Home Cronaca CRAXI, L’ULTIMO STATISTA, CHE DISSE NO A CUCCIA

CRAXI, L’ULTIMO STATISTA, CHE DISSE NO A CUCCIA

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di Gianvito Caldararo
Craxi è considerato, a giusta ragione, l’ultimo statista e leader politico italiano della Prima Repubblica. Quando assunse la responsabilità di guidare il Governo italiano volle la migliore èlite del Paese. Nel suo Governo vi erano personalità come Spadolini, Visentini, Martinazzoli, Andreotti, De Michelis e Goria. Il suo Governo fu quello che assicurò all’Italia la migliore crescita economica. 
Il giornalista e saggista Fabio Martini, che con il sui libro “Controvento” racconta la vera storia di Bettino Craxi. Uno degli aspetti poco conosciuti dall’opinione pubblica è il famoso no a Enrico Cuccia, il personaggio noto come “il padrone dei padroni”, il regista di Mediobanca, nota come  la cassaforte e il “salotto buono” del capitalismo italiano. 
Fabio Martini, ha ricordato che si era nell’anno 1989, anno che si era rivelato di svolta e preannunciava tempi nuovi e Cuccia aveva inviato a Craxi un enigmatico biglietto di auguri con un frase di Goethe: “Da oggi comincia una nuova epoca e voi potete dire di esservi stato presente “. Un segnale di attenzione che nel giro di qualche mese , come ci ricorda Martini, “si trasformò in qualcosa di molto significativo: Cuccia, uomo felpatissimo e di proverbiale riservatezza, grazie alla mediazione di Salvatore Ligresti, chiede di incontrare riservatamente il leader socialista”. Craxi, nella primavera del 1990, riceve il capo di Mediobanca nel suo ufficio a piazza Duomo ed in tale incontro Cuccia, “trasmette a Craxi la propria preoccupazione  per i cambiamenti che sarebbero intervenuti in Italia dopo l’adesione ai Trattati di Maastricht: diventava sempre più plausibile il rischio di una colonizzazione del sistema produttivo italiano e dunque era urgente una svolta politica che tenesse in primo piano gli imperativi del mercato ma in una logica nazionale”. Ed in tale ottica, secondo Cuccia, “diventava impellente privatizzare, a prezzi ragionevoli, affidando a mani italiane i rami fertili delle imprese pubbliche, riducendo la spesa pubblica e creando attraversso una fusione tra Mediobanca e i tre Istituti di proprietà dell’Iri (Banca Commerciale Italiana, Credito Italiano e Banco di Roma) una banca di grande respiro internazionale, capace di agire da propulsore per questa fase nuova”.
Naturalmente a parere di Cuccia, “l’unico che fosse in grado di guidare questo processo era proprio Bettino Craxi”, che aveva già dimostrato, quale Capo del Governo, di essere uno statista capace di assumere decisioni impopolari, ma in grado di assicurare un vivace sviluppo economico del Paese.
Craxi come reagi? Fabio Martini racconta che “Craxi fu lusingato e incuriosito; chiamava Cuccia “lo gnomo di via Filodrammatici”, ne conosceva l’antica militanza azionista e per lui era difficile dimenticare come si chiamasse la moglie: Idea Nuova Socialista (figlia di Alberto Beneduce, uno degli artefici della nascita dell’IRI). In un secondo incontro, Cuccia illustrerà a Craxi gli aspetti operativi dell’operazione ed in un successivo incontro il leader socialista respinse l’allettante offerta. Secondo Fabio Martini “Craxi, lo fece attingendo al suo dna: la politica la fanno i politici, il mercato va governato”. Alle tante pressioni su di lui, Craxi risponderà con suo discorso straordinario del PSI di Bari, il 27 giugno del 1991, con la seguente frase, che sul momento considerata pleonastica, ma che a distanza di alcuni anni si presenta ricca di significato.
Dice Craxi: ” In un libro intervista di alcuni anni fa, Giovanni Spadolini ricorda, e fa suo, un significativo monito di Ugo La Malfa: “Se capeggiassi un movimento di rivolta al sistema – mi disse – avrei tre, quattro milioni di voti. Non li potrò mai avere questi voti. Sono un uomo del sistema, della democrazia, così come è nata dopo la Liberazione, mi muovo nel quadro dei partiti. L’ansia antipartitica che sta investendo il Paese non può essere accarezzata. Il compito di noi politici, è di incanalarla, non di servirla od essere asserviti ad essa”.
Martni evidenzia che Craxi, finita la citazione, chiosa così: “Penso che questo sia anche il compito nostro”. Craxi rifiutò l’offerta che gli era venuta da parte del più temuto e potente regista dei principali intrecci economici e finanziari del dopoguerra, il capofila di un mondo del quale il leader socialista aveva diffidato per tutta la vita.
Rifiutando, restò se stesso e non volle cambiare percorso né compagni di viaggio. Incassato il definitivo rifiuto di Craxi, “Cuccia, scrive Martini,  farà qualcosa di inusuale per un uomo riservato come lui: andò nella sede del “Giornale” e platealmente mise la sua firma sotto i moduli per i referendum.
Un investimento ben indirizzato: i referendum avrebbero contribuito a far saltare il vecchio sistema”. Inutile immaginare, conclude Fabio Martini, “cosa sarebbe accaduto se Craxi avesse detto un si, magari condizionato, all’offerta di Cuccia. Senza eccessive fantasie si può persino ipotizzare che la crisi italiana avrebbe potuto prendere un corso diverso, a cominciare dalla vicenda di “Mani pulite”, in quel momento ancora lontana. Quel no, allora rimasto segreto, resta una pietra miliare nella vita di Bettino Craxi e probabilmente nella successiva storia della Repubblica”.
Con il gran rifiuto a Cuccia, Craxi sottolinea il primato della politica e la sua coraggiosa indisponibilità a mettersi al servizio dei “poteri forti”. Come pure, non va dimenticato il rifiuto di Craxi per il piano  riservato, offertogli sottobanco, affinché si curasse in Italia e che rifiutò dicendo: “Torno solo da uomo libero”. Si spiega così l’epitaffio sulla sua tomba: “La mia libertà equivale alla mia vita “. 

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