Il tradimento delle aspirazioni iniziali
La grande delusione di chi sognava un mondo più giusto grazie al comunismo, si chiamò “socialismo reale”.
I loro capi imbrogliarono dall’inizio, anche sul nome, ma, soprattutto, sostituirono una classe di aristocratici, proprietari, imprenditori, con la nuova classe dei burocrati di partito.
Col risultato che la “liberazione” promessa si rivelò il mostro stalinista e le condizioni di vita del popolo furono molto peggiori di quelle di cui godevano gli “sfruttati” dal capitalismo.
E fin qui – a parte quelli che fanno fatica ad ammettere di aver sbagliato a buttare le loro energie e la loro vita dietro a un’illusione il cui fallimento facevano e fanno ancora finta di non vedere e non capire – siamo più o meno d’accordo quasi tutti.
Il problema, però, riguarda, secondo me, anche il modo in cui oggi opera il capitalismo liberale, divenuto, da strumento di liberazione della borghesia produttiva e professionale dai vincoli dell’Ancien Régime, con conseguenti benefici anche per le altre classi sociali, un nuovo regime globale da cui quella borghesia produttiva e professionale viene sempre più e in maniera sempre più violenta, impoverita, resa marginale e sottomessa.
Il globalismo finanziario, l’uso spregiudicato di strumenti privati come i social, che indirizzano il pensiero dei cittadini, i loro gusti, il loro orientamento culturale e politico; stampa e TV non più di proprietà di editori puri, ma di potentati economici, che condizionano i governi, emarginano chi non è d’accordo e coprono il dissenso con la censura mascherata da lotta alle fake news; e, soprattutto, la sempre più marcata concentrazione di produzione e servizi che ha costruito di fatto un insieme di monopoli con bilanci superiori a quelli di molti stati nazionali: tutto ciò sta finendo per trasformare il capitalismo liberista da strumento per accrescere il benessere e la libertà dei cittadini, in un sistema che finisce per concentrare la ricchezza – e quindi il potere – in un gruppo sempre più ristretto di persone, fisiche o giuridiche poco importa, e per rendere tutti gli altri sempre più poveri e, di conseguenza, sempre meno liberi.
Una specie di tradimento, simile a quello del comunismo.
A me sembra che “socialismo reale” e “capitalismo reale”, benché assai diversi tra loro, e benché tra l’uno e l’altro il secondo sia preferibile in quanto almeno la libertà formale di opporsi non può essere negata per definizione, abbiano in comune il tradimento delle aspirazioni iniziali.
E hanno in comune di essere entrambi legati alla “quantità”, si chiami PIL alla maniera capitalista, o Piani Quinquennali di Sviluppo, alla maniera sovietica, non avendo nessun interesse alla “qualità”.
Forse rileggere Guénon, Zolla ed Evola non è inutile.





