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IL DUBBIO

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di Giuseppe Augieri

Qualcuno mi accusa di essere troppo sicuro di me. Io invece ho sempre mille dubbi. O, almeno, mi sembra sia così. Quando, in una discussione, esprimo un mio parere e ne trovo contrapposto un altro, non riesco a pensare se stimo abbastanza la persone che mi si contrappone per decidere se ho ragione io: mi scatta comunque il dubbio di essere io in errore. Cerco di capire e di sapere: e più vado avanti nella ricerca, più i miei dubbi aumentano.
Non conta molto se, quello di cui si discute, è un fatto o un’opinione. Perché io parto dal presupposto che, fermamente opponendomi a confondere le due cose, tuttavia ogni opinione riposa anzitutto sui fatti. Se non sono chiari questi ultimi, inevitabilmente l’opinione può essere errata. E’ solo se si è appurato che la conoscenza dei fatti è la stessa che scatta allora la domanda del perché l’opinione è diversa. Se resto convinto della mia, e non è detto, vado alla ricerca di ogni possibile motivazione: esperienze diverse della vita vissuta, lavorative, sociali, politiche. Com’è ovvio, le incertezze permangono. I “forse” sono in maggioranza.
Quando il mio interlocutore, magari a distanza di tempo, formula una nuova ipotesi di discussione, ma chiaramente dimostrando di partire da un’opinione diversa dalla sua precedente pur se sugli stessi fatti già esaminati, questo mi confonde. Vorrei chiedere se è perché ha appurato meglio i fatti, avvicinandosi alla verità; o se perché il ragionamento che ha ripetuto stavolta lo ha portato a conclusioni diverse. Ma sarebbe come fare il galletto sulla mondezza: avevo ragione io. E non mi piace. Perché alla base dei mie interrogativi c’è un modo di ragionare non del tipo “ho torto/ho ragione” ovvero “è giusto/sbagliato” ma, esaminando la questione, “io avrei fatto-detto altrettanto/avrei fatto-detto diversamente”.
Vi sono tuttavia questioni, passate, sulle quali le discussioni avute avevano preso una piega spiacevole. Il dissenso, se accompagnato dal giudizio sulla mia persona, più o meno esplicitamente espresso, mi ferisce. Non accetto le etichette, le classificazioni, l’essere messo in contenitori. Non mi piace essere “clusterizzato”. Ho studiato – e realizzato – i processi di clusterizzazione: so quanta semplicioneria, in fondo ed al di là dei complessi algoritmi che si utilizzano, è necessaria per arrivare a definirli. Ho il vizio di essere intransigente sulla dignità, che per me viene prima di ogni altra cosa e non può essere neanche scalfita.
Ebbene alcune di queste questioni stanno ritornando di attualità sul tappeto. Penso che farò un’eccezione, per esse, alla mia regola di non rivendicare il “l’avevo detto”.
Forse. Ho qualche dubbio.

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  • Redazione

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