Home Politica estera LE GUERRE D’UCRAINA. L’ITALIA PUÒ GIOCARE UN RUOLO…

LE GUERRE D’UCRAINA. L’ITALIA PUÒ GIOCARE UN RUOLO…

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di Paolo Raffone

L’estate sta per volgere al termine e nonostante le belle giornate che potranno ancora accompagnare le regioni mediterranee, nel nord-est d’Europa da fine settembre inizieranno le piogge. Il riferimento è al campo di battaglia in Ucraina – una linea del fronte di oltre 1000 km – che tornerà ad essere paludoso, impedendo così movimenti significativi di truppe e di mezzi pesanti. Sono già 15 le estati delle guerre d’Ucraina. Le prime 6 estati furono di guerra non dichiarata ma di tensioni, rappresaglie, arresti, torture, e alcuni morti. Le successive 9 estati sono state di guerra tra le forze governative e i separatisti filo-russi, e dal febbraio 2022 la guerra è stata ufficialmente svelata dalla Federazione Russa che ha invaso l’Ucraina.

Così è iniziata la fase delle guerre d’Ucraina il 24 febbraio 2022. Da come la Federazione Russa si è mossa nelle prime settimane sembrava un modo per chiamare il bluff degli Stati Uniti sull’Ucraina membro della Nato e dell’UE. D’altra parte, gli Stati Uniti proposero rapidamente al presidente Zelensky di essere esfiltrato senza opporsi e allo stesso tempo chiesero ai russi di fare presto e chiudere la questione. Non sembravano i segnali di una guerra di invasione vera e propria (basta comparare l’invasione americana in Afganistan o in Iraq). Un’invasione dimostrativa dei russi e un’inusuale acquiescenza degli americani per interposte rispettive intelligence. Fomentati da alcuni settori degli apparati inglesi e americani, soprattutto dai neoconservatori americani, gli ucraini non sono stati al gioco e hanno rifiutato di stare buoni, costringendo così gli Stati Uniti a fare sul serio. La Russia è stata presa di sorpresa. E’ evidente il corto circuito di settori delle intelligence russa e americana.

Tuttavia, non si deve dimenticare che le guerre d’Ucraina sono iniziate in coincidenza del drammatico crack finanziario americano del 2008. Si sono intensificate dopo il crack finanziario europeo del 2011, soprattutto dal 2014 in poi. La fase attuale delle guerre d’Ucraina è iniziata con l’aggressione militare della Federazione Russa all’Ucraina il 24 febbraio 2022. Le guerre d’Ucraina non hanno nulla di giusto, da qualsiasi parte le si voglia osservare. Le legittimità incrociate non hanno generato ragioni ma solo uno stallo nel perdurante odore di morte e devastazione. L’aggredito è noto, l’aggressore pure. Il prologo e le cause le conosciamo. I sostenitori dei primi e dei secondi sono noti. Se invece che convenzionale diventasse una guerra atomica, magari gestita da una qualche intelligenza artificiale, allora sarà l’umanità intera a dover migrare…su un altro pianeta! Ma, fortunatamente per noi, quest’ultima ipotesi è ad oggi possibile ma molto poco probabile.

Le cronache delle fasi iniziali delle guerre d’Ucraina, precedenti al 2014 e all’attuale, sono difficilmente rintracciabili sul web. Gli scomodi video che descrivevano i presunti massacri compiuti da forze paramilitari ucraine nelle regioni orientali non si trovano più. La caccia alle “fake news” voluta dall’Occidente e dall’UE ha compiuto un’epurazione informativa digitale per rendere coerente la narrazione (fairy tale) del presidente Zelensky e dei suoi sostenitori. La posizione del governo ucraino sui presunti massacri di russi nelle regioni orientali è che si tratta di informazioni manipolate e inventate dalla Russia.

Finora, nonostante le narrazioni (fairy tale) sulla controffensiva ucraina – da ultime le dichiarazioni di Zelensky di imminente riconquista di tutti i territori occupati, inclusa la Crimea – le cronache dell’ultima fase delle guerre d’Ucraina descrivono un massacro nel campo di battaglia comparabile alle atrocità di Ypres (1914, settecentomila morti, feriti e dispersi) e Verdun (1916, un milione di morti). Giovanissime generazioni, soprattutto ucraine se comparate alla popolazione totale, sacrificate per la “gloria” nazionale, ma senza un vincitore. Una “gloria” che più concretamente è fatta di trincee, malattie, enormi distruzioni, mutilazioni, traumi, che resteranno per decenni da entrambi i lati del conflitto.

Resta anche un territorio zeppo di mine, a livelli tali che l’eventuale sminamento prenderà decenni, con una prospettiva di diventare una grande Bosnia, dicono gli esperti militari occidentali. Chi investirà in un campo minato? I carri armati sminatori a disposizione dell’Ucraina sono pochissimi. Chi fornirà i mezzi, il personale, e pagherà per lo sminamento? Che prospettive economiche può avere l’Ucraina se le esportazioni cerealicole (più del 45% delle entrate nazionali) sono rese impossibili dalla distruzione delle infrastrutture di stoccaggio, dei ponti, della rete di porti sul Danubio e forse anche del porto marittimo di Odessa?

Ma ciò non basta. Resteranno anche gli enormi costi per la ricostruzione dell’Ucraina (a inizio 2023, stimati da Black Rock ad almeno 411 miliardi). Poi, i debiti degli stati direttamente o indirettamente ingaggiati nel sostegno militare all’Ucraina (non esiste un calcolo preciso, ma si tratta di molte centinaia di miliardi che generano debito pubblico). E, infine, la massa di fuoriusciti sfollati e fuggiaschi che sono ospitati in Europa (solo in Polonia 4.6 milioni, ma in totale più di 10 milioni).

Le guerre d’Ucraina lasciano ad oggi un paese in macerie con campi agricoli danneggiati e le strutture minerarie indisponibili. Un paese già poco sostenibile dopo il 1991 che che dal 2014 e poi dal 2022 è diventato totalmente dipendete dal sostegno economico e militare esterno. Altro che libertà e indipendenza. La popolazione residente è quasi dimezzata: circa 25-30 milioni rispetto agli iniziali 43 milioni. E a questo si devono aggiungere i danni collaterali. Pesante regime sanzionatorio alla Federazione Russa e mandato di arresto internazionale per il suo presidente accusato di crimini di guerra. Rottura del tradizionale sistema di approvvigionamento energetico dalla Federazione Russa ai paesi dell’Unione europea, particolarmente alla Germania, con effetti recessivi ed inflattivi in corso nell’eurozona. Conseguenze geopolitiche importanti in Africa, soprattutto nel Sahel e in Nord Africa, con conseguente instabilità ed aumento della pressione migratoria e possibile rilancio del terrorismo non solo di matrice islamica. Frattura dello spazio europeo che resterà amputato della Russia per molto tempo. Significativo aumento della diffusione di armamenti convenzionali, particolarmente ai confini orientali e meridionali dell’Unione europea.

E’ normale porsi alcune domande.

Perché le guerre d’Ucraina? Quali erano/sono gli obiettivi ucraini e russi? Sono stati raggiunti? Possono essere raggiunti? Chi pagherà gli enormi costi delle guerre d’Ucraina che ad oggi sono senza un risultato concreto da ambo i lati del conflitto? E’ la guerra ad essere stata sdoganata e fa ormai parte del nostro immaginario di “normalità”? Dove sono finite le aspettative europee di pace, benessere, e sicurezza? Al posto del “welfare state” siamo costretti ad accettare un lungo periodo di “warfare state”? La narrazione (fairy tale) ci dice che gli ucraini difendono anche la “nostra” libertà. Ma ne siamo proprio convinti? Oppure la nostra libertà è messa in pericolo proprio dalle guerre d’Ucraina? Con le guerre d’Ucraina il progetto di unità europea (UE) è stato progressivamente manipolato fino a farlo coincidere con la Nato, che è un’alleanza militare a guida statunitense. La debolezza della Francia post-Sarkozy ha lasciato campo libero all’avidità bottegaia della Merkel che ha usato l’Unione europea per le sue finalità e interessi nazionali, sia nei rapporti con la Russia e con Putin, sia con gli Stati Uniti, e infine nel promuovere quei mediocri accordi di Minsk per l’Ucraina (a quanto si sa proposti da Putin e avvallati da Merkel e Hollande). Ci è convenuto? Perché i dirigenti politici delle nostre nazioni si sono adeguati in silenzio? L’ultimo atto distruttivo dell’unità europea prodotto dalle guerre d’Ucraina e dal duo Merkel-Macron è stato la nomina di Ursula von der Leyen come commander in chief dell’UE natoizzata. Ci è convenuto?

Un breve prologo alle guerre d’Ucraina è di sicuro aiuto per i lettori.

Dopo i mesi della “rivoluzione arancione” (2004-5) che si svolse prevalentemente nelle regioni centrali e occidentali dell’Ucraina senza mai diventare nazionale (18.4% di partecipazione), e fu sostenuta massicciamente dalle forze di sicurezza ucraine divenute nazionaliste ed anti-russe (con il probabile discreto sostegno angloamericano), come scriveva il NYT il paese ne usciva profondamente (se non irrimediabilmente) diviso[1]. Le regioni orientali e del sud mantenevano legami economici, linguistici ed etnici con la Russia, ed erano sempre più insofferenti all’autorità di un governo centrale di Kiev chiedendo, invece, di modificare la costituzione in senso federale. Gli oligarchi delle due ampie zone geografiche d’Ucraina – centrale e occidentale, e orientale e del sud – erano ormai in collisione tra loro ed usavano tutti i mezzi per prevalere. Mezzi leciti come la politica e i media ma soprattutto illeciti come la corruzione, l’appropriazione dei beni dello stato, e l’organizzazione di bande di “sostenitori” (spesso paramilitari)[2].

La storica francese Francoise Thom, esperta della Russia post-sovietica, sostiene che proprio le “rivoluzioni colorate” (2003-5) siano all’origine del “cambio di passo” del presidente della Federazione Russa, Vladimir Putin. Nelle elezioni ucraine del 2004, il candidato sostenuto dalla Russia, Viktor Janukovych, perse il voto popolare contro un candidato pro-europeo, Viktor Juščenko. Infatti, un importante ideologo del Cremlino scrisse nel 2004 che “Il nemico è alle nostre porte, dobbiamo difendere ogni russo e ogni famiglia contro l’Occidente”. Durante la Conferenza sulla sicurezza di Monaco del 2007, Putin ha sfidato l’Occidente, in particolare gli Stati Uniti, ribadendo fermamente l’opposizione della Federazione Russa agli allargamenti della Nato. Ha poi lanciato una riforma dell’esercito russo nel 2008. L’attuale guerra contro l’Ucraina ha quindi radici molto antiche. Thom conclude dicendo che “lungi dall’essere un’improvvisazione, l’attuale conflitto si inserisce in un contesto più ampio legato alla disputa della Russia con l’Occidente”[3].

La “rivoluzione arancione” ucraina, una delle rivoluzioni “colorate” nello spazio ex sovietico, prodromica alle successive “primavere” nei paesi arabi del Nord Africa, come le altre “ha colpito l’ordine geopolitico del mondo, destabilizzando i regimi nei paesi non liberi. Senza un ampio e sostanziale sostegno esterno che agiva su cinque fattori – élite, opposizione, forze esterne, società civile e popolo – queste rivoluzioni non sarebbero mai avvenute”[4].

C’è da chiedersi se queste scelte politiche prima che militari, istigate e sostenute dalle potenze dell’anglosfera, con l’acquiescenza della Nato e dell’Unione europea, siano state appropriate. Porsi questa domanda è un dovere civico e politico.

Per facilitare le riflessioni dei lettori, ricostruiamo una breve cronologia delle guerre d’Ucraina, il ruolo dei diversi attori, la situazione attuale e le prospettive a breve (2024), medio (2025), e lungo termine (2028). L’intento non è di prediligere le ragioni della guerra dell’uno o dell’altro ma di generare un rifiuto di essa, perché nel XXI secolo ci sono mezzi alternativi alle guerre, meno cruenti ma non necessariamente pacifici. Sicuramente più gestibili sul piano umano e politico-diplomatico.

Quel che segue è la versione reale dei fatti. Evidentemente, differisce dalla “favola” (fairy tale) mediatica che vuole convincerci secondo assiomi e logiche binarie inesistenti (bene/male; libertà/oppressione; autocrazie/democrazie). Ma la guerra attuale, che i sostenitori dell’Ucraina del presidente-attore Zelensky immaginavano di vincere rapidamente per superiorità nella comunicazione mediatica e digitale (fairy tale), è diventata maledettamente tradizionale. Una guerra di corpi e di trincee, come fu la Prima Guerra Mondiale. In queste condizioni di guerra, oggi i più svantaggiati, anche perché all’attacco, sono proprio gli ucraini e gli occidentali che li sostengono senza più la resilienza umana necessaria e neppure la capacità di produzione bellica che serve alle forze ucraine.

Ciò detto, rendiamo onore alla resistenza della nuova nazione ucraina forgiatasi in questa guerra. Dopo il 24 febbraio 2022 una nuova Ucraina è nata e vivrà, ma la vecchia Ucraina del 1991 già più non c’è! Prendiamo atto della realtà!

Ricostruiamo i fatti salienti delle guerre d’Ucraina.

Con l’indipendenza dell’Ucraina dall’Unione Sovietica nel 1991 è nata la Repubblica di Ucraina nei confini amministrativi della vecchia repubblica sovietica che fu costruita a tavolino dall’URSS nel 1919, dopo la sconfitta degli imperi europei, e modificata nel 1954 con il noto “regalo” della Crimea ceduta all’Ucraina da Kruscev. Ciò significa che i confini della Repubblica di Ucraina riconosciuti nel 1991 sono perlomeno da considerarsi temporanei o fluidi, quindi adattabili alla sopravvenuta realtà. Nell’aprile 2023, lo ha sostenuto anche Lu Shaye, ambasciatore cinese in Francia, riferendosi all’insieme dei confini dello spazio ex-sovietico[5].

La giovane Repubblica ucraina post-sovietica aveva un assetto istituzionale debole e senza esperienza oltre ad essere sostanzialmente “catturata” da “oligarchi”, cioè soggetti privati che con metodi mafiosi e violenti ne controllavano le risorse e il sistema istituzionale. Sull’onda dei programmi di privatizzazione promossi dal FMI e dalla Banca Mondiale, ma anche dall’UE, come in Russia, si è proceduto all’espropriazione delle proprietà pubbliche (cioè quasi tutta la ricchezza dell’Ucraina) a favore del mercato. Oltre ai tradizionali oligarchi autoctoni (ma anche russi) i beni dello Stato ucraino sono stati acquisiti da fondi britannici e americani, soprattutto nel settore estrattivo di materie prime, agroalimentare, immobiliare, e cantieristico, ma anche banche e servizi di vario tipo. Per conoscenza diretta, ricordo che una miniera si poteva acquistare con poche migliaia di dollari. Il sistema di sicurezza sociale e quello legale entrarono rapidamente in crisi, spingendo una consistente massa di ucraini, soprattutto donne, ad emigrare nell’Europa occidentale (circa 8 milioni sugli stimati 43 milioni di abitanti). La nuova costituzione dell’Ucraina (scritta con abbondante aiuto degli occidentali) fu adottata nel 1996. La costituzione stabiliva la sovranità e l’inviolabilità dei confini del 1991. Non fu una sorpresa che la Russia ultra-occidentalista di Boris Yeltsin non si oppose, confermando il riconoscimento dell’indipendenza ucraina già espresso nel 1991. La Costituzione stabiliva che la sola lingua ufficiale del paese era quella ucraina (ignorando il 30% di popolazione etnicamente russa e la diffusione della lingua russa in tutto il paese). Inoltre il sistema di governo era creato in senso presidenzialista con un forte accentramento del potere a Kiev. L’Ucraina democratica continuò nel caos generalizzato, di elezione in elezione, fino al 2008.

La crisi finanziaria americana del 2008 ha avuto una serie di effetti collegati. La fuga dei fondi equity stranieri dall’Ucraina ha permesso agli oligarchi di accrescere ulteriormente il loro controllo sul paese e sulla popolazione, mettendo le basi per una guerra intra-oligarchica ucraina e russa che ha fondamentalmente diviso il paese in regioni e filiere oligarchiche su base etnica. L’amministrazione Bush, infestata da esponenti neoconservatori come Victoria Nuland (ambasciatore presso la Nato 2005-2008), ritenne opportuno rilanciare le operazioni americane di dominio esterne (incluse le operazioni coperte), come, ad esempio, l’allargamento della Nato alle frontiere della Russia (Georgia e Ucraina, contravvenendo alle rassicurazioni orali date a Gorbačëv nel 1991[6]), mettendo le basi per la “transizione” dell’Ucraina nel campo di sicurezza occidentale, nell’UE e nella Nato. Questi effetti collegati sono alle origini delle guerre di Ucraina che durano fino ai nostri giorni. La Russia comprese che le promesse del 1991 del segretario di stato James Backer non avevano alcun valore visto che gli Stati Uniti stavano mettendo in atto il piano strategico del neoconservatore Brzezinski per controllare il Mar Nero e per circondare la Russia con basi della Nato. La narrazione dei neoconservatori americani, ripetuta fino alla noia dalla Nato e dall’UE, era quella delle “porte aperte”, cioè che la Nato accoglieva i paesi che lo desideravano e che legittimamente lo chiedevano. Non fu un caso, quindi, che nel 2008 la Federazione Russa invase la Georgia a sostegno delle due piccole repubbliche separatiste russofone e russofile.

L’emergere in forza del nazionalismo etnico ucraino iniziò a manifestarsi durante il fallimentare (e corrotto) governo di Yulia Tymoshenko (2007-2010). Il malcontento popolare, soprattutto per le condizioni economiche e il dilagare della corruzione, facilitò l’elezione di Viktor Yanukovic, potente oligarca sponsorizzato da Mosca, che inizialmente, grazie al convincente lavoro di consiglieri statunitensi, si mostrò disponibile all’integrazione europea del suo paese. Yanukovich fu abile nei primi mesi di presidenza a gestire in modo equilibrato le enormi pressioni russe e americane sull’Ucraina. Tenendo in considerazione i sondaggi che indicavano una vasta maggioranza contraria all’accesso del paese nella Nato, Yanukovich sosteneva la neutralità dell’Ucraina (sul modello finlandese) garantendo, però, il rinnovo del contratto d’uso per la Russia della base di Sebastopoli in Crimea fino al 2042. Posizione, quella di Yanukovich, che fece scattare la rappresaglia dei neoconservatori americani e dei loro “pupazzi” europei.

Con l’esplodere della crisi finanziaria in Europa (2011), conseguenza piuttosto diretta di quella americana del 2008, seguita dall’intervento militare della Nato in Libia (2011), e l’arresto e condanna dell’ex presidente Tymoshenko per “abuso d’ufficio”, Bruxelles congelò i negoziati con l’Ucraina. Una decisione politica dell’UE (cioè della Germania di Angela Merkel) che mise le condizioni per una rapida reazione di Yanukovich che nel 2013 non ebbe altra scelta che ritirarsi dai negoziati di associazione all’UE.

Ma forse, la decisione politica dell’UE, istigata dai soliti noti neoconservatori americani, era tatticamente concepita per mettere in crisi il governo filorusso di Yanukovich e quindi imbarazzare la Russia. Tra il novembre 2013 e il febbraio 2014, la popolazione ucraina scese nelle strade e occupò la grande piazza di Kiev (Maidan) per protestare contro la decisione di Yanukovich di ritirarsi dai negoziati con l’UE. Per le prime 5-8 settimane la protesta del popolo ucraino fu pacifica e senza incidenti, con il coinvolgimento di numerose ONG finanziate dagli Stati Uniti. Improvvisamente, verso la metà di febbraio 2014 scoppiò la violenza indotta da “individui” mascherati (probabilmente l’operazione coperta) che sparavano dai tetti delle case circostanti Maidan. Il 21 febbraio il governo Yanukovich lanciò la repressione. Almeno un centinaio di manifestanti morirono, ma i colpevoli del massacro non sono stati chiaramente identificati. Poco dopo, Yanukovich lasciò il paese riparando a Mosca[7].

Tra febbraio e marzo 2014 la Crimea fu infiltrata da forze russe e riannessa alla Federazione Russa. Ad aprile 2014 la Federazione Russa dichiarò il proprio sostegno alle forze separatiste in Donbass (Ucraina orientale), e nel maggio 2014 l’Ucraina elesse presidente l’oligarca pro-occidentale Petro Poroshenko. Eletto a grande maggioranza al primo turno, Poroshenko ricevette subito dichiarazioni di sostegno da parte del presidente americano Barak Obama che inviò il suo vice, Joe Biden, come suo inviato speciale in Ucraina. Nel corrente anno elettorale americano si sentirà parlare parecchio della missione di Joe Biden e degli “affari” del figlio Hunter, attualmente inquisito in Stati Uniti per alcune questioni fiscali collegate alle sue attività in Ucraina.

Nel luglio 2014 un aereo di linea della Malaysia Airlines fu abbattuto sui cieli del Donbass causando la morte di tutti i passeggeri (286) e dell’equipaggio. La Russia ha sempre negato un suo coinvolgimento, ma anni dopo un tribunale olandese ha stabilito che l’aereo fu abbattuto da un missile di fabbricazione russa, probabilmente dato in dotazione ai separatisti del Donbass. A questo punto, l’UE (cioè la Germania di Angela Merkel) decise di intervenire nel conflitto ucraino promuovendo i due accordi di “separazione” monitorati da un contingente multinazionale (OSCE e UE). A settembre 2014 l’accordo Minsk I si proponeva di porre fine al conflitto in Donbass facendo ritirare le forze ucraine, ma non fu mai eseguito dagli ucraini. A febbraio 2015 l’accordo Minsk II fu negoziato in salsa franco-tedesca e dichiarava un cessate il fuoco immediato monitorato da un contingente multinazionale. Gli osservatori internazionali riferirono di varie violazioni dell’accordo, insistendo sulle maggiori responsabilità russe e delle forze locali sponsorizzate dalla Russia. A dicembre 2017 l’amministrazione Trump approvò la vendita per centinaia di milioni di dollari di “armi letali” all’Ucraina. Gli accordi di Minsk erano chiaramente morti per volontà americana. Invece, come se nulla fosse avvenuto, nel dicembre 2021 la Germania e la Federazione Russa inaugurarono il gasdotto Nord Stream 2. Il nuovo gasdotto intendeva rafforzare le forniture energetiche dalla Russia alla Germania escludendo il passaggio e il “pizzo” da pagare all’Ucraina. Nord Stream 2 è stato fatto esplodere da “ignoti” sabotatori nel settembre 2022. Sorprendentemente, Angela Merkel in un’intervista del novembre 2022 ha ammesso che gli accordi di Minsk “erano stati concepiti per dare tempo all’Ucraina di armarsi e difendersi dalla Russia”[8]. All’orizzonte non si scorge alcuna ombra di pace, benessere e sicurezza!

All’oligarca nazionalista e pro-occidentale Poroshenko, nel 2019 gli ucraini preferirono con oltre il 75% dei voti il comico russofono Vladimir Zelensky che nel 2017, con finanziamenti di oligarchi pro-occidentali, aveva fondato il partito “Servo del popolo” (dal nome della fortunata serie televisiva dello stesso Zelensky). Il suo manifesto elettorale era la lotta senza quartiere alla corruzione e la fine della guerra con la Russia attraverso negoziati. Inizialmente il team Zelensky sosteneva che la migliore soluzione per l’Ucraina era di restare neutrale e parteciparono attivamente ai negoziati ospitati ad Ankara, Turchia. Dopo neanche un anno la popolarità di Zelensky era scesa sotto il 30% e nel 2021, dopo aver improvvisamente chiesto una “pausa” dei negoziati sulla neutralità, scese addirittura sotto il 20%. La lotta alla corruzione non aveva avuto esito e della pace con la Russia non c’era neppure l’ombra visto che Zelensky non aveva il pieno controllo delle forze armate e dei gruppi paramilitari di estrema destra e ultra-nazionalisti. Confrontato con questa realtà, Zelensky fece approvare dal parlamento, che di fatto era sotto il suo controllo assoluto, la legislazione “anti-oligarchi”. Una scommessa da pokerista che è diventata la miccia per lo scontro militare con la Russia senza il quale Zelensky non avrebbe potuto varare la serie di leggi d’eccezione e di emergenza che hanno ridisegnato la mappa del potere in Ucraina accentrando i poteri nella sua persona e nel suo clan più ristretto. La legge “anti-oligarchi” … si, per gli altri oligarchi! Dopo aver sospeso i diritti costituzionali (libertà di espressione, partiti di opposizione, media) e con l’adozione delle leggi marziali, confrontato con un’amministrazione civile e militare “indisciplinata” il presidente Zelensky ha varato varie ondate di “purghe”. L’ultima in ordine di tempo, qualche settimana fa, è stato il licenziamento di tutti i capi militari regionali incaricati del reclutamento. Che vi fosse corruzione per evitare di essere inviati al fronte è piuttosto credibile, ma la vera ragione di questa “purga” era di accentrare il reclutamento per non applicare le legislazioni locali secondo le quali i coscritti possono servire le armi solo nel territorio regionale d’origine (servono uomini al fronte!). La promessa del presidente è “slava Ukraine”, ovvero il recupero di tutti i territori occupati dai russi e la sconfitta militare della Russia. “War must go on” è la narrazione per la “gloria” della nazione ucraina. Purtroppo, per chi muore e chi è sfollato la guerra in corso non è uno show ma una concreta e drammatica realtà. Il rifiuto dei russi da parte degli ucraini è conclamato. Ma siamo proprio sicuri che gli ucraini se potessero esprimersi accetterebbero di farsi massacrare ancora per anni per l’obiettivo “slava Ukraine”? Con le leggi d’eccezione e quelle marziali gli ucraini tacciono e ubbidiscono. Chi può scappa.

Può questa fase della guerra continuare ancora? Quali sono i reali obiettivi? Per quanto tempo?

Una risposta autorevole e tecnica viene dagli analisti militari del sito Parabellum, Mirko Campochiari e il generale Paolo Capitini, registrata il 13 agosto[9]. Se ne consiglia l’ascolto integrale. In estrema sintesi, la disponibilità dei paesi occidentali di armamenti per l’Ucraina ha già raggiunto il limite. Ciò significa che le riserve disponibili di armamenti sono quasi vuote. Quindi si devono produrre dei nuovi armamenti per poterli inviare in Ucraina. A seconda del tipo di armamento richiesto dall’Ucraina i tempi di produzione variano dai 12 ai più di 50 mesi, e “qualcuno” deve pagare in centinaia di miliardi i produttori. Ciò significa che, considerato il consumo medio attuale di armamenti da parte dell’Ucraina, ci sarà un periodo di vuoto delle forniture dall’inizio del 2024 fino al 2025. Sul fronte russo, la situazione non è eccellente ma è meno problematica per gli approvvigionamenti di armamenti. I problemi dei russi sono piuttosto logistici (strade e ferrovie). Inoltre, si deve considerare che le forze ucraine sono all’attacco mentre quelle russe giocano in difesa, dietro varie linee di trincee, fortificazioni e campi minati. Per l’Ucraina questo vuol dire non solo un uso maggiore di armamenti ma soprattutto un logoramento crescente di uomini. In considerazione della struttura demografica dell’Ucraina e della Russia è facile comprendere che le forze ucraine hanno maggiori difficoltà. Pertanto, il 2024 potrebbe vedere uno stallo delle operazioni belliche dell’Ucraina che, invece, dal 2025 potrebbero riprendere rafforzandosi negli anni successivi fino al 2028 (data prevista per il ritorno a pieno regime della produzione occidentale di armamenti).

La questione aperta è: quali sono gli obiettivi strategici degli ucraini e dei russi?

Come abbiamo scritto sopra, la narrazione “slava Ukraine” non offre spazi di compromesso visibili, almeno per adesso. Zelensky, comprensibilmente, non sembra poter aprire ad altre prospettive senza mettere in gioco il suo ruolo e, forse, anche la sua persona. Tuttavia, le trattative interne al sistema di potere ucraino sono complesse, dipendono non soltanto dagli attori locali ma anche dalle mosse geopolitiche dei paesi confinanti (Polonia) e degli alleati (Americani che entrano nell’anno elettorale, ma anche la Turchia che gioca una partita tutta sua). La narrazione ucraina fa credere ad una compattezza interna monolitica, ma le dichiarazioni politiche dissenzienti (soprattutto più nazionaliste) e di qualche militare di rango fanno capire che non tutti seguono alla lettera la fairy tale del presidente Zelensky.

Dal lato russo, da oltre un anno la strategia da offensiva è divenuta difensiva, cioè è stato abbandonato l’obiettivo del febbraio 2022 di “normalizzare” tutta l’Ucraina mentre si è deciso, più realisticamente, di attestarsi su linee difensive che difficilmente potranno essere sfondate dalle forze ucraine senza un sostegno militare “attivo” dei paesi Nato. In pratica, la narrazione di “gloria” della nazione russa potrà essere salvata con i territori già sotto controllo delle forze della Federazione Russa. Inoltre, con un basso dispendio di uomini e mezzi, le forze russe possono interferire sul territorio ucraino rendendone sempre meno sostenibile l’economia. Le piccole incursioni delle forze ucraine nei territori ucraini occupati dai russi e nella stessa Russia hanno un grande valore dimostrativo e simbolico ma non cambieranno i destini della guerra.

In conclusione, nei prossimi mesi e nel 2024 le guerre d’Ucraina entrano in una fase che sarà meno militare e molto più politica e diplomatica.

Una finestra politico-diplomatica che non deve essere mancata da nessun paese, Italia inclusa.

Le prossime riunioni internazionali – il G20 in India nell’ottobre 2023, e il G7 con presidenza italiana nel 2024 – sono i fori nei quali se l’Italia e l’Occidente hanno a cuore la pace, il benessere e la sicurezza, devono agire con realismo, decisione e concretezza.

L’Italia e l’Occidente non possono continuare ad ignorare i BRICS che nella riunione del prossimo 20 agosto a Durban, Sud Africa, vedranno accrescere di molto gli aspiranti membri tra i quali, da ultimo, persino il Marocco.

Siamo in una congiuntura unica perché l’Italia e l’UE giochino un ruolo di primo piano nella finestra politico-diplomatica per l’Ucraina, dialogando anche con la Russia come sostiene con forza l’ex-presidente francese Sarkozy[10], ma anche per promuovere un approccio quadrilaterale (UE, India, Cina, Africa) per la stabilizzazione pacifica del continente africano. Un servizio politico-diplomatico degli alleati che può tornare più che utile anche agli Stati Uniti, neoconservatori permettendo.

 

[1] https://www.nytimes.com/2005/01/17/world/europe/how-top-spies-in-ukraine-changed-the-nations-path.html

[2] https://www.hrw.org/world-report/2008/country-chapters-1

[3] https://www.france24.com/en/europe/20230226-war-in-ukraine-stems-from-the-orange-revolution-a-humiliating-ordeal-for-putin

[4] https://www.academia.edu/1068864/Russia_the_US_the_Others_and_the_101_Things_to_Do_to_Win_a_Colour_Revolution_Reflections_on_Georgia_and_Ukraine

[5] https://www.lemonde.fr/en/international/article/2023/04/24/chinese-ambassador-s-remarks-on-crimea-provoke-outrage-in-europe_6024027_4.html

[6] https://nsarchive.gwu.edu/briefing-book/russia-programs/2017-12-12/nato-expansion-what-gorbachev-heard-western-leaders-early

[7] Intervista a Jeffrey Sachs e Ivan Katchanovski https://www.youtube.com/watch?v=k_uyfb6OyZ8&t=6s

[8] https://www.spiegel.de/panorama/ein-jahr-mit-ex-kanzlerin-angela-merkel-das-gefuehl-war-ganz-klar-machtpolitisch-bist-du-durch-a-d9799382-909e-49c7-9255-a8aec106ce9c

[9] https://www.youtube.com/watch?v=JknBJ7fyRlk

[10] https://www.lefigaro.fr/politique/nicolas-sarkozy-nous-avons-besoin-des-russes-et-ils-ont-besoin-de-nous-20230816

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