Il diritto internazionale e la sua complessità
Nel mio precedente intervento che ha suscitato un discreto clamore, su 1189 commenti, una percentuale del 10% conteneva un aggettivo o un sostantivo usato a sproposito per avallare il proprio dissenso in modo sesquipedale.
Il termine circola con disinvoltura sconcertante nei cortei, sui social e nei talk show che amano il brivido dell’indignazione a buon mercato. Un termine tecnico, giuridicamente preciso, carico di storia irreversibile, brandito come una clava da chi ignora come funzioni il collegio della Corte Internazionale di Giustizia.
Il termine è genocidio, usato, non a caso e in largo anticipo da anche da un nota propagandista.
Il 29 dicembre 2023 il Sudafrica deposita alla Corte Internazionale di Giustizia una domanda di procedimento contro Israele per presunte violazioni della Convenzione per la prevenzione del crimine di genocidio nella Striscia di Gaza.
Siamo a 85 giorni dal 7 ottobre, e il testo viene redatto con una celerità che farebbe invidia a un ufficio stampa, non a giuristi impegnati a vagliare prove…
È il primo (e riuscito) tentativo di sviare l’attenzione del mondo dall’orrore del 7 ottobre, realizzato da un alleato storico di Hamas.
L’ANC (il partito al potere in Sudafrica) ha ospitato delegazioni di Hamas, ha firmato accordi di cooperazione e ha mantenuto toni morbidi verso Hamas arrivando, dopo il 7 ottobre, a esprimere solidarietà alla “causa palestinese” senza menzionare le atrocità ancora calde di Hamas.
C’è, inoltre, un motivo di politica o terna, sul finire del 2023, l’ANC affrontava un calo drammatico di consensi per corruzione, disoccupazione, criminalità e blackout elettrici. La causa “Palestina” mobilitava l’elettorato di sinistra, musulmano e anti-occidentale, distogliendo l’attenzione dai fallimenti interni.
È una mossa di “diplomazia morale” che rafforza l’immagine del Sudafrica come voce del “Global South” contro l’odiato Occidente.
C’è da registrare che questa accusa non poteva essere presentata da Hamas che non ha il diritto di rappresentanza presso la Corte di Giustizia Internazionale, in quanto è l’odiata ANP di Abu Mazen a detenerlo. Da qui la necessità di un intermediario che agisca in pratica sotto dettatura.
Il 26 gennaio 2024 la Corte si pronuncia unicamente sulla domanda cautelare, accertando la “plausibilità” tecnica delle pretese sudafricane, sufficiente a tenere aperto il fascicolo, senza pronunciarsi nel merito. Equiparare misura cautelare a condanna è un errore logico che in qualsiasi aula di diritto costerebbe la bocciatura immediata.
Il Sudafrica ha depositato la propria memoria nell’ottobre 2024; Israele ha presentato il controricorso il 12 marzo 2026. Nessuna udienza nel merito si è ancora tenuta; nessun collegio ha deliberato alcunché.
La distinzione tra incriminazione e sentenza è il cuore dello Stato di diritto. Chi la oblittera sta solo agitando uno slogan. Legittimo in piazza, esecrabile quando si traveste da ragionamento giuridico.
La questione dirimente, quella su cui gli urlatori da corteo tergiversano sistematicamente, è il dolo specifico: per configurare il genocidio non basta che vi siano atti che producano morte in un gruppo protetto; occorre dimostrare l’intenzione specifica di distruggere quel gruppo come tale.
La Corte ha applicato questa soglia con rigore nei precedenti Bosnia vs Serbia e Croazia vs Serbia, escludendo il genocidio pur accertando violazioni del diritto umanitario.
Srebrenica resta l’unico caso di responsabilità statale per genocidio in settant’anni: non è un dettaglio marginale, è la misura della soglia probatoria.
Le probabilità di condanna dello Stato di Israele sono meno del 20%. Anche in quel caso, la Corte non ha strumenti coercitivi propri: l’enforcement spetterebbe al Consiglio di Sicurezza, dove gli Stati Uniti esercitano il veto. La sentenza, in ogni caso, non arriverà prima del 2027/2028.
Usare la parola genocidio come assioma già accertato, anziché come ipotesi ancora da provare è propaganda. E la propaganda, qualunque sia la causa che serve, rimane tale come la considerazione infima di chi la brandisce siccome clava per fuorviare il dibattito e orientare le coscienze.





