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Prima di votare è bene riflettere

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L’ipotetico incoerente governo della sinistra

Siete proprio sicuri di votarli? L’anno prossimo ci saranno le elezioni. E prima di entrare in cabina, conviene guardare in faccia il governo che potrebbe nascere se vincesse la sinistra.

Facciamolo. Perché il campo largo non è uno slogan: è un organigramma. E quando lo si scrive nero su bianco, con nomi e cognomi accanto alle possibili poltrone, il quadro smette di essere un’ipotesi politologica e diventa un catalogo dell’impensabile.

Elly Schlein, Presidente del Consiglio.
Chi dice che non abbia esperienza amministrativa sbaglia. Ne ha una ed è la peggiore possibile. Vicepresidente della Regione Emilia-Romagna dal 2020 al 2022, assessore con delega al Patto per il clima, che tradotto significa prevenzione e sicurezza del territorio.

I risultati si sono visti nel maggio 2023, quando ventitré fiumi sono esondati contemporaneamente, duecentottanta frane hanno sepolto strade e case e la Romagna è finita sott’acqua per settimane.

Dei 71,9 milioni ricevuti dallo Stato per la sicurezza dei corsi d’acqua, la giunta Bonaccini – Schlein ne ha restituiti 55. Delle ventitré casse d’espansione finanziate con 190 milioni, ne funzionavano dodici.

La Corte dei Conti ha certificato la mancata realizzazione di opere idrogeologiche per decine di milioni, interamente finanziati e interamente non spesi.

Quando il PD ha provato a negare che Schlein avesse la delega al clima, il viceministro Bignami ha letto in diretta il sito della Regione. Il partito ha smesso di rispondere.
Questa è la donna che il campo largo metterebbe a Palazzo Chigi. Non una debuttante: qualcosa di peggio. Una che ha già avuto la sua occasione e l’ha annegata.

Giuseppe Conte, Ministro degli Esteri.
L’uomo che in tre anni di Palazzo Chigi ha firmato il Memorandum sulla Via della Seta con Pechino, ha spalancato le porte a un contingente militare russo in piena pandemia. Centoquattro soldati guidati da un generale reduce dalla Siria, con il Copasir che ancora si chiede cosa siano venuti davvero a fare.

Anche perché Kikot avrebbe esordito dicendo: “Siamo qui sulla base di un accordo politico di altissimo livello. Possiamo fare qualsiasi cosa, vogliamo sanificare l’intero territorio italiano entrando anche negli uffici pubblici”.

Ha chiuso il Paese con i DPCM, ha lasciato alla Farnesina una rete diplomatica in stato confusionale e oggi si oppone all’invio di armi all’Ucraina, facendo oggettivamente il gioco di Mosca.

Alla guida degli Esteri, Conte porterebbe la stessa dote che ha sempre portato: l’arte di non scegliere tra Washington e Pechino, tra atlantismo e neutralismo, tra alleati e avversari.

In un’epoca in cui mezzo mondo è in fiamme, l’Italia avrebbe come capo della diplomazia l’unico premier che è riuscito a scontentare contemporaneamente Trump e Macron. Un talento raro, bisogna riconoscerlo.

Nicola Fratoianni, Ministro dell’Interno.
Qui il paradosso diventa acrobazia. Fratoianni, l’uomo che ha votato contro ogni decreto sicurezza, che considera i CPR lager, i rimpatri deportazioni e le forze dell’ordine un problema strutturale, al Viminale.

A comandare quegli stessi poliziotti che ha passato vent’anni a denunciare. A gestire l’ordine pubblico con la stessa convinzione con cui un vegano gestisce un macello. Chi controllerebbe le frontiere? Chi coordinerebbe l’antiterrorismo? Chi firmerebbe le espulsioni?

Fratoianni non ha mai fatto mistero della risposta: nessuno. Solo che adesso avrebbe il timbro per renderla ufficiale.

Laura Boldrini, Ministro per l’Immigrazione.
Un ministero creato su misura, come un abito sartoriale cucito sull’unica persona in Italia che considererebbe l’abolizione dei confini una riforma strutturale e non un delirio.
Boldrini, la donna che ha trasformato ogni barcone in un’icona, ogni clandestino in un profugo, ogni critica in razzismo.

Con un dicastero dedicato, avrebbe finalmente gli strumenti per istituzionalizzare ciò che finora è stato solo un esercizio retorico: la trasformazione dell’accoglienza da emergenza a diritto incondizionato, senza limiti, senza numeri, senza domande.

Ilaria Salis, Ministro della Giustizia.
Una donna detenuta all’estero per quindici mesi, rientrata in Italia grazie all’immunità parlamentare europea, con una votazione rocambolesca che ha prodotto molti interrogativi.

Il procedimento contro di lei a Budapest è congelato da quella stessa immunità e riapribile al termine del mandato. Mentre la sua coimputata tedesca, che non aveva uno scranno a proteggerla, si è presa otto anni.

La domanda non è se sia opportuno. La domanda è se esista un Paese al mondo – uno solo – dove chi è sfuggito temporaneamente a un processo venga messo a dirigere il sistema giudiziario. Se lo si trova, probabilmente non è un Paese in cui si vorrebbe vivere.

Angelo Bonelli, Ministro dell’Ambiente.
Il profeta dell’apocalisse climatica permanente. L’uomo che collega ogni acquazzone al cambiamento climatico, ogni ondata di calore alla fine della civiltà, ogni alluvione all’insufficienza delle politiche green.

Le stesse politiche green che, dove applicate con la sua ricetta, hanno fatto esplodere le bollette e affossato l’industria.

Bonelli all’Ambiente significherebbe una cosa sola: la fine del motore endotermico anticipata a domattina, il nucleare sepolto per sempre, il gas liquidato come nemico pubblico e le famiglie italiane a scaldarsi con le buone intenzioni. Che, come noto, hanno un potere calorico pari a zero.

Cecilia Strada, Ministro della Difesa. La figlia di Gino Strada. Cresciuta nelle tende di Emergency a ricucire i corpi dilaniati dalle bombe, oggi eurodeputata del PD e paladina del disarmo universale.

La donna che ha costruito la propria identità pubblica, di fatto, sull’assunto che la risposta militare sia il problema prima ancora che la soluzione. È lei che metterebbe la firma sugli ordini operativi delle Forze Armate italiane.

In un momento in cui la NATO chiede il 2% del PIL in spesa militare, la Russia è in guerra nel cuore dell’Europa e il Mediterraneo è una polveriera, l’Italia avrebbe al vertice della Difesa una ministra il cui programma si riassume in una parola: disarmo. I generali dello Stato Maggiore riceverebbero direttive da chi considera il loro mestiere non una necessità ma una patologia. Come mettere un obiettore di coscienza a comandare una portaerei.

Alessandro Zan, Ministro dell’Inclusione.
Fondatore del Padova Pride Village, organizzatore del Gay Pride nazionale, ex presidente di Arcigay Veneto, autore del DDL che porta il suo nome, quello che voleva trasformare il dissenso sull’identità di genere in reato penale, prima che il Senato lo affondasse a scrutinio segreto nel 2021, con pezzi della sua stessa maggioranza in fuga dietro la scheda.

Ma Zan non è solo un legislatore. È anche un imprenditore del Pride: socio di maggioranza al 52% della Be Proud srl, la società commerciale che gestisce il Village, oltre un milione e trecentomila euro di fatturato nel 2022, tra biglietti a dieci euro e tavoli nel privé a centosessanta.

Report ci ha fatto sopra un’inchiesta. Nessun illecito, sia chiaro. Ma il profilo è quello di un uomo che ha trasformato i diritti civili in un brand, l’attivismo in un evento con il bar e la battaglia politica in una stagione estiva con duecentomila presenze.

Con un ministero dedicato, Zan avrebbe ciò che il Parlamento gli ha negato: non più un disegno di legge da contrattare, ma un apparato da governare. Inclusione per decreto, identità per circolare, rieducazione per chi obietta.

Perché obiettare, nel lessico di quel mondo, non è un’opinione. È già un reato.
Alessandro Di Battista, Ministro dell’Istruzione.

Il Che Guevara della Balduina. L’uomo che ha attraversato l’America Latina in cerca di una rivoluzione e non ha trovato nemmeno un congiuntivo.

Autore di libri che farebbero piangere un correttore di bozze, oratore da comizio che ha trasformato l’italiano in un campo minato sintattico, dove ogni subordinata è un azzardo e ogni consecutio temporum una scommessa persa.

Di Battista all’Istruzione sarebbe la vendetta definitiva della lingua italiana contro sé stessa: il ministro che mette in difficoltà la grammatica ogni volta che apre bocca, chiamato a riformare i programmi scolastici e a garantire che i ragazzi escano – non “escono”, una distinzione che al ministro andrebbe prima spiegata – dalla scuola sapendo leggere, scrivere e coniugare i verbi.

Del resto, la coerenza del campo largo potrebbe essere proprio questa: alla Difesa chi vuole disarmare, alla Giustizia un’imputata con processo sospeso, all’Immigrazione chi abolirebbe i confini, all’Inclusione chi trasforma i diritti in fatturato e all’Istruzione uno che con la lingua italiana ha un contenzioso aperto da vent’anni.

Ecco il governo. Tutto insieme, in un unico colpo d’occhio. Nove nomi, nove caselle, nove paradossi.

Non è una fantasia. È la proiezione coerente e brutale delle culture politiche che compongono il campo largo. Sono i nomi reali delle persone reali che la vittoria della sinistra potrebbe mettere nelle stanze dove si decidono le vite di sessanta milioni di italiani.

Ogni casella è coerente con la storia, le dichiarazioni e le battaglie di chi la occuperebbe.
È esattamente il governo che quella coalizione potrebbe partorire, perché è l’unico governo che quegli equilibri consentono.

Ci sono domande ineludibili a cui è obbligatorio rispondere prima di andare a votare. Sono rivolte a chi, nel segreto dell’urna, pensa che “cambiare” sia comunque meglio di “restare”.

Avete letto i nomi? Avete immaginato le conseguenze? Siete ancora sicuri? Non vedete che è un Campo Santo per l’Italia?

Perché dopo, lamentarsi non sarà un diritto. Sarà una confessione.

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