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ISRAELE E LA FAGLIA CHE SPACCA L’OCCIDENTE

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C’è una faglia che spacca l’Occidente, che parte dagli Usa, attraversa e devasta l’Europa e arriva in Israele, dove l’attacco di Hamas va collocato, per non ridurlo, come si tenta di fare, ad un fatto frizionale locale.

Questa faglia è la componente corrosiva della forza dell’Occidente all’interno di quella che Limes chiama la “Guerra Grande” in atto nel mondo per trovare un nuovo equilibrio.

Prima di affrontare l’origine della faglia, al netto della solidarietà a Israele, Paese invaso, che ha il diritto di difendersi, va detto che in gioco c’è la Via del Cotone, ossia quella via alternativa a quella cinese della Seta che collegherà, così com’è stato progettato al G20, l’India con il Pireo, passando per Arabia Saudita e Israele.

Attuare la Via del Cotone significa stabilire un asse tra l’Europa e la più grande democrazia del mondo, ossia l’India, contenendo l’espansione cinese.

Al di là di ogni considerazione di solidarietà ad una nazione aggredita, l’Unione Europea ha l’interesse a sostenere Israele perché sostenendo Israele sostiene se stessa. Senza l’accordo tra Israele e l’Arabia Saudita salta la Via del Cotone. L’Unione Europea, con una procedura d’urgenza, dovrebbe pertanto associare Israele, facendo capire al mondo arabo che la partita non può più essere giocata in termini di conflitto locale, ma di interesse generale.

In questo modo l’Unione Europea si collocherebbe nel cuore degli Accordi di Abramo in funzione di stabilizzazione. Ma l’Unione Europea dov’è? Chi ne abbia notizia ce lo faccia sapere. Probabilmente, come sempre, è impegnata nel green, a deprimere il welfare e il potere d’acquisto dei popoli degli Stati appartenenti o a mettere in discussione la proprietà privata.

Ed è sulla questione dei nuovi possibili assetti geopolitici che si colloca l’azione di Hamas.

E’ qui che si comincia a capire che l’azione di Hamas si colloca in un disegno più vasto.

Hamas è finanziato dall’Iran e dal Qatar.

Nel solo 2022 l’Iran ha versato ad Hamas 70 milioni di dollari. Il Qatar versa ogni mese dal 2018 versa 15 milioni di dollari. I soldi vengono spesi in armamenti e nel mantenimento delle élite di Hamas, mentre la popolazione della Striscia versa nella più nera indigenza.

L’Iran, è utile ricordarlo, è alleato della Cina e della Russia e il Qatar il 21 novembre 2022 ha siglato con la Cina un accordo della durata di 27 anni per la fornitura, da parte del Qatar, di gas naturale liquefatto (GNL). Il contratto, in particolare, prevede l’acquisto da parte della compagnia energetica cinese Sinopec di circa 4 milioni di tonnellate di GNL all’anno dalla QatarEnergy, fino al 2050.

Le Vie della Seta, che potevano avere come punto di collegamento con l’Europa l’Ucraina, sono state interrotte e la Via del Cotone, che approda al Pireo, necessita di un’azione tesa a eliminare la Cina dal controllo del porto.

Andrebbero anche approfondite le possibili interazioni tra Israele e l’Europa in chiave energetica, essendo i giacimenti israeliani di gas enormi, ma necessitanti, per essere accessibili, di una stabilità dell’area.

C’è un’altra questione che va sistemata, prima di arrivare all’origine della faglia ed è quella che riguarda il gravissimo “buco” dell’intelligence israeliana, in particolare del Mossad e dello Shin Bet, avvenuto in una delle zone più sorvegliate al mondo.

I due servizi sono diventati improvvisamente incapaci o c’è dell’altro?

Israele è attraversato da una grave crisi politica dopo che Benjamin Netanyahu ha cercato di ridimensionare i poteri della Corte Suprema in favore dell’esecutivo e della Knesset, il parlamento monocamerale israeliano.

Il progetto di riforma è stato osteggiato nei mesi scorsi non solo dalla società civile, ma anche da ampi settori degli apparati di sicurezza e dell’esercito.

Dietro alla superficie che riguarda lo scontro sulla Corte Suprema si agita lo scontro tra askenaziti, dominanti dalla fondazione dello Stato di Israele, e sefarditi, attualmente maggioritari e da sempre messi in stato di inferiorità, così come si agita il confronto tra chi vuole Israele come Stato laico e chi lo vuole come terra degli ebrei.

Qui, su questa faglia interna, si innesta la grande faglia che ha origine a Washington, dove gli askenaziti della diaspora americana sono in gran parte sostenitori del Partito Democratico.

In questo quadro è possibile che si sia determinato uno scollamento tra i servizi segreti e il Governo e che chi ha ben osservato il fenomeno lo abbia sapientemente sfruttato.

Non va sottovalutato il fatto che l’attacco, troppo meticoloso e articolato, deve essere stato programmato con cura e, probabilmente, con l’ausilio militare e di intelligence dell’Iran e del Qatar.

Il Qatar ha rilasciato una dichiarazione chiedendo moderazione a entrambe le parti, ma precisando di ritenere responsabile Israele, mentre la guida suprema dell’Iran, Ali Khamenei ha dichiarato: “Oggi la gioventù palestinese e il movimento palestinese sono più energici, più vivi e più preparati di quanto lo siano mai stati negli ultimi 80 anni”.

Il partito-milizia libanese Hezbollah, sciita e legato a Teheran, ha rivendicato nella mattina di ieri il lancio di razzi e colpi di mortaio dal sud del Libano contro tre posizioni dell’IDF (le forze armate israeliane) nel Nord di Israele, nei pressi del monte Dov.

Se Hezbollah entrasse in azione, Israele si troverebbe attaccato su due fronti.

Nella valutazione di quanto sta accadendo, vale molto anche la tempistica, che lega i vari fronti della Guerra Grande, come la chiama Lucio Caracciolo di Limes.

In questi giorni da più parti si sta dicendo a Kiev che non ci sono più le condizioni per finanziare ad libitum la guerra con la Russia. Guerra che ha messo fuori gioco la Cina, che aveva interessi consistenti in Ucraina e, soprattutto, ha stoppato la Via della Seta che aveva come terminale Kiev, porta verso l’Europa.

L’Ucraina e la Cina, va ricordato, si sono accordate per sviluppare insieme un programma che racchiude vari progetti infrastrutturali, al fine di migliorare il sistema di transito delle merci fra l’Europa e l’Estremo Oriente, facendo di Kiev il ponte tra Asia e Europa.

L’Ucraina offriva la possibilità di sfruttare il Deep and Comprehensive Free Trade Agreement (DCFTA) che ha stretto con l’Unione Europea ed è entrato in vigore dal 1 gennaio 2016. La Cina e l’UE scambiavano ogni anno una quantità di merci equivalente a circa 300 miliardi di euro e una parte di questo traffico poteva essere assorbita dal sistema ferroviario che attraversa l’Ucraina. Inoltre, la posizione privilegiata e le condizioni economiche dell’Ucraina avevano la potenzialità di attrarre le imprese cinesi interessate ad aprire centri di produzione in località più vicine all’UE.

La Cina e l’Ucraina avevano già stretto un legame economico, di fondamentale importanza per Pechino, nel settore agroalimentare. La Cina ha bisogno di aumentare e diversificare le importazioni di prodotti agroalimentari e Kiev ha assunto una funzione strategica in tale campo a partire dal 2015, quando le esportazioni di prodotti del settore verso la Cina sono aumentate di sei volte. Lo stesso anno l’Ucraina ha preso il posto degli Stati Uniti come principali fornitori di mais della Cina.

E’ del tutto chiaro che la guerra in Ucraina, che vede un Paese ridotto all’inconsistenza e di fatto fallito senza i continui aiuti occidentali, rende Kiev inutile dal punto di vista della penetrazione cinese in Europa.

Il massacro della Germania, attuato sempre con la guerra in Ucraina, ha creato le condizioni di una svolta anticinese in Europa, stoppando i vari memorandum, a cominciare da quello italiano.

Aprire altri fronti della Guerra Grande può, pertanto, essere funzionale a una possibile azione diplomatica che costringa gli Usa a sedersi ad un tavolo e abbia come finalità una ridefinizione degli assetti geopolitici.

In questa logica va vista anche la questione del Nagorno Karabak. Non va dimenticato che nella questione relativa al conflitto tra Armenia e Azerbaigian, quest’ultimo è un Paese ritenuto amico di Israele.

Azerbaigian e Israele si sono impegnati in una cooperazione intensa sin dal 1992.

Israele ha silenziosamente sostenuto la campagna dell’Azerbaigian per la riconquista del Nagorno-Karabakh, fornendo armi prima della fulminea offensiva del mese scorso che ha riportato l’enclave di etnia armena sotto il controllo azero.

A dirlo sono alcuni funzionari ed esperti interpellati dall’Associated Press.

Poche settimane prima che l’Azerbaigian lanciasse il suo assalto di 24 ore il 19 settembre, aerei cargo militari azeri hanno ripetutamente volato tra una base aerea israeliana meridionale e un campo d’aviazione vicino al Nagorno Karabakh, secondo i dati di tracciamento dei voli e i diplomatici armeni, anche mentre i governi occidentali sollecitavano colloqui di pace.

Va inoltre detto che l’Armenia era sotto la tutela della Russia.

Armenia e Azerbaigian sono confinanti con l’Iran e l’Azerbaigian ha in quello di Baku il più importante porto sul Mar Caspio.

E’ evidente che l’aiuto militare israeliano all’Azerbaigian costituisce un elemento di pericolo per l’Iran, considerando che tra Baku e Teheran c’è un’ora e mezza di tempo con un volo civile di linea e ci sono 10 ore di tempo in macchina.

Le vicende del Nagorno Karabakh sono di una settimana fa. Quella dell’Ucraina sono in atto.

Accendere un focolaio di guerra in Israele sposta necessariamente l’attenzione e gli equilibri in relazione alla Guerra Grande.

E veniamo alla faglia occidentale laddove prende origine: gli Usa del Partito Democratico, del Clan Clinton, delle porte girevoli con il Clan Bush, della spaccatura che si evidenzia ogni giorno di più tra Dem e Gop e tra Pentagono, Dipartimento di Stato, Cia, Fbi, in una sorta di caos che sta dilaniando la ancora (per quanto?) più grande potenza del mondo, guidata da un Joe Biden ormai sotto accusa per i traffici di famiglia con russi, cinesi e ucraini.

Joe Biden ha detto che l’America è con Israele, ma quale America e quale Israele?

Quale America? Quella della cancel culture, dell’ideologia woke, del green e del genderfluid? E quale Israele? Quello di Bibi e della sua coalizione o quello degli askenaziti sostenuti dalla diaspora askenazita Usa che è in sintonia con i Dem?

Quale America è un bel dire.

Durante la rivoluzione voluta da Mao, furono perseguitati i “quattro vecchi”, ossia: vecchie idee, vecchia cultura, vecchie abitudini, vecchie usanze.

Che cosa è la cancel culture se non l’esatta riproduzione, mascherata, dell’eliminazione dei “quattro vecchi”?

Dietro alle teorie di una sinistra ormai andata oltre ogni possibile tentativo di mascheratura, emerge il vero volto: il maoismo della Banda dei Quattro.

“Black Lives Matter”, “Cancel culture”, “uno vale uno”, sono niente altro che le parole d’ordine delle Guardie Rosse camuffate e rimesse in circolo dalle molte “Bande dei Quattro” dislocate nei vari Paesi da una strategia di penetrazione da “misure attive”, che dura da anni e che ora esce allo scoperto.

Penetrazione favorita dal lobbismo di alcune società, inteso a limitare misure contro la Cina per il suo schiavismo che frutta guadagni.

Sono le stesse società che sostengono cause come quelle dei Black Lives Matter.

Chi sono i Black Lives Matter?

La risposta la danno loro stessi.

«Siamo anticapitalisti. Crediamo che i neri non otterranno mai la liberazione sotto l’attuale sistema capitalista», scriveva il Movement for Black Lives (M4BL), a giugno [2020, ndr]. «Abbiamo una struttura ideologica. Alicia (Garza) e io siamo qualificate. Siamo marxisti indottrinati», diceva a luglio [2020, ndr] Patrisse Cullors, cofondatrice del Black Lives Matter (BLM) e «attivista queer». «Se questo Paese non ci dà ciò che vogliamo, distruggeremo il sistema. Metaforicamente e in senso letterale». (da:Il giornale.it 6 settembre 2020).

Tra i loro mentori ed educatori ci sono ex membri del Weather Underground, gruppo terroristico comunista che, negli anni ’60 e ’70, tra attentati e rivolte, provò a portare la falce e il martello negli USA al grido di «Siamo un’organizzazione di guerriglia. Siamo comunisti, clandestini negli Usa». La Cullors è stata educata da uno di loro. E tanti ex, oggi, sono eminenze grigie del movimento BLM. (Il giornale.it 6 settembre 2020).

Il BLM dice di odiare la famiglia naturale e sogna di riuscire ad abolirla, insieme alla polizia, le prigioni, l’eteronormatività e il capitalismo. Lo ripetono sempre nelle interviste disponibili anche su YouTube, quando minacciano di «distruggere tutto» se le loro richieste non saranno soddisfatte. Oggi addestrano gli iscritti, come le Black Panthers degli anni ’60.

Il BLM non vanta neanche una delle verginità più in voga oggi, quella del fiscalmente corretto. Non è registrato come organizzazione no-profit, raccoglie milioni di dollari in donazioni, ma le finanze sono poco limpide. Le donazioni vengono raccolte da ActBlue, la nota piattaforma di raccolta fondi legata al Partito Democratico e alle cause più disparate della sinistra-sinistra: dalla campagna presidenziale di Sanders alle associazioni transgender, fino a Biden. (Il giornale.it 6 settembre 2020).

Il M4BL, che sostiene «leader giovani, neri, queer, trans, femministe, clandestini», ha come sponsor fiscale l’Alliance for Global Justice, un «gruppo anticapitalista» a sua volta finanziato dalla Tides Foundation, la Arca Foundation e ovviamente dalla Open Society Foundations. E trasferisce denaro a più di due dozzine di organizzazioni, tra cui LGBTQ Black Immigrant Justice Project e The Undocumented and Black Convening.

Il Black Lives Matter nasce nel 2013, ma dalle origini la causa dell’antirazzismo è diventata marginale e le istanze sempre più estremiste: ideologia gender, agenda anti-famiglia, l’idea che il razzismo sia sistemico, l’abolizione di razze, classi sociali, sessi, religioni per un mondo più «uguale e libero».

Uno studio accademico intitolato «The Queering of Black Lives Matter», descrive in modo molto dettagliato come le questioni relative all’orientamento di genere abbiano la priorità sulla lotta al razzismo.

Susan Rosenberg, la donna che gestisce le donazioni BLM, faceva la terrorista nel M19, l’organizzazione comunista Usa che, come il BLM, riuniva lesbiche nel sogno di rovesciare con la lotta armata il governo. La Rosenberg oltre a far scappare di galera la Shakur – la prima donna a essere definita dal FBI «la più pericolosa dei terroristi» -, è stata protagonista di attentati e omicidi che le sono costati la condanna a 58 anni di galera. Ma ne ha scontati solo 16, prima di essere graziata da Bill Clinton.

Il movimento che infiamma gli Usa si dichiara apertamente marxista e comunista e una delle sue leader afferma che i Black Liver Matter sono “marxisti indottrinati”. Appunto.

Delle donazioni qualcosa si è saputo, ma il problema più interessante riguarda chi c’è dietro le quinte, chi tira i fili dei pupazzi che agiscono sul palcoscenico?

Sono i bianchi del ceppo germanico del Midwest che usano il razzismo come paravento per stabilire la loro supremazia sui bianchi di ceppo anglosassone o, come parrebbe più probabile, una potenza esterna marxista e comunista che “indottrina”?

La Cina, del resto, è da anni che allunga i suoi tentacoli in casa Usa. Nel 1996 il Partito democratico americano “avrebbe ricevuto – secondo quanto scrive Roger Faligot (I servizi segreti cinesi- Newton Compton) – una somma pari a 4,5 milioni di dollari per il comitato di rielezione di Clinton, provenienti dal gruppo sino-indonesiano Lippo e da quelli sino-thailandesi Charoeun Popkhand e San Kin Yip, con base a Macao. Tra i fondi figurerebbero circa 300.000 dollari forniti direttamente, su richiesta del capo dell’informazione dell’Epl-2, il generale Ji Shende, assistente di Xiong Guankai”. In nota al testo di Faligot si legge: “Nel settembre 2007, il “Wall Street Journal” ha rivelato che Norman Hsu, cittadino di Hong Kong legato a queste stesse reti di contatti e condannato per frode, aveva contribuito alla campagna della senatrice democratica che lo obbligava a consegnare, sotto forma di donazione, 85 mila dollari”.

L’agente dell’Epl-2 negli Usa, scrive Faligot, è Johnny Chung. Un impiegato “del gruppo sino indonesiano Lippo, partner finanziario e commerciale di molte imprese della Cina popolare” è “integrato nella segreteria di Stato al commercio e poi consigliere di Ron Brown (Segretario al Commercio Usa) per la Cina”. Ron Brown è morto nell’aprile del 1966 in uno strano incidente aereo in Croazia.

Nel gennaio del 1994, “con il via libera dello stesso Brown – scrive Faligot -, Huang gode di un accesso illimitato ai documenti confidenziali dell’informazione economica e tecnologica” e quando “ Clinton viene eletto presidente, Huang è invitato alla Casa Bianca. Nello stesso periodo, il gruppo China resources (Huaren Jituan) con sede a Hong kong, diventerà azionaria di Lippo al 50%. Questo gruppo effettuerà donazioni al partito democratico in vista della rielezione di Clinton nel 1996. L’affare si complica se si considera che China Resources serve anche da copertura all’Epl-2 diretta dal generale Ji Shengde”.

Nel 2021, mentre i cubani sono in rivolta contro quel che rimane del regime castrista, il MLB in un comunicato scrive: “Black Lives Matter condanna il trattamento disumano dei cubani da parte del governo federale degli Stati Uniti e lo esorta a revocare immediatamente l’embargo economico. Questa politica crudele e disumana, istituita con l’esplicita intenzione di destabilizzare il Paese e minare il diritto dei cubani di scegliere il proprio governo, è al centro dell’attuale crisi di Cuba”.

Black Lives Matter si schiera con il regime castrista e si inginocchia al potere di una dittatura che, in questi anni, ha cambiato padrone, passando dall’influenza della Unione Sovietica a quella della Cina di Xi Jinping.

Guarda caso una delle fondatrici del Blm, Alicia Garza, ha legami con la Chinese progressive association di San Francisco, organizzazione che è ritenuta in contatto con il governo cinese.

Il Global Times, organo del Partito comunista cinese, ha giugno del 2020 pubblicò un articolo nel quale diceva. “L’Occidente deve rispettare Black Liver Matter”.

C’è anche la sponda capitalista finanziaria, che ha instaurato il pensiero unico buonista. Bisogna essere woke.

Essere woke significa, nella vulgata, essere consapevole delle ingiustizie sociali, in particolare delle forme di razzismo e delle disuguaglianze di genere.

Rimanere woke vuol dire essere sveglio, attento, vigile, pronto a combattere tali ingiustizie, anche solo firmando una petizione online o postando le proprie convinzioni sui social. 

Wokeness è il non abbassare la guardia, lo stare all’erta. Inevitabilmente, non appena il termine è entrato nel lessico comune ha perso forza e oggi chi lo usa rischia di essere preso per i fondelli.

Fosse vero. Il dramma è che l’assenza di spirito critico fa sì che il wokeness prenda per i fondelli chi ha buttato il cervello all’ammasso.

Addirittura si parla di woke capitalism, ossia capitalismo consapevole. Una baggianata infinita che, tuttavia, si presenta alle menti ottenebrate come la nuova frontiera del bene.

Questo insieme di idiozie o, meglio, di ideologie eterodirette, passata dal pensatoio di Davos e attuato dalla burocrazia di Bruxelles ha messo in ginocchio l’Europa, rendendola impotente.

Prima o poi si dovrà aprire il capitolo delle ingerenze cinesi nel Partito Democratico Usa, non solo per quanto riguarda gli storici rapporti con il Clan Clinton che, guarda caso, ha anche sponsorizzato tutte le Primavere arabe guidate dai Fratelli Musulmani, ma anche per i rapporti, ormai acclarati della famiglia Biden.

Il Congresso Usa sta mettendo nero su bianco l’insieme dei rapporti della famiglia Biden con cinesi e russi e sta mettendo in chiaro gli interessi della famiglia Biden in Ucraina.

Anche queste questioni stanno spaccando gli Stati Uniti d’America e la faglia, che inizia a Washington, passata a devastare l’Europa, ora è arrivata al terminale israeliano.

Esprimere solidarietà a Israele, pensando che se la cavi da solo, è una delle tante menzogne che alimentano la faglia.

L’unico modo per uscire da questo insieme di conflitti, che si stanno trasformando in una guerra mondiale non dichiarata, è aprire le porte alla diplomazia per seguire la via tracciata da Henry Kissinger.

Perché questo si attui è necessario che sia sanata la situazione laddove la faglia ha origine e questo è un compito degli americani.

Per quanto ci riguarda, in quanti italiani, dobbiamo, a mio parere, agire con grande pragmatismo, contribuendo a condurre l’Europa su un terreno attivo in Africa e in Medio Oriente teso a disattivare gli elementi del conflitto, sapendo, comunque, che se a Washington la direzione sarà ancora in mano a chi non si capisce più a chi risponda (o forse si?) e di chi faccia gli interessi (o forse sì?) l’Occidente sarà declinante e, forse, perduto. E Israele con l’Occidente, del quale fa parte.

Autore

  • Silvano Danesi

    Silvano Danesi, laureato in Filosofia all’Università Statale di Milano. Dopo la laurea ha seguito studi storici e antropologici, ha pubblicato diversi saggi di storia, antropologia e massoneria, e ha tenuto varie conferenze e seminari.

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