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Smarriti in Occidente i capisaldi di solidarietà, coesione, laicità

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Smarriti i capisaldi di solidarietà

L’interesse individuale da solo è debole e costringe ad accettare qualsiasi condizione

In un mondo dove prevale la forza, l’aggressione, la distruzione, l’ambizione di alcuni potenti che hanno sovrastato regole e strumenti che tenevano insieme le persone, si sono creati solo disastri dal punto di vista economico, produttivo e sociale. 

Parafrasando un libro di Gabriel García Márquez, “Cent’anni di solitudine[1]”, in cui si descrive un lungo viaggio di una famiglia e di un villaggio da una solitudine a un’altra solitudine – dall’isolamento dell’ignoranza e dell’innocenza, all’isolamento della consapevolezza e dell’alienazione – così pure, oggi, queste organismi e regole – che pure hanno fatto un lungo viaggio pieno di travagli – se vogliono dimostrare di non essere più in questo stato di isolamento, ovvero di alienazione, devono tornare a interpretare il ruolo, di soggetti indispensabili e insostituibili nella gestione dei processi internazionali e per la modifica di questi nuovi dogmi che stanno imperando.

Conseguentemente, devono saper attualizzare i propri strumenti tradizionali e insieme, naturalmente, introdurne di nuovi per stimolare e ampliare il controllo del rispetto delle regole internazionali  che sono il fondamento di società democratiche e civili, in grado di vivere in pace.

Ecco perché è prezioso parlare di un nuovo impegno, superando l’isolamento, perché uno dei tanti mali che le politiche neo liberiste e di guerra hanno calato nel nostro contesto politico e sociale è stata l’induzione all’apatia delle coscienze.

Null’altro, insomma, che il risultato dell’abbandono dell’ideale di comunità, a favore dei mantra della competizione e dell’uomo solo al comando. I tempi che viviamo hanno smarrito nei paesi occidentali gli stessi capi saldi della varie Carta Costituzionali cioè: solidarietà, coesione, laicità.

Principi che mano a mano ritengo non sono più stati sufficientemente spiegati ai giovani, lasciandoli navigare in un mare magnum di informazioni veicolate da un pensiero unico che ha ambito sempre più ad allontanare le persone, a lasciarle chiudere in sé stesse, a non credere più nel valore dello stare insieme, convinti di esser autonomi e invece si è diventati automi.

Forse, potrebbe sembrare una valutazione azzardata ma invito a riflettere sul fatto che l’immensa quantità di informazioni che ogni minuto ci vengono fornite sui nostri cellulari, il più delle volte sono sommarie, erronee e soprattutto veicolate.

Il rapporto con l’informazione si sta riducendo allo scorrere il dito su uno schermo, senza nemmeno fermarsi a leggere oltre un semplice titolo, di solito sensazionalistico per attirare un like.

Questa quantità di sapere così facilmente accessibile, cosa inimmaginabile fino a pochi anni fa, più che creare crescita suscita regresso nelle menti e nelle capacità. In primo luogo, perché la forma di espressione di chi legge si circostanzia – non potendo 280 caratteri permettere chi sa quali dissertazioni – al solo consenso o dissenso con un like o dislike. I social sono diventati le nuove arene in cui il popolo assiste ai giochi gladiatori e giudica con un pollice.

Si è accentuato, con questo isolamento, un individualismo che era stato già indotto da una corrente macroeconomica-finanziaria che per raggiungere i suoi obiettivi ha corroso, goccia a goccia, le fondamenta di tutto ciò che veramente è socialità, tutto ciò che è rapporto con l’altro al netto di intermediazioni tecnologiche di qualsiasi natura.

I giovani, in particolar modo, non si trovano più a proprio agio in un confronto, perché hanno perso l’abitudine al dialogo e questo non ha fatto altro che far avanzare in loro diffidenza, paura nei confronti dell’altro, sempre più spesso, e per i più disparati motivi, classificato come diverso.

Così si sta creando una società di diversi, il ché, paradossalmente, sarebbe l’ottimo da raggiungere in una società accogliente e plurale, ma che in questo contesto, invece, isola tutti gli individui, indebolendoli.

Così quelle politiche hanno fatto breccia negli Stati, minando passo dopo passo tutte le conquiste del dopoguerra raggiunte nel mondo del lavoro, dei diritti civili e della sicurezza sociale.

Quelle politiche economico finanziarie immateriali, calate dall’alto e non democraticamente delegate, cavalcando l’onda delle degenerazioni della globalizzazione hanno spinto i mercati, quelli veri o meglio quelli che hanno riflesso sulla vita delle persone, a una aggressiva lotta al ribasso.

Quella che doveva essere una scalata verso la modernità, si è tradotta in una serie di scivoloni rovinosi nei confronti delle maggiori conquiste sociali nel diritto del lavoro del movimento operaio e non solo.

Si è inculcato che la flessibilità fosse la via per brillanti carriere, che le tutele dai licenziamenti fossero inutili costi sulle spalle della collettività, che il mercato libero dai vincoli pubblici garantisse servizi migliori e più vantaggiosi.

Queste ricette sono state vincenti?

Tutte le rilevazioni sembrano dimostrare il contrario. Queste linee hanno scatenato fenomeni di dumping sociale che hanno depotenziato oltre che il diritto anche la contrattazione collettiva.

I giovani in questo contesto si sono trovati a dover “ringraziare” per collaborazioni stagionali, se non giornaliere a volte, e ad “accettare” impieghi gratuiti nella speranza di futuri approdi contrattuali. Si è creata un’incredibile situazione di disagio sociale di un’intera generazione che, il più delle volte, non è compresa o rimane sotto silenzio.

Un disagio coltivato solo ed esclusivamente da chi lo vive, isolato in quella condizione di cui parlavo prima, non essendovi più la forza della comunione di intenti per risolvere una difficoltà.

Si è soli, e in questa cornice hanno buon gioco quelle lobby che hanno il solo interesse del profitto. Proprio per questi motivi, i corpi sociali sono stati continuamente attaccati, prima i partiti poi le organizzazioni sindacali.

L’obiettivo che dobbiamo porci, infatti, è quello di “rieducare” e “riabituare” i giovani a stare insieme, a farsi forza l’un l’altro e non a prevalere sull’altro, a camminare fianco a fianco e non a sgomitare. La forza della comunità sta nella pluralità e nella convergenza degli interessi che insieme riescono a imporsi.

L’interesse individuale da solo è debole e costringe ad accettare qualsiasi condizione, anche quella di lavorare gratis. La sfiducia e l’apatia non sono utili ed abili a risollevare una situazione di difficoltà, nella loro natura, infatti, vi è l’abbandono alla contingenza.

Per questo è essenziale ripristinare il senso di comunità attraverso una cittadinanza attiva, e con attiva intendo partecipe delle decisioni sociali del Paese.

È necessario tornare a sentirsi protagonisti di un qualcosa di molto più grande, della semplice condivisione di un post su Facebook. È importante ripristinare i luoghi “fisici” per una vera condivisione delle esperienze e del vissuto.

Per farlo bisogna riabituare le persone a confrontarsi e a dialogare non più dietro uno schermo e i primi a dare l’esempio dovrebbero essere gli esponenti della classe politica dirigente.

Basta tweet e slogan campanilistici, bisogna tornare ad argomentare e a fermarsi un momento per pensare. I ritmi frenetici, i mille input della tecnologia tendono a trattenerci dalle riflessioni ma credo che sia quanto mai opportuno che le persone tornino a ragionare qualche tempo sulle notizie senza limitarsi a immagazzinarle passivamente. Perché se così è, nessuno più sarà in grado di farsi una opinione propria ma si lascerà trainare dagli eventi.

Al riguardo non sembra superfluo dire che il nostro modello di civiltà – quello dell’Europa occidentale, che ha sempre cercato di tenere insieme la parte più forte con la più debole del Paese, mediante interventi diretti dello Stato attraverso il welfare – è ancora valido. Una caratteristica questa che dobbiamo preservare.

La persona con i suoi bisogni e la sua dignità devono continuare ad essere al centro di ogni iniziativa. Proprio per questo vanno studiate linee alternative a questo modello economico e sociale dominante.

Questo processo di generale recupero globale dell’economia non sarà facile, né tanto meno rapido, se si continueranno a proporre soluzioni temporanee, incerte e non vincolanti, per combattere la speculazione che avviene sui mercati non regolati.

Sarà necessario coinvolgere, anche a livello internazionale, l’intero contesto economico, finanziario e produttivo, a partire dal continente europeo.

Occorrerà, inoltre, individuare politiche tali da poter ridare prospettive ai settori produttivi, all’occupazione, all’aumento del potere di acquisto per lavoratori e pensionati e, di conseguenza, tali da rappresentare un volano allo sviluppo.

Come ho ribadito più volte è necessario recuperare nuovamente valori dell’Umanesimo, ricercando un nuovo modello politico, economico e sociale. Ecco questa amnesia va rimossa e, per tali ragioni, la crisi va combattuta con un nuovo sviluppo.

Non è possibile che nove nuclei familiari su dieci non siano in grado di reggere uno shock economico imprevisto e che la decisione di avere un figlio sia oggi considerata un “fattore di vulnerabilità” finanziaria.

Bisogna che si recuperi nel nostro Paese la capacità di guardare lontano, oltre il contingente, con una nuova progettualità, in cui ogni persona si riconosca nella comunità come cittadino.

Questa progettualità deve essere in grado di sostenere politiche alternative che contrastino le politiche recessive. È tempo di focalizzare l’attenzione su cosa si può fare oggi, a partire dalla politica e dalle forze sociali, di fronte agli eventi socioeconomici che hanno travolto il sistema politico nazionale e l’Europa.

Sono personalmente convinto che se si riuscissero a colmare fino in fondo le differenze, che pure esistono, si potrebbe consentire di ripristinare i valori che sono alla base della storia di questo Paese – vale a dire democrazia, libertà, solidarietà, coesione e tolleranza – nella difficile partita che si sta giocando per recuperare i diritti nel contesto nazionale e internazionale.

Si dovranno estendere i confini della cittadinanza sociale, in modo da assicurare una più ampia equità distributiva della ricchezza e dei servizi, col determinante riferimento al valore sociale del lavoratore.

Bisogna individuare strategie per tornare ad avere un ruolo nella messa a punto delle politiche economiche del Paese e tali strategie devono essere strettamente connesse al modello di società che si vuole perseguire per contrastare questa situazione economica, sociale e politica.

Per concludere, questa mia valutazione non vuole fornire a tutti i costi soluzioni indefettibili, bensì suggerire alcuni spunti di riflessione per i tanti attori che si muovono nella società, per rilanciare le proprie proposte per rivendicare nuove scelte economiche, per rendere più democratico il nostro Paese e incamminarsi verso una società più giusta e più equa.

Nello stesso tempo coinvolgere quanto più è possibile le persone, a cominciare dall‘intellighentia di questo Paese, in un dibattito che faccia pensare e rendere l’azione collettiva.

Il Paese ha ancora bisogno di dibattito e di dialettica. Per questo va premiata una “Politica” aperta, che sia radicata nella società, profondamente democratica, che sia in grado di lanciare confronti  politici e ideali che coinvolgono l’opinione pubblica, senza ricreare contrapposizioni che stanno ancora contrassegnando la vita del Paese.

Una Politica che dia spazio e libertà di azione a chi affronta e segue i problemi che interessano l’opinione pubblica: dall’ecologia allo sviluppo occupazionale, dall’istruzione alla sanità, dall’assistenza alla cultura, dal turismo all’aumento dei redditi per ampliare i consumi.

Bisognerebbe sviluppare idee, elaborare progetti e raccogliere consensi, sulla base di una Politica concreta che risolva situazioni e problemi. Non si può più aspettare!

[1]     G. G. Márquez, 2005, Cent’anni di solitudine (Cien años de soledad, 1967), traduzione di Enrico Cicogna, ed. Feltrinelli.

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