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LA COMUNITA’ REALE E VIRTUALE

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di Savino di Scanno

Come sempre ci soccorre la Treccani nel permetterci di esporre principi generali per poi tradurli nella realtà pratica.
A voler scrivere di “comunità ” è necessario ripercorrere i sentieri umani della “communitas” ed ancor prima della “koinonia”. Tra i suoi significati più elementari è come un unico spazio, un condiviso perimetro dove il singolo vive un senso di appartenenza di un insieme sociale.
I tedeschi parlano di “Gemeinschaft” fino ad un suo significato negativo di “clan”.
La comunità non è né collettività né comunitarismo nelle versioni delle categorie politiche del nostro ‘800 e ‘900.
Studiosi recenti sono stati Rawls, Sandel, Taylor. Ogni comunità ha un suo specifico linguaggio, un suo codice di comunicazione come studiato da Heidegger o Wittgenstein.
La ” Comunità dei Credenti” con la Pentecoste trasforma gli Apostoli in precursori del Popolo di Dio portandoli dalle Catacombe a Piazza San Pietro.
Oggi le comunità sono comunità virtuali, negazione dell’ io che si trasforma in noi apparente e falso.

Il linguaggio utilizzato dai social, comunità umane ridotte al trasferimento intellettuale di stupide icone, non è elementare bensì il nulla.
Le relazioni virtuali sono divenute esercizi di narcisismo con l’aggravante specifica della violenza scritta nascosta dai nickname.

Ma malgrado tutto ciò che può sembrare un male imperante poi per la serie “che il diavolo fa le pentole ma mai I coperchi” ci sono sempre comunità che vivono per il bene.

A tal uopo non più di ieri chi scrive ha trascorso una intera giornata al Gemelli di Roma. Educato ed addestrato a vedere invece che guardare a causa di un passato di cui non ci si riesce a liberare, si ha avuto la possibilità di osservare un fenomeno meraviglioso. Si viveva in un contesto di sofferenza, di un policlinico, ebbene i giovani visti nei grandi corridoi, nella mensa, ai piani, molti vestiti da medici, infermieri, studenti, magari seduti sulle scale a mangiare un panino, parlavano fra di loro guardandosi negli occhi, toccandosi, giocando con i riti della loro età con una differenza….nessuno di loro guardava o giocava da solo con il telefonino che avevano nelle tasche dei loro vestiti. Non erano i soli fra i molti come capita nelle grandi piazze cittadine ad inviare un wazap a chi avevano di fronte.
Scriviamolo. Sono una comunità perché vive di valori comuni e condivisi come lo studio della Medicina, parlano uno stesso linguaggio avendo il futuro nei loro occhi.
Prendiamo esempio e favoriamo queste aggregazioni. Basta social con tutte le fesserie che si scrivono sintomi di solitudine esistenziale. Un invito a tutti….abbandonate i social.
Coltiviamo questi valori e torniamo ad investire su questi ragazzi e ragazze promuovendo il merito che solo lo studio può concedere. Lo dobbiamo fare perché esistono anche altre comunità con i loro linguaggi ed i loro riti e sono quelle che si manifestano con le “stese” di Caivano e con questa gente servono Carabinieri e nuove scuole.

Ognuno è chiamato a scegliere perché la responsabilità individuale viene prima della responsabilità collettiva prima di creare una comunità. Si dimenticava…noi siamo della ditta dei coperchi.

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  • Redazione

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