
La metamorfosi degli Stati Uniti da patria della democrazia e della libertà in patria dell’intolleranza tipica delle dittature è in corso ed è sempre più evidente se colleghiamo fra di loro fatti, avvenimenti, prese di posizione politiche della sinistra Dem, entrate a gamba tesa nella dialettica democratica di giudici la cui campagna elettorale è stata pagata da George Soros.
Gli Stati Uniti, che assomigliano sempre di più alla stalinista Unione Sovietica e alla Cina di Mao, stanno affossando i valori dell’Occidente e in primo luogo quei valori che furono alla base della loro nascita e delle loro Dichiarazione d’indipendenza.
I neoconned (neocon connessi), ossia i repubblicans in name only del clan Bush e i democratici del clan Clinton, stanno trascinando l’America dei padri fondatori, che si ispirava ai principi di tolleranza dell’illuminismo introdotto nel Nuovo Mondo da Benjamin Franklin, in una pessima copia grottesca dello stalinismo e del maoismo in versione ideologia woke.
Forse a questi detrattori delle origini e delle radici sarebbe opportuno ricordare quanto affermava Voltaire nel suo “Trattato sulla tolleranza”.
Scrive François-Marie Arouet: “Sarebbe assurdo oggi decimare la Sorbona perché in altri tempi presentò istanza per mandare al rogo la Pulzella d’Orléans; perché dichiarò Enrico III decaduto dal diritto di regnare, perché lo scomunicò, perché proscrisse il grande Enrico IV. Non si perseguiranno certo gli altri corpi del regno che in quei tempi di furore commisero gli stessi eccessi: non solo sarebbe ingiusto, ma sarebbe folle quanto purgare oggi tutti gli abitanti di Marsiglia perché nel 1720 ci fu la peste. Andremo a saccheggiare Roma, come fecero le truppe di Carlo V, perché Sisto V nel 1585 concesse nove anni di indulgenza a tutti i francesi che avessero preso le armi contro il loro sovrano? Non basta impedire a Roma di commettere ancora simili eccessi?”.
L’ultimo episodio della deriva stalinista degli States governati da Joe Biden riguarda la task force dell’FBI di Biden contro i cattolici tradizionalisti.
Possiamo condividere o non condividere le posizioni politiche dei cattolici tradizionalisti, ma assimilarli a dei terroristi risponde alla logica dittatoriale con la quale, non solo negli USA, si considerano tutti coloro che non si adeguano al pensiero unico politicamente corretto che si identifica con l’ideologia woke, ossia con l’ideologia del capitalismo comunista finanziario di stampo orwelliano che ha come paradigma di organizzazione sociale la Cina.
Prima di esporre brevemente i fatti, narrati dal New York Post, è opportuno porre attenzione al gioco enigmistico detto della “Pista cifrata”, ossia quel gioco che, unendo con tratti di penna dei puntini numerati, consente di far emergere una figura.

Veniamo brevemente ai fatti.
A febbraio 2023, come riferisce il New York Post, è stato pubblicato un memorandum interno dell’Fbi, redatto a gennaio 2023 dalla filiale di Richmond.
Il memorandum si occupava dei cattolici definiti “tradizionalisti radicali” e li indicava come potenzialmente pericolosi in quanto caratterizzati da “adesione a una ideologia antisemita, anti immigrati, anti lgbt e improntata al suprematismo bianco”.
Il presidente della Commissione Giustizia della Camera, il repubblicano Jm Jordan, ha messo in piazza l’accaduto e ha chiesto conto.
Fin qui, in sintesi i fatti. Chi avesse voglia di approfondirli può accedere al NYP nei link che sono allegati.
https://nypost.com/2023/08/09/multiple-fbi-field-offices-involved-in-catholic-targeting-memo-gop-alleges/
https://nypost.com/2023/07/17/jim-jordan-threatens-fbi-director-wray-with-contempt-over-parent-catholic-targeting-files/
Ora proviamo ad unire i puntini.
L’ebreo George Soros (Gyorgy Schwartz, nato a Budapest), come riporta Roberto Pecchioli nel suo libro: “Soros e la società aperta”, durante l’occupazione nazista dell’Ungheria, “fu fatto passare per figlioccio cristiano di un collaboratore degli occupanti impegnato nella confisca dei beni della fiorente comunità israelitica”. Successivamente entrò, nel 1949, nella prestigiosa London School of Economics, l’università fondata nel 1985 dalla Fabian Society, dall’impronta oligarchico riformista, i cui intenti sono stati svelati nel famoso testo di George Orwell “1984” e che sembrano essere la traccia di quanto ci viene propinato oggi dall’ideologia woke e dal pensiero unico politicamente corretto.
Soros divenne tristemente noto dopo l’operazione finanziaria speculativa che mise in ginocchio i governi del Regno Unito e dell’Italia, in un giorno, il 16 settembre 1992, che è passato alla storia come il “mercoledi nero”.
I mandanti sarebbero stati i banchieri Usa, il cui scopo era il riallineamento britannico all’impero americano.
Per quanto riguarda l’Italia, nello stesso anno 1992 il Bel Paese vide svenduto a scampoli un patrimonio industriale e bancario immenso e iniziò ad essere commissariato da poteri esterni, specie finanziari.
“Successivamente – scrive Pecchioli di Soros– guidò le cordate finanziarie alla conquista della Russia svenduta da oligarchi corrotti, una vera e propria depredazione a cui mise fine solo l’arrivo al potere di Vladimir Putin”.
Nonostante sia ebreo, Soros ha un rapporto pessimo con lo Stato d’Israele e ha fornito sostegno a varie entità arabe e palestinesi, ricevendo per questo aspre critiche in Israele e nel composito mondo della diaspora ebraica nel mondo. Bibi Netanyahu affermò nel 2017 che Soros “tenta di continuo di indebolire i governi israeliani democraticamente eletti”.
Soros ha un’influenza pesante anche sul Parlamanto europeo, come dimostra un corposo dossier di ben 177 pagine dell’OSF europea, uscito nel 2017 e intitolato Reliable allies in the European
Parliament (2014 – 2019), Alleati affidabili nel Parlamento Europeo 2014-2019.
L’OSF indica i nomi, i gruppi parlamentari, le commissioni dell’europarlamento di cui hanno fatto
parte, accompagnati da sintetici curricula, dei deputati che – a suo avviso hanno agito in conformità all’agenda sostenuta dalla rete di Soros. L’elenco comprende ben duecentoventisei nomi, dei quali quattordici di deputati italiani.
https://legacy.gscdn.nl/archives/images/soroskooptbrussel.pdf
Fin qui Soros, lo stesso che finanzia le campagne elettorali di alcuni giudici americani ed è impegnato su tutto il fronte immigrazione, lgbt, green, clima, ecc.
Veniamo ai rapporti tra cinesi e Democratici, allineando un altro puntino della pista cifrata.
I rapporti tra i Dem e la Cina sono antichi e acclarati. Nel 1996 il Partito democratico americano “avrebbe ricevuto – secondo quanto scrive Roger Faligot (I servizi segreti cinesi- Newton Compton) – una somma pari a 4,5 milioni di dollari per il comitato di rielezione di Clinton, provenienti dal gruppo sino-indonesiano Lippo e da quelli sino-thailandesi Charoeun Popkhand e San Kin Yip, con base a Macao. Tra i fondi figurerebbero circa 300.000 dollari forniti direttamente, su richiesta del capo dell’informazione dell’Epl-2, il generale Ji Shende, assistente di Xiong Guankai”. In nota al testo di Faligot si legge: “Nel settembre 2007, il “Wall street Journal” ha rivelato che Norman Hsu, cittadino di Hong Kong legato a queste stesse reti di contatti e condannato per frode, aveva contribuito alla campagna della senatrice democratica [Hillary Clinton, ndr] che lo obbligava a consegnare, sotto forma di donazione, 85 mila dollari”.
L’agente dell’Epl-2 negli Usa, scrive Faligot, è Johnny Chung. Un impiegato “del gruppo sino indonesiano Lippo, partner finanziario e commerciale di molte imprese della Cina popolare” è “integrato nella segreteria di Stato al commercio e poi consigliere di Ron Brown (Segretario al Commercio Usa per la Cina”. Ron Brown è morto nell’aprile del 1966 in uno strano incidente aereo in Croazia.
Nel gennaio del 1994, “con il via libera dello stesso Brown – scrive Faligot -, Huang gode di un accesso illimitato ai documenti confidenziali dell’informazione economica e tecnologica” e quando “ Clinton viene eletto presidente, Huang è invitato alla Casa Bianca. Nello stesso periodo, il gruppo China resources (Huaren Jituan) con sede a Hong kong, diventerà azionaria di Lippo al 50%. Questo gruppo effettuerà donazioni al partito democratico in vista della rielezione di Clinton nel 1996. L’affare si complica se si considera che China Resources serve anche da copertura all’Epl-2 diretta dal generale Ji Shengde”.
Altro tratto di penna tra puntini.
Il rapporto con la Cina coinvolge anche i Biden.
Come riportava Repubblica il 7 maggio 2019, tra gli investitori in Face++, una startup cinese di riconoscimento facciale che lavora con il governo comunista alla sorveglianza della minoranza musulmana nello Xinjiang, ci sarebbe anche Hunter Biden, il secondo figlio dell’ex vice presidente Joe, candidato dei democratici per le presidenziali del 2020. La rivelazione, afferma Repubblica, è del sito di giornalismo investigativo The Intercept e finora non è stata smentita dai diretti interessati. Un affare imbarazzante, visto che le violazioni dei diritti umani in Xinjiang da parte del Grande Fratello cinese sono state condannate da diverse organizzazioni internazionali, Nazioni Unite comprese. E che qualche giorno fa in un comizio in Iowa Joe Biden ha difeso Pechino dagli attacchi di Donald Trump con parole sorprendentemente nette: “Non sono cattivi ragazzi. Non sono concorrenti per noi”, ha detto, attirandosi critiche fuori e dentro al Partito democratico, schierato su posizioni anche più anti-cinesi di quelle del presidente.
Come si vede Biden non si discosta dall’idea che il regime cinese sia fatto di bravi ragazzi.
“L’investimento in Face++ di Hunter Biden, avvocato 49enne figlio della prima moglie del politico, morta insieme alla figlia in un tragico incidente stradale – prosegue Repubblica che non è sicuramente un quotidiano ostile a Biden – , sarebbe avvenuto attraverso un veicolo finanziario chiamato “Bohai Harvest RST”, che The Intercept definisce “la sua società di investimento in Cina”. Fondata nel 2013 da Biden e altri rampolli con ottime connessioni a Washington, come il figlio adottivo dell’ex segretario di Stato Jonh Kerry, avrebbe acquisito partecipazioni in diverse aziende cinesi, da produttori di automobili a miniere, a startup innovative come Didi (rivale locale di Uber) e Face++. L’operazione è del 2017, quando ancora la questione dello Xinjiang non era in primo piano. Ma al di là della singola discussa operazione, dall’attività di Bohai Harvest RST sembrano emergere legami molto forti con esponenti del capitalismo di regime cinese. Secondo The Intercept il fondo avrebbe raccolto denaro da una serie di operatori statali e avrebbe una partnership con il tentacolare gruppo HNA. Accordi chiusi mentre suo padre dialogava con Xi Jinping in qualità di vice presidente degli Stati Uniti”
I rapporti fra Hunter Biden e alcuni uomini d’affari legati al Partito comunista cinese sono descritti nel libro Laptop from Hell, dall’editorialista del New York Post Miranda Devine, il quale evidenzia tutte relazioni fra la famiglia Biden e Pechino sulla base dei file contenuti nel laptop appartenente al figlio del Presidente e abbandonato in un negozio del Delaware. Hunter e suo zio, Jim Biden, avrebbero stipulato un accordo con il conglomerato energetico cinese CFEC China Energy e contattato l’uomo d’affari e donatore democratico Tony Bobulinski per gestire l’operazione. Un intreccio d’affari con il gigante asiatico che sembra coinvolgere indirettamente anche l’attuale Presidente degli Stati Uniti.
Secondo la ricostruzione di Mirande Devine, Ye Jianming, al tempo presidente del conglomerato energetico cinese CEFC, avrebbe regalato a Hunter Biden un diamante da 3,16 carati dal valore stimato in 80.000 dollari. Tre settimane dopo la fine dell’incarico del padre alla vicepresidenza, nel 2017, Hunter sarebbe volato a Miami con due intermediari fidati per incontrare il presidente Ye giunto in Florida per il Miami International Boat Show. Durante una cena privata, il presidente del colosso cinese fece un’offerta al figlio del Presidente Usa: compenso di 10 milioni di dollari l’anno per intessere relazioni e “presentazioni” – come dimostrano alcune mail – in occidente di cui ovviamente possa beneficiare il conglomerato cinese.
Nove giorni dopo l’incontro di Hunter a Miami con Ye, 3 milioni di dollari vengono infatti trasferiti su un conto intestato alla società di Rob Walker – la Robinson Walker LLC con sede a Shanghai – collegata al CEFC, secondo un’indagine condotta dai senatori repubblicani Chuck Grassley (Iowa) e Ron Johnson (Wisconsin).
Walker è un ex funzionario dell’amministrazione Clinton la cui moglie, Betsy Massey Walker, era stata assistente di Jill Biden. Il 1° marzo 2017, altri 3 milioni di dollari vengono trasferiti sul conto di Walker. Entrambe le transazioni verranno poi segnalate dalla rete per l’applicazione dei crimini finanziari del Dipartimento del Tesoro in un “rapporto di attività sospetta”, depositato presso i comitati del Senato come “Documento riservato 16”.
Come racconta Miranda Devine, alle 22.00 del 2 maggio 2017 Hunter e suo zio Jim attendono l’allora socio del figlio del Presidente Usa, Toni Bobulinski, nel bar della hall del Beverly Hilton. Alle 22:38, Joe Biden arriva al bar passando dall’ingresso principale dell’hotel con il suo entourage dei servizi segreti e Hunter gli corre incontro per portarlo al tavolo con l’uomo d’affari. Bobulinski si alza in piedi per stringere la mano all’ex vicepresidente degli Stati Uniti.
“Questo è Tony, papà”, dice Hunter, “la persona di cui ti ho parlato che ci sta aiutando con gli affari con i cinesi”. “Grazie per il tuo servizio”, risponde Joe Biden. “Grazie per aver aiutato mio figlio.” Jim e Hunter spiegano al futuro presidente Usa che Bobulinski ha “lavorato sodo” sull’accordo con i cinesi. “Mio figlio e mio fratello si fidano di te, quindi anche io mi fido” replica Joe.
Nei mesi scorsi è stato lo stesso a confermare gli affari dei Biden con i cinesi.
Non v’è dubbio che per Joe Biden i cinesi siano dei bravi ragazzi.
E i russi?
Aggiungiamo un alktro tratto di penna tra puntini.
I redattori del New York Post hanno scritto che il Comitato di supervisione della Camera ha rilasciato documenti che dimostrano che Hunter Biden guadagnava 1 milione di dollari all’anno dalla compagnia del gas ucraina Burisma, a partire dallo stesso periodo in cui suo padre, allora vicepresidente, aveva il controllo del portafoglio ucraino della Casa Bianca di Obama in 2014, hanno scritto i redattori.
Il NYP afferma poi che i giornali mostrano anche che un uomo d’affari kazako, Kenes Rakishev, ha dato a Hunter Biden $ 142.300 quell’anno per acquistare una Porsche, e altri $ 3,5 milioni sono stati inviati a un’azienda controllata da Hunter Biden e dal suo socio in affari Devon Archer dall’ex first lady di Mosca Yelena Baturina, come dettagliato nella deposizione al Congresso di Archer. Il miliardario russo ed ex first lady di Mosca Yelena Baturina si è rivolto a un’entità controllata da Hunter Biden e dal suo socio in affari, Devon Archer, come dettagliato nella deposizione al Congresso di Archer il mese scorso.
L’influenza russa in America non è nuova
Scrive in proposito Federico Rampini (Suicidio Occidentale): “Radio Sputnik, la conoscete? Insieme con RT (che sta per Russian Television) è uno dei principali strumenti che Vladimir Putin usa per diffondere la sua versione dei fatti nel resto del mondo. È una radio di qualità, non fa propaganda in vecchio stile, come ai tempi dell’Unione Sovietica. L’edizione in lingua inglese è realizzata in gran parte da giornalisti americani, professionisti dell’informazione. Radio Sputnik sembra un media americano, la maggior parte dei suoi conduttori e reporter lavorano a New York, Washington e altre città degli Stati Uniti. Chi sono questi giornalisti? Ecco due esempi. Un talk show s’intitola «By Any Means Necessary» (Con tutti i mezzi necessari) ed è animato da Jacqueline Luqman e Sean Blackmon. Tutti e due sono afroamericani, appoggiano il movimento Black Lives Matter, la Critical Race Theory e altre campagne antirazziste. Il filo conduttore del programma è proprio quello: il razzismo negli Stati Uniti, raccontato e denunciato in tutte le sue manifestazioni. Gli ospiti sono americani come i conduttori. Da quando ascolto i programmi di Radio Sputnik non mi sono ancora imbattuto in un russo. Non ce n’è bisogno, sarebbe controproducente, il pubblico verrebbe insospettito. Per esporre i mali dell’America, per descriverla come una società malata, segnata dalle peggiori ingiustizie, gli americani bastano. Spesso gli intellettuali e opinionisti che vanno in onda su Radio Sputnik si dichiarano marxisti, ma non sono stati formati o indottrinati a Mosca. In Russia l’ideologia marxista è in ritirata dal 1991, e Putin non l’abbraccia. Nelle università Usa, invece, sta guadagnando terreno. Visto che il marxismo è popolare tra i giovani americani, Radio Sputnik gliene offre in abbondanza”.
Quanta propaganda russa e quanto comunismo cinese ci sono nel radicalismo woke?
Woke significa sveglio. Sveglio potrebbe anche significare, come ho già scritto, agente dormiente richiamato dal sonno.
Se consideriamo woke in questa accezione entriamo nel campo della “sovversione ideologica”, altrimenti detta “misure attive”, elaborata nell’Unione Sovietica all’inizio del secolo scorso, la quale consta di un complesso di misure che vanno dalla disinformazione, alla propaganda, all’inganno, al sabotaggio, alla destabilizzazione e allo spionaggio. Non manca la manipolazione dei media e il sostegno a organizzazioni di facciata, spesso contenenti nella loro denominazione termini accattivanti come: “libertà”, “democrazia”, “società aperta” e via discorrendo.
Come ha spiegato Yuri Betzmenov, alto dirigente del Kgb, rifugiatosi negli Stati Uniti, in un’intervista a Edward Griffin (visibile in parte su www.mazzoninews.com) la “sovversione ideologica” si svolge in quattro fasi: demoralizzazione, destabilizzazione, crisi e, infine, normalizzazione.
La demoralizzazione, spiega Betzmenov, dura dai 15 ai 20 anni (e oltre), serve a demoralizzare una nazione e si avvale, soprattutto, di una strategia rivolta a educare una o più generazioni di studenti, sapendo che diventeranno la classe dirigente del Paese nel futuro.
La demoralizzazione ha anche un effetto più vasto, ossia quello di de-moralizzare, ossia di affossare i valori morali caratterizzanti la cultura di una nazione, così da minarne le fondamenta. Famiglia, religione, elementi caratterizzanti lo stesso concetto di umanità, sono messi in discussione e considerati disvalori dei quali liberarsi.
“Una persona che è «demoralizzata» – sostiene Betzmenov – è incapace di valutare l’informazione. I fatti non le dicono niente”.
L’esame di realtà non esiste più. Conta lo schema imposto dai media, dalla disinformazione, dalla propaganda.
A seguire, arriva la fase della destabilizzazione. Una fase che può durare dai due ai cinque anni e oltre.
La seconda fase riguarda l’economia, le relazioni internazionali, il sistema di difesa, che, in una guerra senza limiti, studiata e teorizzata nel loro saggio da due colonnelli cinesi, Quiao Liang e Wang Xiangsui, dal titolo “Guerra senza limiti” (un testo preparato nel 1996 e uscito nel 1999), si presenta come operante su un campo di battaglia a sua volta senza limiti.
Nelle politiche woke e cancel culture è evidente lo zampino delle misure attive e degli schemi della Rivoluzione culturale cinese.
Un esempio eclatante è costituito dalla cancel culture. Eccoci ad un altro tratto di penna tra altri due puntini.
“L’imbecillità – dice Giampiero Mughini – ha avuto una prosopopea come raramente nella storia dell’uomo. Gli idioti ci sono stati sempre e hanno certamente schiamazzato. Però che la scemenza invada le università, le case editrici, che in America venga ritirata l’autobiografia del più grande scrittore del dopoguerra, Philip Roth, per presunte molestie sessuali dell’autore, è inconcepibile”.
Lao She, uno dei più grandi scrittori cinesi del Novecento, “dovette assistere alla distruzione della sua preziosa biblioteca, e fu successivamente trovato morto – non è ancora chiaro se per suicidio (secondo la motivazione ufficiale) oppure perché assassinato”. [1]
In Cina, durante Rivoluzione culturale maoista (Guardie rosse, Banda dei Quattro), la “furia si scatenò non solo contro le persone, ma anche contro le cose, che erano considerate come testimonianza dell’antico retaggio della civiltà cinese oppure semplicemente espressione dei «diavoli stranieri» o dei «nemici di classe». Molti beni culturali andarono così persi per sempre”. [2]
Durante la rivoluzione voluta da Mao, furono perseguitati i “quattro vecchi”, ossia: vecchie idee, vecchia cultura, vecchie abitudini, vecchie usanze.
Che cosa è la cancel culture se non l’esatta riproduzione, mascherata, dell’eliminazione dei “quattro vecchi”? Che cos’è la cancel culture se non la stessa follia che ha mandato a morte Lao She, dopo avergli incendiato la biblioteca?
Dietro alle teorie di una sinistra ormai andata oltre ogni possibile tentativo di mascheratura, emerge il vero volto: il maoismo della Banda dei Quattro.
“Black Lives Matter”, “Cancel culture”, “uno vale uno”, non sono nient’altro che le parole d’ordine delle Guardie Rosse camuffate e rimesse in circolo dalle molte “Bande dei Quattro” dislocate nei vari Paesi da una strategia di penetrazione da “misure attive”, che dura da anni e che ora esce allo scoperto.
Penetrazione favorita dal lobbismo di alcune società, inteso a limitare misure contro la Cina per il suo schiavismo che frutta guadagni.
Sono le stesse società che sostengono cause come quelle dei Black Lives Matter.
Chi sono i Black Lives Matter, ai quali si inginocchiano i radical chic e le sinistre ormai ottenebrate?
La risposta la danno loro stessi.
«Siamo anticapitalisti. Crediamo che i neri non otterranno mai la liberazione sotto l’attuale sistema capitalista», scriveva il Movement for Black Lives (M4BL), a giugno [2020, ndr]. «Abbiamo una struttura ideologica. Alicia (Garza) e io siamo qualificate. Siamo marxisti indottrinati», diceva a luglio [2020, ndr] Patrisse Cullors, cofondatrice del Black Lives Matter (BLM) e «attivista queer». «Se questo Paese non ci dà ciò che vogliamo, distruggeremo il sistema. Metaforicamente e in senso letterale». (da:Il giornale.it 6 settembre 2020).
Tra i loro mentori ed educatori ci sono ex membri del Weather Underground, gruppo terroristico comunista che, negli anni ’60 e ’70, tra attentati e rivolte, provò a portare la falce e il martello negli USA al grido di «Siamo un’organizzazione di guerriglia. Siamo comunisti, clandestini negli Usa». La Cullors è stata educata da uno di loro. E tanti ex, oggi, sono eminenze grigie del movimento BLM. (Il giornale.it 6 settembre 2020).
Il BLM dice di odiare la famiglia naturale e sogna di riuscire ad abolirla, insieme alla polizia, le prigioni, l’eteronormatività e il capitalismo. Lo ripetono sempre nelle interviste disponibili anche su YouTube, quando minacciano di «distruggere tutto» se le loro richieste non saranno soddisfatte. Oggi addestrano gli iscritti, come le Black Panthers degli anni ’60.
Il BLM non vanta neanche una delle verginità più in voga oggi, quella del fiscalmente corretto. Non è registrato come organizzazione no-profit, raccoglie milioni di dollari in donazioni, ma le finanze sono poco limpide. Le donazioni vengono raccolte da ActBlue, la nota piattaforma di raccolta fondi legata al Partito Democratico e alle cause più disparate della sinistra-sinistra: dalla campagna presidenziale di Sanders alle associazioni transgender, fino a Biden. (Il giornale.it 6 settembre 2020).
Il M4BL, che sostiene «leader giovani, neri, queer, trans, femministe, clandestini», ha come sponsor fiscale l’Alliance for Global Justice, un «gruppo anticapitalista» a sua volta finanziato dalla Tides Foundation, la Arca Foundation e ovviamente dalla Open Society Foundations. E trasferisce denaro a più di due dozzine di organizzazioni, tra cui LGBTQ Black Immigrant Justice Project e The Undocumented and Black Convening.
Il Black Lives Matter nasce nel 2013, ma dalle origini la causa dell’antirazzismo è diventata marginale e le istanze sempre più estremiste: ideologia gender, agenda anti-famiglia, l’idea che il razzismo sia sistemico, l’abolizione di razze, classi sociali, sessi, religioni per un mondo più «uguale e libero».
Uno studio accademico intitolato «The Queering of Black Lives Matter», descrive in modo molto dettagliato come le questioni relative all’orientamento di genere abbiano la priorità sulla lotta al razzismo.
Susan Rosenberg, la donna che gestisce le donazioni BLM, faceva la terrorista nel M19, l’organizzazione comunista Usa che, come il BLM, riuniva lesbiche nel sogno di rovesciare con la lotta armata il governo. La Rosenberg oltre a far scappare di galera la Shakur – la prima donna a essere definita dal FBI «la più pericolosa dei terroristi» -, è stata protagonista di attentati e omicidi che le sono costati la condanna a 58 anni di galera. Ma ne ha scontati solo 16, prima di essere graziata da Bill Clinton.
Il movimento che infiamma gli Usa si dichiara apertamente marxista e comunista e una delle sue leader afferma che i Black Liver Matter sono “marxisti indottrinati”. Appunto.
Nel 2021, mentre i cubani sono in rivolta contro quel che rimane del regime castrista, il MLB in un comunicato scrive: “Black Lives Matter condanna il trattamento disumano dei cubani da parte del governo federale degli Stati Uniti e lo esorta a revocare immediatamente l’embargo economico. Questa politica crudele e disumana, istituita con l’esplicita intenzione di destabilizzare il Paese e minare il diritto dei cubani di scegliere il proprio governo, è al centro dell’attuale crisi di Cuba”.
Black Lives Matter si schiera con il regime castrista e si inginocchia al potere di una dittatura che, in questi anni, ha cambiato padrone, passando dall’influenza della Unione Sovietica a quella della Cina di Xi Jinping.
Guarda caso una delle fondatrici del Blm, Alicia Garza, ha legami con la Chinese progressive association di San Francisco, organizzazione che è ritenuta in contatto con il governo cinese.
Il Global Times, organo del Partito comunista cinese, ha giugno del 2020 pubblicò un articolo nel quale diceva. “L’Occidente deve rispettare Black Liver Matter”.
C’è anche la sponda capitalista finanziaria, che ha instaurato il pensiero unico buonista. Bisogna essere woke.
Essere woke significa essere consapevole delle ingiustizie sociali, in particolare delle forme di razzismo e delle disuguaglianze di genere. Rimanere woke vuol dire essere sveglio, attento, vigile, pronto a combattere tali ingiustizie, anche solo firmando una petizione online o postando le proprie convinzioni sui social. Wokeness è il non abbassare la guardia, lo stare all’erta.
Il dramma è che l’assenza di spirito critico fa sì che il wokeness prenda per i fondelli chi ha buttato il cervello all’ammasso.
Addirittura si parla di woke capitalism, ossia capitalismo consapevole. Una baggianata infinita che, tuttavia, si presenta alle menti ottenebrate come la nuova frontiera del bene.
Woke capitalism è parente di finanza etica, come se la finanza potesse essere etica. Baggianate.
“Siamo davanti ad un’involuzione – scrive Mughini – una minaccia all’intelligenza comune e al discorso pubblico della democrazia”; e aggiunge tranciante: “Il politicamente corretto è l’imbecillità eretta a sistema”.
Perfetto.
Uniamo i puntini.
Emerge un’America a conduzione neoconned, con prevalenza ideologica Dem, che sembra modellata, come la creta, da poteri finanziari e da russi e cinesi, che hanno da tempo intrapreso rapporti da “misure attive” nei confronti delle leadership Usa.
Se guardiamo all’ultimo puntino del puzzle, ossia a come le azioni internazionali di Joe Bide riescano costantemente a favorire cinesi e russi, c’è da chiedersi quale sia l’immagine dell’America che esce dalla congiunzione dei vari puntini.
Esercizio che lascio al lettore.
[1] Mario Sabattini e Paolo Santangelo, Storia della Cina, Laterza
[2] Mario Sabattini e Paolo Santangelo, Storia della Cina, Laterza





