Modello economico-matematico dell’allocazione strategica, del costo di campagna e della produzione avversaria di scarsità
Dopo un lungo lavoro di costruzione, verifica e progressiva formalizzazione del modello, “Guerra di Margini” è finalmente pubblicato.
Il punto di partenza del libro è una domanda elementare solo in apparenza: fino a quando conviene continuare una guerra?
La letteratura economica e strategica possiede da decenni strumenti sofisticati per analizzare l’allocazione delle risorse, i costi del conflitto, la deterrenza, la distribuzione delle capacità fra teatri differenti e il rapporto fra obiettivi politici e mezzi disponibili.
Rimane tuttavia un problema particolarmente difficile quando la guerra viene osservata nel suo svolgimento: le condizioni nelle quali una campagna era razionale al momento della decisione iniziale non sono necessariamente quelle nelle quali dovrà essere valutata sei mesi, un anno o cinque anni dopo.
La guerra modifica il sistema nel quale viene combattuta.
Consuma stock, deteriora piattaforme, impegna personale, occupa capacità industriale, congestiona la logistica, modifica i prezzi, richiede protezione crescente delle strutture dispiegate e produce apprendimento tanto nel soggetto che combatte quanto nell’avversario.
Per questa ragione “Guerra di Margini” tratta la campagna militare come un processo dinamico di allocazione del capitale nazionale.
La distinzione amministrativa fra risorse militari e civili rimane evidentemente necessaria per il funzionamento dello Stato, ma economicamente il capitale disponibile appartiene a un unico sistema.
Una capacità impiegata in un teatro non può essere contemporaneamente utilizzata in un altro; una linea industriale impegnata nella produzione di una determinata piattaforma non produce nello stesso momento qualcos’altro; personale, credito pubblico, consenso, capacità logistica, scorte e tempo sono tutti fattori caratterizzati dalla scarsità.
Il costo reale di una guerra non coincide pertanto con la somma delle spese sostenute.
Comprende anche ciò che non viene fatto.
È questo il passaggio dal costo contabile al costo strategico.
Il modello sviluppato nel libro cerca quindi di descrivere l’evoluzione del costo marginale della campagna.
Nelle fasi iniziali esso può diminuire: le organizzazioni apprendono, le procedure migliorano, le infrastrutture vengono ammortizzate su volumi maggiori, l’esperienza riduce alcune inefficienze.
Successivamente la curva può cambiare direzione.
Gli stock più facilmente disponibili vengono consumati. La manutenzione cresce. Le piattaforme perdono vita utile. Le sostituzioni diventano più costose.
L’avversario apprende. Le catene logistiche si allungano. Il footprint militare deve essere protetto. Altre crisi possono sorgere contemporaneamente.
Il costo marginale non è, dunque, un dato statico.
È una traiettoria.
A questo problema se ne aggiunge un secondo, che costituisce uno dei nuclei centrali del libro: l’avversario può intervenire sulla scarsità stessa.
La strategia classica tende inevitabilmente a privilegiare ciò che viene distrutto, conquistato o neutralizzato.
Ma una capacità militare può perdere parte del proprio valore operativo senza essere distrutta.
Può essere immobilizzata.
Può essere costretta alla protezione di un’infrastruttura.
Può essere dispersa.
Può dover essere mantenuta in riserva.
Può diventare troppo importante per un altro teatro per poter essere impiegata nel primo.
In questi casi l’avversario non riduce necessariamente lo stock fisico delle capacità del rivale.
Ne riduce la disponibilità strategica.
È il problema dello strategic displacement: produrre una variazione nelle alternative dell’avversario tale da indurlo a riallocare spontaneamente le proprie risorse.
Una crisi secondaria può quindi assumere valore strategico senza diventare militarmente più importante. Un teatro periferico può modificare il prezzo ombra delle risorse impegnate altrove. Una capacità ancora intatta può diventare, economicamente e strategicamente, indisponibile.
Da questa impostazione derivano le tre posture analizzate nel modello: Continue, Localise ed Exit.
Continuare significa conservare l’esposizione diretta e accettarne il costo marginale crescente o decrescente.
Localizzare significa trasferire una parte dell’onere operativo verso attori locali, alleati o proxy, conservando quanto possibile il risultato politico riducendo l’assorbimento di capitale proprio.
Uscire significa riconoscere che, date le condizioni mutate del sistema, quelle risorse producono ormai un rendimento strategico superiore altrove.
Nessuna delle tre decisioni coincide necessariamente con la vittoria o con la sconfitta.
Una decisione può essere militarmente dolorosa e strategicamente razionale. Una campagna può continuare a ottenere risultati tattici mentre distrugge progressivamente la capacità dello Stato di affrontare problemi più importanti.
Al contrario, una riduzione dell’impegno può preservare capitale strategico per obiettivi di valore superiore.
Per questo Guerra di Margini non vuole essere un libro sul prezzo della guerra.
Vuole essere un libro sulla scelta.
La domanda fondamentale non è quanto abbiamo già speso.
Quel costo appartiene al passato.
La domanda è quale valore produrrà la prossima unità che decideremo di impiegare, quale alternativa renderemo impossibile utilizzandola e quanta libertà d’azione conserveremo dopo aver preso quella decisione.
È sul margine che una strategia continua a essere razionale oppure cessa di esserlo.
Ed è sul margine che, molto spesso, le guerre vengono realmente vinte o perdute.
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