Home Politica estera LA GRANDE GUERRA E LA GUERRA GRANDE

LA GRANDE GUERRA E LA GUERRA GRANDE

0

L’aria che tira non è delle migliori.

Qualsiasi conflitto in corso nel continente eurasiatico, avverte il ministro degli Esteri russo, Sergey Lavrov, può trasformarsi in una grande guerra.

“Penso – ha detto Sergey Lavrov all’agenzia di stampa bielorussa BelTA – che i conflitti siano tutti pericolosi a modo loro. Ognuno di loro può scatenare una grande guerra. Mi riferisco in particolare a ciò che sta accadendo in Medio Oriente”.

Distruggere la Striscia di Gaza o espellere due milioni di residenti dall’enclave palestinese, ha aggiunto Lavrov, rischia di provocare “una crisi che potrebbe durare decenni, se non secoli”.

La guerra grande, come chiama Limes l’insieme dei conflitti, non solo gestiti con le armi, presenti oggi nel mondo rischia di trasformarsi in una grande guerra, come le due mondiali del secolo scorso.

Come scrive Pietro Mattonai (Domino 10/2023), quello in corso è un “evento sconvolgente che ha in sé il potenziale per ridisegnare gli assetti dell’intera regione”.

L’amico Marco Palombi, corrispondente di guerra, mi ha mandato un’immagine che dice molto di più di qualsiasi lungo discorso.

Domenica del corriere

L’immagine tratta dalla Domenica del Corriere non è solo una sorta di avvertimento che un singolo atto potrebbe accendere la miccia di un fuoco immenso, ma anche un riferimento storico a quanto riguarda l’attuale situazione di Israele.

Israele, infatti, è il frutto di due guerre mondiali, dopo le quali, con la disfatta della Sublime Porta, ossia dell’Impero ottomano, i suoi territori sono passati alle potenze vincitrici.

Tra questi territori c’era anche la terra che ora è contesa tra ebrei e arabi e che è diventata, in parte, Israele, dopo essere stata un protettorato britannico.

Non è ancora il tempo di Sarajevo, ma è del tutto chiaro che il nodo da risolvere, in via prioritaria, è il riconoscimento dello Stato di Israele da parte dei Paesi arabi e l’eliminazione di due fondamentalismi uguali e contrari. Per lo sceicco Ahmed Yassin, fondatore di Hamas, e per i suoi seguaci la terra della Palestina è sacra e pertanto deve essere palestinese. Per gli ebrei fondamentalisti la stessa terra è sacra, è la terra promessa, e pertanto deve essere degli ebrei.

Se si procede su questa linea di confronto la situazione è del tutto irrimediabile.

Torniamo indietro di qualche decennio.

Con la fine dell’Impero ottomano, Siria e Libano passarono sotto il controllo francese, Iraq, Giordania e Palestina furono amministrate dalla Gran Bretagna.

Parlare di uno Stato Palestinese o di uno Stato di Israele in un tempo precedente alla fine della seconda guerra mondiale non ha alcun senso.

L’Impero ottomano è durato 623 anni, dal 1299 al 1922.

Impero ottomano2

Il 29 novembre 1947 l’Assemblea delle Nazioni Unite ha approvato la costituzione dello Stato di Israele e di uno Stato arabo in base al Piano di partizione della Palestina elaborato dall’UNSCOP (United Nations Special Committee on Palestine).

Il Piano intendeva risolvere il conflitto tra la comunità ebraica e quella araba palestinese, scoppiato già durante il mandato britannico della Palestina e proponeva la partizione del territorio palestinese fra due istituendi Stati, uno ebraico, l’altro arabo, con Gerusalemme sotto controllo internazionale. Il rifiuto di questo Piano da parte dei Paesi arabi e il deterioramento delle relazioni fra ebrei e arabi in Palestina condussero alla guerra arabo-israeliana del 1948.

Da allora ad oggi le guerre si sono periodicamente succedute a favore di Israele. I continui nuovi assetti territoriali e l’opera dei coloni hanno inasprito ulteriormente i rapporti tra ebrei e arabi.

Nel 2005 Ariel Sharon ha deciso il ritiro dalla striscia di Gaza e l’evacuazione di tutte le colonie che si erano insediate.

Negli anni successivi Hamas si è sostituito a Fatah, radicalizzando il confronto con Israele.

Queste le premesse.

Dopo l’attacco a Israele del 7 ottobre scorso la razione dei Paesi arabi non è stata quella che presumibilmente prevedeva e voleva ottenere Hamas.

La maggior parte dei Paesi arabi è ostile all’Iran, che arabo non è, ed è sciita e anche il maggiore sostenitore di Hamas, mentre gli altri sono sunniti.

Emirati e Arabia Saudita non sono stati teneri con Hamas, così come Egitto e Giordania.

Del resto gli interessi di tutti questi Paesi si intrecciano con quelli dell’Occidente e dello stesso Israele, con il quale, con gli Accordi di Abramo, si sono stretti nuovi rapporti. L’Arabia Saudita era in procinto di stabilire rapporti diplomatici con Israele, anche in funzione della Via del Cotone che collegherà l’India al Mediterraneo.

Nel 2018 il principe saudita Mohammed bin Salman si pronunciò in questi termini sulla questione palestinese: “Negli ultimi quarant’anni la leadership palestinese si è fatta sfuggire tutte le occasioni e ha respinto tutte le proposte che le sono state avanzate. È giunto il momento che accettino quanto viene loro proposto e acconsentano a intraprendere negoziati, oppure che tacciano e cessino di lamentarsi”. (Citazione in Mara Curreri, Il fuoco di Hamas, Domino 10/2023).

In questo contesto il Qatar, da sempre vicino ad Hamas e suo maggior finanziatore, si pone come mediatore con l’Occidente.

Recep Tayyp Erdogan ha definito l’Occidente “il principale responsabile del massacro” a Gaza ad opera dell’esercito israeliano. Il presidente turco ha partecipato alla manifestazione in favore dei palestinesi a Istanbul, che ha richiamato in piazza centinaia di migliaia di persone. Erdogan – secondo quanto riporta la Tass – ha poi annunciato che il suo Paese sta lavorando per dichiarare Israele “criminale di guerra”.

L’intento di Erdogan, erede dell’Impero ottomano, è di ergersi a punto di riferimento del mondo arabo, ma non bisogna dimenticare che il sultano turco gioca sempre su più tavoli e che uno di questi riguarda i rapporti, da sempre tesi, con l’Iran, con il quale deve fare i conti anche nelle zone armena e azera.

Erdogan ha buoni rapporti con la Russia e la Turchia è membro della Nato. Le sue affermazioni sembrano un voler mostrare bandiera per entrare in gioco.

Gioco pericoloso, visto che Israele ha richiamato l’ambasciatore e gli altri diplomatici per verificare i rapporti turco israeliani.

Nel gioco è entrata, ponendosi come mediatrice, la Russia.

Il ministro degli Esteri Lavrov ha detto che con il nuovo attacco di Israele a Gaza il mondo assiste a un’escalation, ma ora occorre far cessare lo spargimento di sangue.

“Il conflitto israelo-palestinese – ha aggiunto Lavrov – ha raggiunto una nuova fase di escalation. Israele ha iniziato la sua operazione militare di terra nella Striscia di Gaza il 28 ottobre. Il compito prioritario della comunità internazionale oggi è fermare lo spargimento di sangue, ridurre al minimo i danni alla popolazione civile e spostare la situazione nello spazio politico e diplomatico”. Per questo Mosca chiede “il consolidamento di passi collettivi volti a rilanciare il processo negoziale su vasta scala tra israeliani e palestinesi al fine di attuare la formula dei ‘due Stati’ approvata dalle Nazioni Unite”. La Russia “mantenendo i contatti con tutte le parti interessate, contribuisce al raggiungimento di soluzioni pacifiche al conflitto, esercitando, tra le altre cose, le sue funzioni di mediazione” continua la nota del ministero guidato da Sergei Lavrov. “Mettiamo in guardia – conclude Lavorv – contro decisioni rischiose gli attori esterni che si sentono tentati di scatenare un’altra grande guerra in Medio Oriente e invertire l’evoluzione positiva di questa regione strategicamente importante, caratterizzata da un graduale miglioramento delle relazioni tra gli Stati”.

Ora, atteso che a Gaza Israele è intenzionato ad effettuare una pulizia totale dell’influenza di Hamas, le incognite sono il Libano e la Siria.

La tentazione è di fare i conti anche con gli Hezbollah, ma è proprio in Libano che potrebbe accendersi la miccia di una deflagrazione più ampia.

Autore

  • Silvano Danesi

    Silvano Danesi, laureato in Filosofia all’Università Statale di Milano. Dopo la laurea ha seguito studi storici e antropologici, ha pubblicato diversi saggi di storia, antropologia e massoneria, e ha tenuto varie conferenze e seminari.

Ricevi i nostri articoli via mail!

Ogni giorno i contenuti del Nuovo Giornale Nazionale sulla tua casella di posta elettronica

Non inviamo spam! Leggi la nostra Informativa sulla privacy per avere maggiori informazioni.

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui