Home Politica estera LA CADUTA DELLE LEADERSHIP OCCIDENTALI – 4

LA CADUTA DELLE LEADERSHIP OCCIDENTALI – 4

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La caduta verticale delle leadership occidentali è sempre più evidente, preoccupante e, al tempo stesso, irritante.

La vicenda del golpe in Niger ha messo a nudo l’inconsistenza di Emanuele Macron, il quale si vede sfuggire progressivamente di mano le ex colonie in Africa, grazie anche alla supponenza neocolonialista con la quale la Francia ha continuato a trattare i Paesi francofoni.

I nigerini sono stati e sono chiari nel dire che la Francia deve levare le tende e, cosa ben più grave, che non avrà più l’uranio a basso costo per le sue centrali. Se Macron aveva qualche speranza di essere la parte forte energeticamente dell’asse franco tedesco, ora può scordarselo.

Non sta in migliori condizioni Olaf Scholz, con una Germania in crisi economica.

Se gli Usa avevano in mente, creando le condizioni del conflitto attualmente in atto tra Russia e Ucraina, di mettere in ginocchio l’Europa, recidendo il rapporto energetico tra Mosca e Berlino, anche con l’intento di bloccare la deriva filocinese dell’asse franco tedesco, sicuramente l’obiettivo lo hanno raggiunto.

Che agli Usa dei Dem e dei neocon dell’Europa importasse poco o niente era chiaro in quella frase sfuggita nel 2014 a Victoria Nuland, la segretario di Stato aggiunto, una delle vice del capo della diplomazia statunitense John Kerry.

“Fuck the Eu”, letteralmente “l’Unione europea si fotta“: questa la frase sfuggita alla signora Nuland, massimo responsabile americano per le relazioni con il Vecchio Continente.

La battutaccia alla Nuland è scappata nel corso di una telefonata con l’ambasciatore americano a Kiev, Geoffrey Pyatt, in cui si è discussa la possibilità di trovare un accordo tra il governo ucraino di Viktor Ianukovich e l’opposizione guidata dall’ex pugile Vitali Klitschko.

L’attivismo della Nuland e di George Soros nel determinare le sorti dell’Ucraina, suscitando la rivolta di Maidan e scegliendo i membri del governo di Kiev come fosse una colonia, è cosa nota sulla quale è inutile soffermarsi.

È necessario invece soffermarsi sul fatto che la signora Victoria Nuland, ancora sottosegretario di Stato, ha dichiarato di aver incontrato i leader militari del Niger, ma di non aver fatto progressi immediati per mettere fine al colpo di Stato.

La Nuland ha spiegato di essersi recata nella capitale del Niger, Niamey, e di aver tenuto colloqui “franchi e difficili” con alti funzionari della giunta, spiegando che i golpisti non hanno accolto i suggerimenti degli Stati Uniti per cercare di ripristinare l’ordine democratico e che la sua richiesta di incontrare il leader spodestato del Niger Mohamed Bazoum è stata rifiutata.

La signora non è stata ricevuta dal capo dei golpisti e si è dovuta accontentare di un generale minore.

L’avvenimento è di fondamentale importanza in quanto evidenzia questioni che riguardano la credibilità degli Usa, la considerazione nella quale è tenuta l’Amministrazione Biden e lo sbandamento totale della diplomazia americana.

Come è possibile recarsi in un Paese nel quale hai un contingente di circa mille uomini e rapporti che durano da tempo senza assicurarti di essere ricevuta al massimo livello e di poter concludere, quanto meno, con un comunicato con il quale salvi la faccia?

No. Vai allo sbaraglio, ti fai trattare a pesci in faccia e te ne torni a casa facendo fare agli Usa la figura di chi conta come il due di coppe e viene invitato a farsi i fatti propri.

È del tutto evidente che l’Africa sta ponendo un problema serio agli Usa, in quanto è sempre più filo cinese e filo russa e mostra di non temere per nulla i “consigli” del sottosegretario di Stato.

Se questa non è una caduta verticale di leadership e di credibilità che cosa è?

A chi ogni tanto ci chiede se siamo atlantisti diciamo di sì. Siamo fermamente atlantisti, nel senso che l’Atlantico è l’oceano che unisce due mondi che condividono o dovrebbero condividere le radici culturali e i valori che contraddistinguono quello che viene chiamato Occidente.

Essere atlantisti, in quanto italiani e europei, non significa essere proni a tutte le politiche create e praticate dagli Stati Uniti d’America, figli di questa Europa, a volte immemori delle radici fino al punto di inventarsi idiozie come l’ideologia woke e la cancel culture.

Qui non siamo per nulla disposti ad accettare supinamente la porcheria ideologica che valica l’oceano che unisce i due occidenti.

Ci si chiede se siamo alleati degli Stati Uniti d’America. Si. Lo siamo. Ma essere alleati degli Stati Uniti d’America non significa essere d’accordo con Joe Biden, con i Dem, con Ocasio Cortez, e con le strategie dei neoco(ned), ossia di quei signori (in parte democratici e in parte repubblicani) che attizzano guerre, scaricano tonnellate di armi per favorire il complesso industrial militare e poi, quando le cose non vanno per il verso giusto (quasi sempre) fuggono ignominiosamente a gambe levate. Vedi Saigon o Kabul, per fare alcuni esempi. Prossima fuga: Kiev.

Ci piace invece essere atlantisti e amici degli Usa quando gli Stati Uniti d’America esprimono leader che mettono in atto le condizioni per la pace di Abramo, che stabilizza il Medio Oriente e quando esprime strateghi come Henry Kissinger, che a cent’anni suonati, sta ancora dicendo ad alta voce che è necessario un nuovo ordine mondiale multipolare.

Che dire? Quando gli Stati Uniti d’America esprimono leader come Joe Biden e mandano in giro personalità come Victoria Nuland ci cadono le braccia (eufemismo).

Se questa è la leadership Usa rimaniamo atlantici, ma turandoci il naso.

Autore

  • Silvano Danesi

    Silvano Danesi, laureato in Filosofia all’Università Statale di Milano. Dopo la laurea ha seguito studi storici e antropologici, ha pubblicato diversi saggi di storia, antropologia e massoneria, e ha tenuto varie conferenze e seminari.

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