Il conflitto eterno tra la forza e la diplomazia
Osservando ciò che accade tra Israele, Libano, Iran e Stati Uniti, mi accorgo che la questione più importante non riguarda soltanto i missili, i bombardamenti o le dichiarazioni dei leader.
Riguarda qualcosa di molto più antico e profondo, qualcosa che accompagna l’umanità fin dall’inizio della sua storia: il conflitto eterno tra la forza e la diplomazia.
Da una parte ci sono coloro che credono che la sicurezza nasca dalla forza. È il pensiero dei generali, ma anche di molti uomini comuni quando si sentono minacciati. Se esiste un pericolo, bisogna eliminarlo. Se esiste un nemico, bisogna impedirgli di colpire.
In questa visione la pace non è altro che il risultato della superiorità. Si è al sicuro quando si è abbastanza forti da scoraggiare o sconfiggere chi potrebbe farci del male. Dall’altra parte ci sono coloro che credono che la sicurezza nasca dalla comprensione delle cause che generano il conflitto.
È il pensiero dei diplomatici, dei mediatori, di chi cerca di guardare oltre il momento presente. In questa visione non basta fermare il nemico. Occorre capire perché il nemico esiste, quali paure lo alimentano, quali ferite lo hanno generato e quali interessi lo spingono ad agire.
Più invecchio e più mi convinco che entrambe queste visioni contengano una parte di verità e una parte di illusione. La storia non ha mai dato ragione completamente né ai generali né ai diplomatici. La forza può fermare una minaccia. A volte è necessaria.
Sarebbe ingenuo pensare che ogni conflitto possa essere risolto soltanto con le parole perché esistono momenti in cui difendersi è un dovere e non una scelta. Ma la forza, da sola, non è mai riuscita a costruire una pace duratura. Può imporre il silenzio delle armi, ma non necessariamente il silenzio del rancore.
Può distruggere eserciti, ma raramente riesce a distruggere le paure, le umiliazioni e i desideri di rivalsa che continuano a vivere nel cuore degli uomini. Anche la diplomazia, però, non è onnipotente.
Può costruire ponti, creare accordi, favorire la convivenza, ma non può cancellare completamente le ambizioni, le paure e gli interessi che appartengono alla natura umana.
Ogni trattato contiene già in sé la possibilità di essere infranto. Ogni pace contiene già il rischio di una futura tensione. Per questo motivo la domanda più importante non è chi abbia ragione tra chi invoca la forza e chi invoca il dialogo.
La vera domanda è un’altra. Quanta forza è necessaria per difendere la pace senza finire per distruggerla? E quanta diplomazia è possibile praticare senza trasformarla in una di ingenuità davanti a chi non vuole la pace?
Sono domande che non riguardano soltanto il Libano, Israele, l’Iran o gli Stati Uniti. Riguardano ogni essere umano. Anche nella nostra vita quotidiana esiste una versione più piccola della stessa tensione.
Ogni volta che veniamo feriti dobbiamo decidere se reagire con durezza o cercare di comprendere. Ogni volta che ci sentiamo minacciati dobbiamo scegliere se alzare muri o costruire ponti. Ogni volta che difendiamo noi stessi rischiamo di diventare prigionieri della nostra stessa difesa.
Forse la saggezza non consiste nello scegliere una volta per tutte tra la forza e la diplomazia. Forse consiste nel capire quando usare l’una e quando affidarsi all’altra. Perché la paura, quando diventa troppo grande, convince gli uomini che soltanto la forza possa salvarli.
Eppure la storia dimostra che le guerre nascono quasi sempre dalla paura e raramente riescono a guarirla. Ecco perché, osservando il mondo, continuo a pensare che la sfida più difficile non sia vincere una guerra. Le guerre, prima o poi, qualcuno le vince.
La sfida più difficile è fermarsi in tempo. Fermarsi prima che la difesa diventi aggressione. Fermarsi prima che la prudenza diventi ossessione. Fermarsi prima che il bisogno legittimo di sicurezza si trasformi nella principale fonte di insicurezza.
Forse è proprio qui che si misura la maturità di una nazione, di una civiltà e persino di una persona: nella capacità di comprendere che la forza può proteggere la vita, ma solo la saggezza può impedirle di consumare se stessa.
E la saggezza, a differenza della forza, non alza mai la voce. Sa che esiste un momento per resistere e un momento per fermarsi. Sa che la vera vittoria non è annientare il nemico, ma impedire che il conflitto diventi l’unico linguaggio possibile tra gli esseri umani. Perché quando accade questo, anche chi vince paga un prezzo che nessuna vittoria riesce davvero a compensare.





