Industria e strategia tornano a coincidere
Quando ho scritto che la sovranità forgia l’acciaio, il riferimento non era soltanto alla produzione siderurgica, ma al ritorno del principio che, per decenni, l’Occidente aveva ritenuto superato, cioè che esistono settori che uno Stato non può permettersi di perdere, perché rappresentano un elemento essenziale della propria sicurezza nazionale.
L’acciaio è proprio uno di questi.
Non è soltanto il materiale con cui si costruiscono ponti, edifici o infrastrutture civili, ma il presupposto industriale della cantieristica navale, dei sottomarini, dei mezzi corazzati, dell’industria aerospaziale, della produzione di munizionamento e dell’intera filiera della difesa. Senza acciaio non esiste autonomia strategica.
La decisione del Regno Unito di nazionalizzare British Steel lo dimostra con estrema chiarezza. Non è stata presentata come una misura economica né come un semplice salvataggio industriale, Londra ha motivato l’intervento richiamando esplicitamente la sicurezza nazionale, assumendo il controllo di un’azienda che apparteneva al gruppo cinese Jingye e che stava attraversando una grave crisi finanziaria, tanto da chiudere due altiforni.
La notizia è diventata ancora più interessante il giorno dopo, quando il Ministero degli Esteri cinese ha dichiarato che monitorerà attentamente la vicenda, chiedendo la tutela degli interessi di Jingye e avvertendo che il modo in cui il Regno Unito gestirà la nazionalizzazione influenzerà la fiducia degli investitori cinesi e la percezione della credibilità del governo britannico.
Questa reazione dimostra che la questione non riguarda soltanto un’acciaieria ma il controllo degli asset strategici.
Per molti anni abbiamo raccontato la globalizzazione come un processo irreversibile, fondato sull’idea che l’interdipendenza economica avrebbe ridotto i conflitti e reso superflua la sovranità industriale.
Oggi assistiamo, invece, al fenomeno opposto; gli Stati stanno recuperando il controllo delle filiere considerate essenziali, non perché rifiutino il commercio internazionale, ma perché hanno compreso che la dipendenza da soggetti esterni può trasformarsi in una vulnerabilità strategica.
È una trasformazione che attraversa l’acciaio, l’energia, i semiconduttori, le terre rare, i porti, le infrastrutture digitali e perfino i cavi sottomarini.
La sicurezza non è più soltanto una questione militare, è la capacità di mantenere operative le filiere che rendono possibile la difesa, la produzione e l’autonomia decisionale di uno Stato.
La vicenda British Steel rappresenta un caso emblematico; da una parte un governo che richiama la sicurezza nazionale per giustificare la nazionalizzazione e dall’altra una grande potenza come la Cina che considera quella scelta un tema di rilevanza geopolitica e diplomatica.
È la conferma che il mondo sta entrando in una fase nella quale industria e strategia tornano a coincidere.
Per questo l’acciaio non è più soltanto una materia prima, ma un indicatore di sovranità.
La geopolitica ci obbliga a guardare oltre la cronaca; le decisioni industriali non possono più essere lette esclusivamente con le categorie dell’economia. Sempre più spesso sono scelte di potenza, di deterrenza e di sicurezza nazionale.


Elena Tempestini, giornalista, storica, speaker radiofonica, comunicazione, capo redattore di Idee di Governo.


