti che teneva un canale diretto e costante con Craxi), viene ricevuto nello studio del segretario socialista in via del Corso e dopo i preliminari, va al sodo e rivela: “Sappi che abbiamo fatto una riunione riservata a Botteghe Oscure e la linea, di Napolitano e mia, del dialogo con te è stata sconfitta ed è prevalsa la linea della opzione giudiziaria”. Chiaromonte esce, entra Giusi La Ganga (giovane deputato socialista di Torino), Craxi gli riferisce e chiede: “Ma cosa ha voluto dire Gerardo? Come fanno ad adottare una linea giudiziaria?”.
E a tal proposito, Fabio Martini ricorderà che anni dopo De Michelis, dirà: “Nessuno ci ha badato, non avevamo affatto capito che il Pds sapeva qualcosa in più e si stava preparando a ” incassare”. A tal proposito va ricordato che per il finanziamento illegale o illecito ai partiti era stata approvata l’amnistia per tutto quanto accaduto fino a tutto il 1990. E tra i miracolati figurava il vecchio Pci, che in Parlamento si astenne, anche se nel verbale è annotato – come ci ricorda Renato Brunetta – “applausi da parte dei comunisti”.
Trascorrono sette mesi, siamo nella primavera del 1992 e nei giorni che precedono il conferimento dell’incarico per formare il governo post-elezioni, capita il caso Chiesa, ma Craxi era ancora in pista, quando il Tg1 – come ricorda Martini – “con disinvoltura annuncia: nell’inchiesta sulle tangenti c’è anche il nome di Craxi. E’ un falso, Di Pietro smentisce, ma l’indomani sull’Unità l’ex magistrato Violante, deputato Pds, scrive testualmente: emerge un particolare intreccio politica-corruzione con la famiglia del leader che diventa il punto di snodo di gravi episodi corruttivi”.
Violante – sottolinea Fabio Martini nel suo libro – “si esprime come uno che conosce cose che non si dovrebbe conoscere, evoca una implicazione della famiglia Craxi e fornisce consigli prematuri su cosa debba fare il leader socialista”. E’ il primo caso di concerto del pool – tv – Pds che nei mesi successivi assumerà modalità abnormi. Passa un mese, siamo a dicembre e Martini racconta di “un incontro avvenuto tra Amato e Occhetto a casa di Tonino Tatò e si sente dire: Finchè c’è Craxi segretario noi non collaboriamo. E’ la frase chiave, quella che da parte comunista risolve con una questione personale il duello a sinistra”.
La situazione è spiegata più chiaramente da Massimo D’Alema nel 1995, quando afferma: “Non avevamo alternative. Eravamo come una grande nazione indiana, chiusa tra le montagne con una sola via d’uscita, un canyon, e lì c’era Craxi con la sua proposta di Unità socialista, in sostanza un progetto annessionistico. Come uscire da quel canyon? Conclude D’Alema: L’Unità socialista era una grande idea, ma senza Craxi”.
La verità è che i comunisti hanno dato fiducia ad un uomo discusso come Andreotti e non ad un socialista come Craxi. Gli eredi di Togliatti, non sono stati in grado di realizzare alcuna forza socialista, la loro “macchina da guerra” era caricata a salve, al punto che videro vincere uno sconosciuto come Berlusconi.
Inoltre, non sono stati in grado di esistere come forza politica autonoma e di aver contribuito a far nascere il PD, un partito nato male e vissuto peggio. Gli eredi di Togliatti, pensavano di “incassare” i voti del PSI, ma l’elettorato socialista non poteva sostenere personaggi così ingrati e rancorosi.
E se oggi abbiamo un governo di destra guidato dalla Meloni, il merito è tutta nella incapacità del gruppo dirigente del PD, incapace a realizzare alleanze di “campo largo”, ma in grado solo di concretizzare” campi da calcetto”.
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