
Il primo ministro dell’India, Narendra Modi, accelera sull’idea di ribattezzare il proprio Paese “Bharat”.
Ieri mattina, in apertura dei lavori del vertice del G20, ha tenuto il suo intervento inaugurale dietro una targhetta che portava la scritta “Bharat” e non India.
Una scelta destinata ad alimentare ulteriormente l’acceso dibattito in corso nel Paese, partito all’inizio della settimana, dopo che in rete è finito l’invito ufficiale per la cena di gala del G20 trasmesso ai leader stranieri dalla presidente Droupadi Murmu, indicata nel documento come “presidente del Bharat”, nome utilizzato per indicare il Paese in diverse lingue indiane.
Forti proteste sono quindi giunte dalle forze di opposizione, in particolare dal Congresso e dal Partito Aam Aadmi, con il primo che ha accusato il governo di “distorcere la storia” per paura della nuova coalizione formata dall’opposizione e che si chiama, per l’appunto, India (acronimo per Alleanza nazionale indiana per lo sviluppo inclusivo).
Cambiare il nome ufficiale dell’India in Bharat è possibile, ma non sarebbe una cosa semplice. È il parere di Thankappan Achary, ex segretario generale della Camera del popolo, la camera bassa del parlamento indiano, intervistato dal quotidiano digitale “Financial Express”. La modifica, afferma Achary, “può essere fatta”, ma sarebbe “una prova erculea” perché richiederebbe numerosi emendamenti costituzionali, a cominciare dal Preambolo, in cui compare solo il nome India, e dall’Articolo 1 della Costituzione, in cui è citato anche il nome Bharat. “Il Parlamento non può emendare la struttura fondamentale della Costituzione ma tutte le altre parti della Costituzione possono essere cambiate”, spiega l’ex segretario generale della camera bassa. Quanto alla “struttura fondamentale”, la Corte suprema ha chiarito che riguarda l’equilibrio dei poteri e ha precisato anche che il Preambolo (che proclama l’India “Repubblica sovrana socialista laica democratica”) è parte integrante della Costituzione.
Non si sa ancora, comunque, se il governo intenda proporre il cambio di nome nella prossima sessione parlamentare, convocata in via straordinaria dal 18 al 22 settembre senza dettagli sull’ordine del giorno. Anche il ministro degli Esteri, Subrahmanyam Jaishankar, in un’intervista all’agenzia di stampa “Asian News International” (“Ani”), ha fatto notare che Bharat è nella Costituzione, mentre il capo del governo statale dell’Assam, Himanta Biswa Sarma (entrambi del Bjp, il Partito del popolo indiano del premier Narendra Modi), ha ricordato che Indira Gandhi, del Congresso nazionale indiano (Bjp), oggi all’opposizione, giurò come “Bharat ka Pradhan Mantri” quando si insediò come primo ministro. In effetti, nel primo articolo della Costituzione, in vigore dal 1950, si legge: “L’India, che è Bharat, sarà un’Unione di Stati”. Il nome Bharat, utilizzato in diverse lingue indiane, deriva dalla tribù dei Bharata, menzionata dagli antichi testi vedici tra i popoli indoari presenti nel subcontinente indiano nella seconda metà del secondo millennio avanti Cristo. Diversi programmi governativi contengono già la dicitura Bharat (o aggettivi derivati). Il ministro dell’Interno, Amit Shah, ne ha proposto l’adozione anche per il Codice penale e il Codice di procedura penale.





