Home Politica estera PARIGI BRUCIA, MA CHI È L’INCENDIARIO? PARTE III

PARIGI BRUCIA, MA CHI È L’INCENDIARIO? PARTE III

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di Silverio Allocca

Di fatto ad un certo punto la situazione è apparsa talmente fuori controllo da aver non solo motivato il presidente Macron ad abbandonare in tutta fretta il Consiglio Europeo in corso alla volta di Parigi, nonché indotto perfino l’ONU ad intervenire sollecitando il governo francese ad “affrontare i problemi profondi del razzismo e della discriminazione razziale tra le forze dell’ordine”: un intervento alquanto interessante, quest’ultimo, visto che –credo sia opportuno tenerlo a mente– mai come prima d’ora, l’ONU sembra essere più che altro la foglia di fico dell’establishment statunitense che da qualche anno a questa parte parrebbe essere alquanto interessato ad una uscita di scena dell’ingombrante Macron.

A complicare ulteriormente le cose, ma forse proprio a tale scopo, ad un certo punto è pure giunta la ben poco opportuna richiesta, avanzata da alcuni politici e rappresentanti dell’alquanto miope (o consapevolmente opportunista?) destra francese, della dichiarazione dell’Etat d’Urgence, il regime eccezionale e controverso che, ai sensi di una legge approvata nel 1955 a seguito della guerra d’Algeria, deve essere istituito per decreto dal Consiglio dei Ministri e sulla cui base il Ministro degli Interni, Gérald Darmanin, e i prefetti avrebbero potuto vietare manifestazioni, raduni e riunioni pubbliche, chiedere la chiusura di luoghi pubblici e stabilire il coprifuoco: una richiesta che fonti governative hanno prontamente dichiarato a FranceInfo non essere, al momento, tra le opzioni prese in considerazione in quanto l’instaurazione dello Stato d’Emergenza avrebbe ricordato ancora di più le rivolte del 2005 quantunque le condizioni di oggi e di allora siano sicuramente differenti: una affermazione, quest’ultima, divenuta quasi di rito, ma concretamente mai divenuta il punto di partenza per una analisi più profonda degli odierni accadimenti –e non solo di questi.

Con troppa superficialità molti osservatori hanno sin qui insistito nell’accomunare i più recenti accadimenti e la rivolta dei Gilets Jaunes (Novembre 2018- ), alle rivolte del 2005 e del 2015 –e la cosa stupisce non poco quando a favorire l’equivoco sembra essercisi messo, come visto, anche l’ONU.

Come noto le violenti proteste del 2005 furono il risultato di tutte le politiche francesi condotte a partire dagli anni ’80 e dalle condizioni di emarginazione delle banlieu (periferie) parigine che si infiammarono a partire da Clichy- sous-Bois in seguito alla morte di due adolescenti, Zyed Benna e Bouna Traoré, il 27 ottobre 2005, fulminati all’interno di una sottostazione elettrica mentre cercavano di sfuggire a un posto di blocco della polizia che dai familiari delle vittime venne ritenuta responsabile di omissione di soccorso. Tre giorni dopo il tragico evento, la rabbia provocata dal lancio di un lacrimogeno all’ingresso della moschea Bilal da parte dei poliziotti intervenuti per contrastare i disordini fece sì che le proteste da Clichy-sous-Bois e Montfermeil si estendessero a tutta la Seine-Saint-Denis e da lì a due giorni a più di 200 comuni in tutta la Francia, creando una situazione di tensione tale da imporre la necessità di dichiarare (8 Novembre 2005) lo stato di emergenza, poi prorogato per tre mesi.

Il bilancio della rivolta, a calma ritrovata il 17 Novembre, fece registrare l’arresto di 2.921 persone, 3 morti, ingenti danni alle infrastrutture e alle attrezzature (tra cui 10.000 auto bruciate e 230 edifici danneggiati o bruciati) nonché 217 feriti tra le forze di polizia.

Nel 2015 si ebbe una nuova ondata di proteste allorché, a dieci anni di distanza dai tragici eventi del 27 Ottobre 2005, i due poliziotti accusati di omissione di soccorso per non aver aiutato i ragazzini, furono assolti, provocando forti reazioni di rabbia da parte dei parenti delle vittime culminate il 18 Maggio 2015 in scontri davanti al Palazzo di Giustizia di Bobigny, a Parigi.

In un tale contesto se per un verso è comprensibile che Macron, già toccato dalle proteste contro la riforma delle pensioni, nonché memore della rivolta violenta dei Gilets Jaunes, non si sia profuso in analisi e distinguo, non è parimenti comprensibile che una tale disamina non sia stata intrapresa dagli osservatori stranieri e dagli analisti di professione per lo più concentrati sul cosa potrebbe fare per evitare di rivivere quel giorni che avevano già messo a dura prova la Repubblica d’Oltralpe e con essa l’intero assetto politico francese.

Nell’immediato il più che legittimo timore è che il mix della rabbia delle banlieu e di quella del resto della popolazione, già decisamente esageratamente in subbuglio negli scorsi mesi, possa ulteriormente degenerare in esplosioni di violenza di cui non è sicuramente agevole al momento prevedere l’entità e le conseguenze in un momento storico non sicuramente facile per il Paese che, con comprensibile trepidazione, attende gli sviluppi di una situazione alquanto grave sotto tutti i punti di vista anche, aggiungo io, per l’intera Europa: un timore legittimato dal fatto che al momento non è dato capire chi stia muovendo i fili della protesta usando modalità analoghe a quelle che videro l’esplosione di quel complesso ed articolato sistema di movimenti di piazza che globalmente è passato alla storia con l’altisonante nome, purtroppo del tutto privo di contenuti progettuali, di Primavera Araba.

Indipendentemente da tutto è alquanto preoccupante che a scatenare la violenza collettiva abbia contribuito non poco il video postato su Twitter da un ‘passante’ (?) che ha praticamente ripreso in diretta la dinamica dell’omicidio di Nahel: un video condiviso da centinaia e centinaia di migliaia di utenti come già più volte, a quanto pare, accaduto pure in precedenza visto che allorché è in corso un’operazione di polizia spesso vi sono persone che riprendono la scena e pubblicano sui social network i video realizzati con l’obiettivo di filmare la polizia per documentarne pubblicamente gli abusi secondo la pratica chiamata “copwatch”. Nulla di illegale, intendiamoci, se il fine è quello di promuovere una battaglia legale per i diritti civili: ben altro se questo viene fatto di proposito per cavalcare la tigre del disagio sociale fomentando una crescente rabbia da volgere in violenza.

Quale vantaggio, ad esempio, trarranno da questa ondata di violenza gli emarginati delle banlieues, in maggioranza immigrati e figli di immigrati? Quale vantaggio trarranno da questa ondata di violenza le fasce deboli della popolazione francese? A mio avviso gli stessi che hanno conseguito le centinaia di migliaia, i milioni di uomini e donne che hanno riempito, pilotati dai social networks di matrice non meglio identificate, le piazze della Primavera Araba: un solidificato nulla che ha spianato la strada ad ogni sorta di ulteriore nefasta ingerenza. Ed ancora: quale battaglia civile ha inteso supportare l’ONU con il suo pronunciamento?

La domanda che per fortuna almeno qualcuno si è posto ha riguardato la forma che avrebbe assunto la protesta in assenza dei social networks, visto il ruolo primario che TikTok e Snapchat si sono assunti –come ha denunciato in primis lo stesso Presidente Macron– facendo da cassa di risonanza per i rivoltosi amplificando a dismisura i disordini scoppiati in Francia e non solo lì.

A quanto pare Macron avrebbe sottolineato questa indubbia responsabilità nel corso di una riunione del comitato interministeriale annunciando la volontà di adottare misure atte a contrastare questo uso dei social: quello che non poco ha stupito è il silenzio che ha fatto seguito alla richiesta inoltrata ai responsabili delle piattaforme digitali, per chiedere il loro “sostegno” se non altro per identificare gli utenti dei social network coinvolti nella commissione di reati: una richiesta cui, a quanto pare, non ha fatto seguito alcun commento immediato da parte di Meta (Facebook, Instagram) e TikTok contattate da AFP.

La cosa stupisce non poco vista la solerzia con cui i social sono soliti rilevare autonomamente le ‘violazioni’ delle regole della community per l’uso di espressioni non strettamente politically correct.

Di poche ore fa la notizia diffusa da EURACTIV secondo cui Presidente francese Emmanuel Macron, al fine di prevenire una ulteriore ondata di proteste violente in tutto il Paese, il 4 Luglio avrebbe riunito i sindaci delle città maggiormente colpite per suggerire ai sindaci l’idea di regolamentare o limitare l’accesso ai social media, a seconda della gravità delle minacce, comprese le rivolte, visto che alla luce dei fatti molti degli scontri sono stati coordinati attraverso siti di social media come Snapchat, TikTok o Instagram.

Immediate le accuse di autoritarismo: Olivie Faure, il Presidente del Parti Socialiste (S&D), ha scritto in un tweet “il Paese dei diritti umani non può allinearsi alle grandi democrazie di Cina, Russia e Iran”; il partito di estrema sinistra La France Insoumise (GUE/NGL) ha prontamente attaccato Macron paragonandolo a Vladimir Putin e al suo omologo cinese Xi Jinping, per non parlare di un non meglio identificato deputato del partito di estrema destra Le Rassemblement National (ID) di Marine Le Pen giunto a parlare di una “drammatica deriva autoritaria”.

A conti fatti non resta che battere le mani a chi ha orchestrato tutto questo, anche se, di fatto, tutto quanto avvenuto ha decretato la fine del sogno democratico di intere generazioni, un sogno naufragato miseramente proprio nell’era della comunicazione e della accessibilità online ad una marea di fonti in grado di mostrarci la realtà oggettiva degli accadimenti attuali: peccato che il tutto sia avvenuto in uno del momenti, culturalmente parlando, peggiori, caratterizzato dal dilagare dell’analfabetismo funzionale in primo luogo in quell’Occidente che nel Nuovo Ordine Mondiale farà sempre più fatica a competere con le nuove leaderships.

In questo “chi” di sicuramente interessati non solo a disinnescare la residua mina vagante europeista incarnata fino a poco tempo fa da Macron, ma pure –come testimoniato da tutta una serie di eventi recenti–, a tentare di entrare o rientrare in qualche modo concretamente –e su basi solo formalmente nuove– in quell’Africa oltremodo impaziente di scrollarsi di dosso le ingombranti presenze a vario titolo egemoniche dei neocolonialisti di fatto francesi e statunitensi (questi ultimi a vario titolo recentemente particolarmente ben intenzionati, per oggettive impellenti ragioni strategiche, a rifarsi una verginità ed una credibilità perse da tempo dinanzi alle popolazioni locali), fanno da tempo bella mostra di sé anche la Russia e la Cina.

A tale proposito si osservino, ad esempio, le posizioni assunte dagli Emirati Arabi Uniti e dalla stessa Arabia Saudita, giusto per citare due sedicenti ‘alleati’ storici di quegli Stati Uniti al momento così decisamente interessati a non venire estromessi da questo contesto geografico da aver supportato (a mio avviso promuovendolo e pilotandolo) il recente rispolvero operato del Governo Meloni della filosofia imprenditoriale di quell’Enrico Mattei un tempo, come ben noto, oltremodo ‘inviso’ agli ambienti petroliferi angloamericani ed abbandonato in toto in tempi non lontanissimi.

Una filosofia assurdamente abiurata in primo luogo dal Governo italiano di centro-destra presieduto dall’On. Silvio Berlusconi (del quale –detto per inciso– l’attuale Premier G. Meloni faceva parte a pieno titolo) allorché, a partire dal 28 Aprile del 2011, diede il via, cedendo alle pressioni statunitensi, al tristemente nutrito corpus di ben 1.900 missioni di guerra contro la Libia (di cui 310 per attacchi al suolo contro obiettivi predeterminati e 146 di neutralizzazione delle difese aeree nemiche, per un totale di 7.300 ore di volo che videro impegnati i velivoli dell’Aeronautica Militare Italiana) che, a spese dei contribuenti italiani, permisero di guadagnare all’Italia, l’estromissione dal panorama politico e diplomatico africano..

In questo articolato scenario, come detto, non possiamo dimenticare la presenza della Federazione Russa e della Cina, ciascuna ovviamente operante con il proprio stile ed in particolare:

  • il Cremlino con la PMC Wagner (dalla fine di Luglio non più impegnata –almeno per ora– sull’inutile fronte ucraino che ha visto il prevedibile, ora conclamato, fallimento della controffensiva ucraina ed il conseguente mutamento del confronto militare di Kiev e Mosca in una estenuante guerra di posizione secondo le desiderata di Putin) e le tessitura di una ampia rete di accordi per forniture militari e supporto addestrativo che ora trarrà ulteriore impulso, dopo il controverso –e dalle troppe zone d’ombra– pronunciamento a tratti farsesco (ad uso e consumo degli Occidentali?.) di Yevgeny Prigozhin, dalla maggiore autonomia operativa di una Wagner che ha finito per assumere le caratteristiche di una struttura giuridica autonoma che le consente di stipulare accordi indipendentemente (o almeno a darne l’impressione) da Mosca anche con istituzioni e governi stranieri, in primo luogo nello specifico africani. Un fatto questo che consentirà alla Federazione Russa di trarsi facilmente d’impaccio, all’occorrenza, potendosi dichiarare estranea alle situazioni più compromettenti, quali quelle che in qualche modo dovessero comportare un impegno militare, lasciando mano libera a Mosca per tutto quanto attinente alla diplomazia ed agli accordi economici con le realtà locali di interesse secondo modalità già in essere, dopo la battuta d’arresto di fine Luglio che aveva fatto segnatamente seguito all’uscita di Mosca dall’accordo per l’esportazione del grano ucraino attraverso il Mar Nero del 17 luglio. Come dichiarato a fine Giugno scorso dallo stesso Putin, la Wagner era stata sino a quel momento completamente a spese dello stato russo per un ammontare di oltre 86 Mld di RUB (un Mld di EUR) fra Maggio 2022 e Giugno 2023, ai quali dovevano essere aggiunti altri 80 Mld di RUB erogati al leader dei mercenari Russi, Yevgeny Prigozhin, per servizi logistici forniti all’esercito. Da fonti russe già poco oltre la metà di Luglio abbiamo appreso che lo stesso Prigozhin aveva esortato i suoi uomini transitati in Bielorussia a rimettersi in forze per prepararsi ad “un nuovo viaggio in Africa” lasciando aperta la porta per un futuro ritorno in Ucraina: “Forse torneremo nell’operazione militare speciale a un certo punto, quando saremo sicuri di non essere costretti a vergognarci”. Tutte cose queste che non possono essere affermate con leggerezza in quanto persino inimmaginabili in un contesto di eventi come quelli che solitamente fanno da corollario ad un vero tentativo di golpe che di fatto ha consentito, tra le altre cose un riposizionamento strategico della Wagner al confine Nord dell’Ucraina e l’infiltrazione di uomini nella stessa Polonia sotto le mentite spoglie di profughi ucraini senza che la cosa possa essere ufficialmente vista, ai sensi dell’Art. 5 del trattato istituente l’Alleanza Atlantica, come una minaccia portata dalla Russia ad un Paese NATO (tutte cose che meriterebbero una riflessione attenta sui rischi che correrebbe l’Occidente nel caso di un allargamento improvvisato del conflitto), nonché la messa a disposizione di Mosca di truppe perfettamente addestrate da impiegare in Africa. La strategia qui delineata trova nuova implicita conferma nella notizia diramata il 16 Luglio 2023 dal servizio di guardia di frontiera dell’Ucraina che ha annunciato il ritiro di quasi tutte le truppe di Mosca dalla Bielorussia, truppe la cui consistenza numerica era arrivata nell’inverno scorso a ben 16.000 uomini evidentemente non più necessari –ed ulteriormente confermata dalla presenza in Niger di Yevgeny Prigozhin a fianco del Gen. Abdourahmane Tchian, autore del colpo di stato, per prevenire (deterrenza) e fronteggiare, nel caso, un poco pagante eventuale improduttivo intervento Occidentale o, per meglio dire, dell’Ecowas (Comunità economica degli Stati dell’Africa occidentale), a quanto pare imminente, appoggiata dagli ‘alleati’ occidentali Francia e Stati Uniti vista l’importanza strategica di un Paese chiave per la UE per frenare il flusso di migranti dall’Africa subsahariana, oltre che per essere un paese ricco di uranio e oro, nonché fondamentale nella regione del Sahel controllata anche da diverse milizie armate di matrice jihadista come Boko Haram, Iswap e i Fulani. Si noti che nel Niger è presente un contingente NATO composto da oltre 2900 militari di cui 1500 francesi, 1.100 americani e 350 italiani che nel caso di un attacco si troverebbero a dover fronteggiare sul campo la Wagner nella nuova veste indipendente di cui ho parlato in precedenza. Una Wagner già presente in Mali, dove è accusata di aver contribuito  – assieme a unità militari maliane – all’asserito massacro di 500 persone a Moura; nonché schierata nella Repubblica Centrafricana (dove sarebbe stata corresponsabile di attacchi indiscriminati condotti anche contro “civili”) ufficialmente con compiti di addestramento delle truppe locali e l’obiettivo di garantire la sicurezza in vista del referendum costituzionale dello scorso 30 Luglio con il coordinamento del COSI (Comunità Ufficiali per la Sicurezza Internazionale) che a detta degli Stati Uniti sarebbe una società di copertura del gruppo Wagner nella Repubblica Centrafricana, guidata da Alexander Ivanov, un russo sotto sanzioni americane da Gennaio. Questo per non parlare della sua presenza in tutta l’area che va dalla Libia al Sudan e poi oltre, fino al Madagascar;
  • e la Cina, con il suo sapiente uso dei propri capitali usati come un cavallo di Troia secondo una strategia, la cosiddetta “trappola del debito” (consistente dell’erogazione a Paesi terzi di prestiti finalizzati alla realizzazione –per tramite di imprese cinesi che impiegano materiali, mezzi e maestranze cinesi, di infrastrutture, ad esempio, quali autostrade, ferrovie, porti, impianti minerari e perfino intere aree geografiche di interesse economico…– che i debitori non saranno in grado di estinguere se non cedendo l’uso economico delle stesse opere per lunghissimi periodi di tempo che rappresentano l’arco temporale di durata della perdita di sovranità sulle opere stesse) ampiamente e sistematicamente già usata in più occasioni, nonché con l’impiego di contractor che le consentano di difendere le proprie posizioni di forza conseguite nelle più diverse aree del pianeta. Quella dell’impiego da parte di Pechino di contractor, ossia di PMC – Private Military Companies, al fine di estendere la propria influenza sul continente africano è una pratica che ha preso il via più o meno nel 2013 con il via della Belt and Road Initiative e che solo in apparenza ricalca il modello Wagner in quanto le metodologie cinesi differiscono sostanzialmente da quelle della Wagner che a breve potrebbe essere soppiantata. Lo stimolo all’impiego di milizie private da parte di Pechino è giunto come risposta ai rischi operativi direttamente correlati al modus operandi cinese che ha stimolato tutta una serie di eventi delittuosi che hanno avuto per oggetto sia preziose risorse di elevato valore, che il personale cinese a causa del crescente risentimento generato dalla percezione di esso come di un qualcosa che con la sua presenza ha deprivato le comunità locali dei preziosi posti di lavoro a lungo attesi invano. Da qui a più riprese ha preso il via una lunga serie di sequestri a scopo di estorsione, quando non addirittura di veri e propri episodi di violenza dei quali uno degli ultimi in ordine di tempo quello risalente a Marzo 2023, allorché ben nove operai cinesi impiegati presso una miniera d’oro nel territorio della Repubblica Centrafricana sono stati uccisida assalitori sconosciuti in circostanze non ben definite che pare abbiano visti attivi anche uomini della Wagner: un evento alquanto singolare dato che il tutto sarebbe avvenuto nell’imminenza della visita di Xi Jinping al Cremlino. Pochi giorni prima, tre operai cinesi erano stati rapitial confine tra la Repubblica Centrafricana e il Camerun. Di fatto è da episodi come questi che ha preso le mosse la proliferazione di compagnie di sicurezza private Made in China nel continente africano anche se la componente privata si ferma soltanto al nome in quanto – e la cosa assume un ulteriore valenza oggi alla luce dell’evoluzione della Wagner– come sottolineato da Paul Nantulya, un famoso sinologo, stando a quanto previsto dalla legge cinese l’apparato statale cinese esercita un controllo attivo su queste compagnie di ventura analogo a quello che la Federazione Russa ha esercitato sui reparti della Wagner impiegati in Ucraina. Non a caso la maggior parte dei contractor cinesi proviene da unità delle forze armate della Repubblica Popolare Cinese seppure i compiti loro assegnati al momento non prevedono un impiego diverso dalla tutela in loco delle imprese e delle maestranze cinesi demandando la conduzione di azioni offensive vere e proprie alle milizie ed i gruppi paramilitari locali opportunamente ingaggiati. Un tale modo di procedere, decisamente più lungimirante, riduce al minimo l’esposizione pubblica di Pechino consentendo all’establishment di Pechino di trarre vantaggio dalle divisivitá locali che possono in qualche modo supportare –e quindi gestire a proprio vantaggio– con l’invio “consiglieri” alle strutture militari statali, addestrando il personale e fornendo attrezzature, intelligence e servizi di sorveglianza. Un tale modo di procedere potrebbe essere in futuro foriero di notevoli risultati qualora l’obsolescenza della strategia Russa e l’incapacità di azione occidentale consentissero a Pechino di muovere alla conquista definitiva dei centri nevralgici del Continente Nero conformemente ad una strategia che sembrerebbero puntare ad un duopolio globale con Washington da intendere al pi una tappa intermedia imprescindibile per poi giungere ad un monopolio globalista a guida cinese. (fine)

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