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LE VELLEITA’ LETTERARIE DEL GENERALE

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di Bruno Chiavazzo

Dunque vediamo i fatti: un generale sconosciuto ai più, tale Roberto Vannacci,  si autoproduce un libro. Autoproduce vuol dire che se lo è pagato da solo, stampa copertina e tutto il resto.  In altre parole non ha trovato uno straccio di editore, anche della più sperduta provincia italiana, che glielo pubblicasse. E già questo dovrebbe far riflettere, in un Paese in cui sono più quelli che scrivono che quelli che leggono (copyright Massimo Troisi), ma essendo l’autore un generale di chiare simpatie nostalgiche-reazionarie, il libro autoprodotto diventa un caso politico.

Non c’entra niente il fatto che le pagine stampate a sue spese siano un insieme di banalità e frasi fatte, frutto delle più viete chiacchiere da caserma che il generale frequenta fin da ragazzo e che, evidentemente, ha assimilato nel profondo. I gay, i neri, le donne, la supremazia maschile, l’onore, la Patria e tutto il resto appresso, insomma retorica da Caffè Coloniale del Ventennio, tipo “qui non si fa politica…si lavora”.

Complice l’afa estiva, le elucubrazioni autoprodotte del generale diventano materia da talk-show e da giornali che restano invenduti nelle edicole; ma la sinistra italiana, incapace di produrre un’idea che fosse una, si avventa sul libercolo e ne fa un caso di fascismo di ritorno. Il Ministro della Difesa, Guido Crosetto, è costretto a reagire e destituisce il generale dall’incarico di comandante dell’Istituto geografico militare di Firenze, un luogo non proprio operativo che lascia parecchio tempo libero al generale che in cuor suo si sentiva sprecato in quel ruolo, data l’enorme autoconsiderazione di cui dispone (si è paragonato nientedimeno che a Giulio Cesare), ed ha pensato bene di investire un po’ dei suoi soldi nel suo epitaffio letterario. Il mondo doveva sapere quello che il “Giulio Cesare” dei Lungarni aveva da dire.

Sulla “fatica” letteraria del generale si avventano tutti, dalla Schlein a Calenda, da Renzi a Fratoianni, da Conte a Bonelli, tutti a chiedere che la Meloni “dica qualcosa”. Idem nel campo destrorso. Alemanno, mai rimpianto sindaco di Roma, che punta a scalzare la “democristiana” da Palazzo Chigi,  in nome dei Sansepolcristi traditi, plaude al generale facendo andare in testa coda i “Meloni boys”, alla Donzelli che cerca di recuperare quel migliaio di parafascisti, in nome della “libertà di pensiero”, concetto sconosciuto per quegli stessi fanatici che i libri li bruciavano nelle Case del Popolo non moltissimi anni fa.

Insomma la classica sceneggiata italiana con la “chicca” finale di Salvini, che un libro non l’ha mai visto né conosciuto, che telefona al generale per complimentarsi in nome della “libertà d’opinione” (sic!).

Autore

  • Redazione

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