
di Raffaele Vairo
La tassa sugli extraprofitti, approvata dal governo con il decreto asset, è un’imposta straordinaria per il suo carattere una tantum. Il gettito previsto ammonta a circa tre miliardi di euro. Lo scopo della misura è recuperare risorse a favore d’imprese e famiglie colpite dal rialzo dei tassi d’interesse su mutui e prestiti.
Il decreto stabilisce che le maggiori entrate serviranno a rifinanziare il fondo mutui prima casa per gli under 36 e gli “interventi volti alla riduzione della pressione fiscale di famiglie e imprese”. Trattasi di misure che saranno inserite nella manovra di finanza pubblica per il prossimo anno. Gli extraprofitti – che derivano dall’aumento dei tassi d’interesse deliberati dalla BCE – sono calcolati sul c.d. “margine d’interesse”, vale a dire sulla differenza tra interessi attivi (quelli che la banca incassa come ricavi sui prestiti e mutui concessi) e interessi passivi (quelli che la banca stessa paga come costi sui conti correnti – in pratica a zero – e sui conti di deposito vincolati).
L’aliquota dell’imposta, pari al 40%, si applica sul maggior valore del margine d’interesse dell’esercizio 2022 che eccede, per almeno il 5%, il margine del 2021 e tra il margine d’interesse riguardante il 2023 che eccede, per almeno il 10%, il margine 2021. L’imposta va versata entro il sesto mese successivo a quello di chiusura dell’esercizio 2023.
Dopo le proteste e le pressioni della potente lobby bancaria – espresse anche sui media – il MEF ha ridimensionato in modo significativo il provvedimento, fissando il tetto massimo dell’imposta allo 0,1% del totale attivo patrimoniale. In questo modo il contributo delle banche si riduce a una cifra marginale, come dimostra il forte recupero delle Borse successivo all’intervento del MEF.
La forte reazione del mondo bancario contro l’imposta non è condivisibile sul piano morale, perché l’intervento ha un sacrosanto impatto redistributivo. Il principio del “libero mercato” non significa che le imprese private possono fare ciò che vogliono. Non è una libertà assoluta. La tassa in argomento non è una distorsione del mercato. La libertà economica è finalizzata a produrre “utilità sociale” come prevede la nostra Costituzione agli articoli 41, 42 e 43. In una situazione d’emergenza, con milioni di famiglie che perdono potere d’acquisto e tantissime imprese in grave difficoltà, è un diritto-dovere della politica attuare interventi redistributivi della ricchezza.
Secondo le agenzie di rating, anche se con varie sfumature, la nuova tassa non avrà effetti dirompenti. Per Moody’s ridurrà in misura modesta l’attività creditizia delle banche ma non le metterà certo in crisi. Per Fitch il prelievo “ridurrà la redditività a breve termine, ma non comporterà un abbassamento dei rating data la sua natura una tantum”. In altri termini, non ci sarà nessun effetto sconvolgente sul nostro sistema bancario.
La misura del governo va nella giusta direzione, ma presenta dei limiti. Ne cito un paio. Il primo è quello di aver messo sullo stesso piano tutte le banche, senza considerare la loro dimensione e le loro finalità istituzionali. Una banca di credito cooperativo, che reinveste gran parte dei propri utili sul territorio locale dove opera, non può essere tassata come un grande gruppo bancario – come Intesa Sanpaolo o Unicredit –che adottano invece generose politiche di distribuzione degli utili, di buyback di azioni e di stock option a favore dei propri azionisti e top manager. Il secondo limite del decreto è aver dimenticato che in questi ultimi 3 anni non solo le banche, ma anche le società energetiche, le imprese farmaceutiche, le compagnie di assicurazione hanno maturato utili stellari. Un maggiore coraggio del governo sarebbe stato sicuramente più apprezzato.





