
Diamo per scontato che le grandi aziende, e soprattutto quelle che hanno una dimensione multinazionale, abbiano una rete propria di conoscenze di mercato e di rappresentanze in grado di soddisfare le rispettive necessità sia in termini di acquisizioni che di canali di commercializzazione. Hanno invece un problema di tutela a livello normativo, di fronte alla concorrenza portata da aziende analoghe che cercano di erodere fette di mercato oppure al fine di abbattere le barriere non doganali che vengono frapposte all’estero in campo sanitario come in quello ambientale. C’è dunque un primo livello politico di intervento, di diplomazia economica.
Ci sono aspetti finanziari, legati al finanziamento delle importazioni ed alla assicurazione delle esportazioni: qui è materia di business, che deve assicurare una parità di trattamento rispetto ad altri operatori che agiscono sullo stesso mercato. In Italia, la Sace opera in questo campo.
Ma ci sono aspetti di business che vanno oltre il semplice credito e l’assicurazione dell’attività di import-export: si tratta ad esempio del finanziamento di iniziative volte a creare strutture produttive all’estero. Qui, la questione presenta aspetti delicati, perché può essere anche una semplice delocalizzazione della produzione già in corso, in Paesi a più basso costo. Il paradosso è che l’Italia, come altri Paesi contributori netti dell’Unione europea, finanzia i contributi alla industrializzazione di altri Paesi dell’Est che sono invece beneficiari netti di fondi comunitari perché hanno un livello di reddito più basso: in pratica, paghiamo per farci fare concorrenza con le nostre stesse delocalizzazioni. Un numero inverosimile di imprese italiane ha beneficiato di questo meccanismo, riducendo la produzione e l’occupazione in Italia per spostarla all’estero, sempre all’interno della Ue.
In precedenza, nel 2008, il Ministero per il Commercio con l’estero era stato accorpato al Ministero dello Sviluppo economico.
Successivamente, nel 2014, il Ministero degli Affari esteri ha aggiunto anche le competenze sulla cooperazione internazionale (MAECI): oltre alla attività di Diplomazia economica e Politica commerciale, ed alle iniziative della Direzione generale Sistema Paese, gestisce la piattaforma unificata “Export.gov.it”, “Info Mercati esteri”, “Bandi e gare ExTender”, ed il canale “Nexus” che mette in contatto le imprese con la rete diplomatica e consolare.
Il Ministero dello Sviluppo economico, da cui dipendono la Sace e la Simest nonché Invitalia che ha il compito di promuovere gli investimenti esteri in Italia, ha cambiato denominazione nel 2022, divenendo “Ministero delle imprese e del made in Italy”.
Insomma, la responsabilità politica è rimasta sempre a cavallo tra i due Ministeri, quello degli Affari Esteri e della Cooperazione internazionale e quello delle imprese e del made in Italy. Le strutture operative sono rimaste praticamente sempre le stesse, pur con qualche modifica nella denominazione come è stato per l’Ice.
In Francia, pragmaticamente, hanno unificato la struttura operativa, denominata “Business France”, che è l’Agenzia nazionale al servizio dell’internazionalizzazione dell’economia francese, posta sotto la vigilanza congiunta del Ministero dell’Economia e delle Finanze, del Ministero degli Affari Esteri e dello Sviluppo Internazionale e del Ministero del Territorio e degli Affari Rurali, separando così le funzioni operative di business da quelle politiche.
Sostanzialmente analoga è la struttura che si è data la Germania, dove la “Germany Trade & Invest” (GTAI) che dipende dal Ministero per gli Affari economici e l’Azione sul clima è l’Agenzia unificata che si occupa del commercio estero e del marketing all’estero della Germania, sia informando le imprese tedesche sui mercati esteri che accompagnando le imprese straniere per l’insediamento in Germania: praticamente è come se avessero unificato anche le competenze che da noi sono attribuite ad Invitalia.
La scelta di Francia e Germania è stata sostanzialmente analoga: creare una struttura unificata, non ministeriale, per assistere il business, lasciando al livello politico le decisioni che gli competono.





