Dall’Amore alla Morte: l’evoluzione di una dinamica distruttiva
È noto: ogni colpa, ogni condanna inabissa le radici nell’odio.
Odio che, nella mente di chi delinque, nutre e alimenta la parte malata fino a fare divorare quella sana, trasformandola in qualcosa di non più lucido, ma cristallizzato.
Di sovente, ci limitiamo a studi e ricerche post mortem.
Ma cosa accade, davvero, nella sequenza mentale di chi premedita un omicidio, o anche solo lo immagina senza portarlo a termine?
Per quale “inaccettabile ragione” un soggetto – uomo o donna – può maturare una rabbia e un rancore così forte e disperato da arrivare a uccidere in modo vigliacco?
L’odio criminale è forse solo la risposta a un’offesa o, piuttosto, una difesa istintiva che si trasforma in sfogo violento?
Oggigiorno, viviamo bombardati da convegni sull’Amore e sulla Morte, accerchiati dai continui, ripetuti episodi di femminicidio, da Lorena Isceri, gettata da un viadotto dell’A1 dal suo ex, a Luigia Fortunato, a Tania Terrin, a Ornella Forastefano e a decine di altre donne uccise, anno dopo anno, quasi sempre da partner o ex partner.
Eppure, si resta quasi del tutto minimali rispetto al fenomeno inverso, quello in cui è una donna a uccidere un uomo.
Pochissime volte, oserei dire quasi mai, ci si sofferma davvero sulla dinamica dell’odio.
Amori patologici e relazioni disfunzionali in cui Amore e Morte si sviluppano in modo speculare.
Solo pochi ne hanno una vera coscienza.
Lì, dove tutto si intreccia, fino a sfociare nell’ultima, definitiva vendetta: la punizione mortale.
Il passo dall’Amore alla Morte è lento e silenzioso.
È forse in questo lungo tempo di oblio che l’inconscio percorre la strada che dai sentimenti più nobili, l’Amore, svela il suo lato più oscuro, la Morte.
Ci siamo mai chiesti se un soggetto uccida perché diventa insopportabile “perdonare” un comportamento lesivo dell’altro?
Proprio perché il perdono implica la concessione di un “dono” e, quindi, di una parte di sé.
Pensiamo, com’è giusto, sempre alla vittima, con un desiderio di giustizia che razionalizza e canalizza le emozioni.
Con molto più scetticismo, invece, riusciamo a entrare nella dinamica relazionale tra vittima e carnefice.
Quando una persona diventa assassino o assassina e semina odio, in quei casi – non così rari e non sempre legati a devianze mentali o a un improvviso raptus – l’offensore non presenta patologie evidenti?
Quando tocca il limite di sopportazione dell’Io rispetto alle pressioni pulsionali interne, producendo una “rivolta” o una nevrosi, allora l’odio cresce come prova di resistenza alla legge del più forte, per non lenire la propria sottomissione e ricavarne, a livello neuro-biologico e psicologico, una sorta di soddisfazione.
Probabilmente perché, inconsciamente, essere odiati, lega all’altro con un vincolo emozionale più forte dell’acciaio.
Pertanto, in quella lunga fase di oblio, che va dall’ossessione all’odio, servono, sicuramente, nuovi strumenti, nuove informazioni e metodi di prevenzione, ovvero, un’analisi psicologica capace di vedere le ferite, più o meno nascoste, prima di arrivare alla fase finale, ovvero, quella della vendetta.
Pertanto, sia per la vittima sia per l’offensore o carnefice, è importante imparare a riconoscere i dolori dell’Io e prendere coscienza del processo che dalla colpa conduce alla responsabilità.
Colpa e responsabilità, odio e punizione restano, sempre, concetti strettamente legati.
E finché continueremo a contare, anno dopo anno, i nomi delle donne uccise e a quasi ignorare le poche, ma esistenti, storie inverse, questa dinamica resterà, in gran parte, ancora incompresa.





