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IL FORUM RUSSIA-AFRICA E GLI ZOMBIE NULAND E MACRON

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di Paolo Raffone

Il Forum Russia-Africa (San Pietroburgo 27-28 luglio) ha rappresentato un nuovo successo diplomatico per Mosca, che continua la sua tradizione di ottime relazioni diplomatiche ed economico-commerciali con il continente africano, in contrasto con l’atteggiamento neocoloniale delle potenze occidentali. 49 gli stati africani rappresentati e 17 capi di stato presenti.

Nel corso delle due giornate del vertice con ospite d’onore il presidente dell’Algeria Abdelmadjid Tebboune, sono state adottate quattro dichiarazioni, tra cui una sulla prevenzione della corsa agli armamenti nello spazio, una sulla cooperazione nella sicurezza informatica e una sul rafforzamento della cooperazione nella lotta al terrorismo, nonché il piano d’azione del partenariato Russia-Africa, che attuerà le decisioni del vertice. Inoltre, il governo russo ha firmato memorandum d’intesa con l’Organizzazione per lo sviluppo africano e la Comunità economica degli Stati dell’Africa centrale. Si prevede la creazione di un meccanismo permanente al più alto livello, che dovrebbe aiutare a coordinare la lotta al terrorismo e all’estremismo, nonché a risolvere i problemi ecologici. Inoltre, ogni anno si terrà un forum parlamentare Russia-Africa.

Secondo Oleg Ozerov, capo del segretariato del Forum di partenariato Russia-Africa, la Russia stanzierà più di 90 milioni di dollari per ridurre l’onere del debito dei Paesi africani, cancellando il debito per un valore pari a 23 miliardi di dollari, misure che porteranno alla risoluzione delle questioni riguardanti il debito dei Paesi africani nei confronti di Mosca per il 90% del suo valore complessivo. Invece, secondo le parole del presidente del Consiglio presidenziale libico Mohamed al-Menfi l’Occidente cerca di mantenere la sua “posizione dominante in Africa, impedendo le riforme ed esercitando pressioni, usando il debito finanziario, che distrugge l’economia e aumenta la povertà”. I leader africani hanno sottolineato come l’Africa stia subendo ancora le conseguenze negative del colonialismo, con i Paesi occidentali che continuano ad agire secondo il modello dell’accaparramento delle risorse naturali, di cui il suolo africano è ricchissimo. Questo tipo di rapporto economico è tipico del modello coloniale e neocoloniale, in cui i Paesi occidentali acquisiscono materie prime a basso prezzo per poi trasformarle in prodotti finiti ad alto valore aggiunto, limitando altamente le possibilità di sviluppo del comparto industriale dei Paesi africani.

Putin ha annunciato che sarà istituito un nuovo meccanismo di sicurezza russo-africano permanente. La nuova struttura lavorerà alla lotta al terrorismo e all’estremismo, garantendo la sicurezza alimentare e il non dispiegamento di armi nello spazio. Rilevando che lo sviluppo del continente africano è ostacolato dalla diffusione dell’ideologia estremista, dalla criminalità transnazionale e dalla pirateria, Putin ha sottolineato che la Russia offre aiuto per contrastare tutte le minacce menzionate. In particolare, la Russia continuerà a formare i militari africani e le forze dell’ordine nelle sue strutture educative. Inoltre, Mosca fornirà una “vasta gamma di armi e veicoli” alle nazioni africane, anche gratuitamente, “al fine di rafforzare la sicurezza e la sovranità di questi Stati”.

A tal proposito, il presidente della Repubblica Centrafricana Faustin-Archange Touadéra ha sottolineato che il sostegno della Russia ha contribuito a salvare la democrazia nel suo Paese: “Non temendo problemi geopolitici, la Russia fornisce aiuto al nostro Paese, alle nostre forze armate e alle agenzie di sicurezza nella loro lotta contro le organizzazioni terroristiche”, ha affermato il leader centrafricano.

Anche Assimi Goïta, presidente ad interim del Mali, ha affermato che Bamako è stata in grado di rafforzare le sue forze armate e garantire la sua sicurezza grazie all’aiuto della Russia: “Il Mali ha una partnership militare con la Russia e la ringraziamo per il sostegno e l’amicizia. […] Le forze armate maliane sono attualmente all’offensiva; abbiamo ridotto significativamente il numero di attacchi [terroristici] alle [nostre] basi militari, siamo stati in grado di garantire la sicurezza in molti luoghi”, ha osservato.

In merito alla guerra russo ucraina e alle guerre che si svolgono in Africa, il presidente sudafricano Cyril Ramaphosa ha affermato che “i negoziati e il dialogo, nonché l’impegno per la Carta delle Nazioni Unite sono necessari per una risoluzione pacifica ed equa dei conflitti”.

Durante il Forum Russia-Africa, il 27 luglio, un giorno dopo il golpe in Niger, il Ministro degli esteri Lavrov ha dichiarato: “Crediamo che il colpo di stato sia un atto anticostituzionale. In questi casi occupiamo sempre una posizione chiara”.

In riferimento ai colpi di stato avvenuti nel Sahel e in particolare sull’ultimo in Niger, il Ministero degli esteri della Federazione Russa ha dichiarato che “la Russia considera gli eventi in questi paesi come un loro affare interno e la Russia non interferisce in questi processi. Non pensiamo che intromettersi negli affari del Niger ora possa aiutare in alcun modo, al contrario, potrebbe essere controproducente”.

La Francia macroniana insiste sulla necessità di “ristabilire l’ordine costituzionale in Niger anche con l’uso della forza da parte dell’ECOWAS”. Macron non ascolta nessuno, tranne le società dell’uranio e del nucleare (Areva, Framatome e Orano) che senza l’uranio nigerino a buon mercato (gratis fino al 2014) non possono assicurare alla Francia quel vantaggio competitivo sulla Germania nella produzione di energia elettrica. Finanche Alain Antil, il direttore del governativo Istituto Francese per le Relazioni Internazionali (IFRI), ha detto in modo inequivocabile che “l’ECOWAS non è valida sul piano militare” e che il sentimento anti-francese e la retorica anti-francese nel Sahel non si sarebbero sviluppate se la Francia non avesse continuato dopo l’indipendenza negli anni Sessanta con politiche neocoloniali, guerre e sfruttamento, oltre ad essere stata terribilmente inefficace nel fermare terroristi, jihadisti e trafficanti vari.

Nel Sahel, la Francia è ricordata per la “scoperta” francese del Niger. Il percorso della “colonna infernale” guidata dagli ufficiali Voulet e Chanoine fu segnato in Niger dal 1898 al ’99 da villaggi bruciati e corpi carbonizzati. Si videro donne impiccate agli alberi, fuochi da campo sui quali erano stati arrostiti bambini; alcune guide della spedizione, sgradite a Voulet, appese vive in posizione tale che i piedi venivano mangiati dalle iene e il resto dei corpi dagli avvoltoi. I morti furono migliaia e i massacri mai dimenticati. Secondo lo storico Geoffrey Regan “fu data carta bianca a due noti psicopatici in uniforme”. Finanche la BBC ha denunciato le atrocità della Francia in Niger. Non possiamo dimenticare che gli inglesi non ebbero la mano di velluto in Sudan o in Rhodesia. Ma, nel 2020 la BBC ha diffuso un bel documentario di terreno “African Apocalypse”, girato in Niger da un ricercatore britannico di origini nigeriane. Invece, la Francia tace sulle vicende orribili del capitano Voulet in tutta la valle del fiume Niger e, sorpresa, usa disinvoltamente la repressione nelle periferie metropolitane come metodo di gestione sociale. La Francia irritata per l’evidente perdita di potenza nel suo ex impero coloniale non vede la connessione tra il sentimento metropolitano antifrancese delle diaspore coloniali e il rifiuto della Francia in Africa.

Poiché i “signori del vapore”, la rete di intelligence dei “Cinque occhi” (five eyes) anglo-americana, non sono riusciti a “smontare” la Russia o a far arretrare il progetto eurasiatico, ora ridirigono le loro “attenzioni” alla Cina stigmatizzata come “potenza imperialista” in Africa e minaccia per le democrazie occidentali. In Niger, la Cina ha investito circa 5 miliardi di dollari per il potenziamento delle capacità estrattive di petrolio e di uranio e per la costruzione del più lungo oleodotto africano collegando Niger e Benin. Ben conscia che un riconoscimento della giunta militare rovinerebbe le già difficili relazioni cinesi con la Francia, e quindi con l’Europa, il Ministero degli esteri cinese ha dichiarato che “Il presidente Mohamed Bazoum è amico della Cina (…) Crediamo che il Niger e altri paesi della regione abbiano la saggezza e la capacità di trovare una soluzione politica alla situazione attuale”.

Agitare spettri di complotti russi e/o cinesi in relazione alla serie di colpi di stato che hanno colpito le ex colonie francesi dell’Africa occidentale è un atteggiamento puerile che rischia soltanto di aggravare la situazione. Interpretare questi eventi come un attacco agli interessi francesi in Africa ordito dai profittatori russi e cinesi è un grave errore di analisi. E’ davvero sorprendente la cecità francese che segue supina le logiche globaliste ben espresse in un articolo sponsorizzato dalla Fondazione Gates e pubblicato dal giornale britannico Guardian[1]. Macron si comporta come uno zombie che ignora il passato e che pretende di non conoscere il presente.

Sarebbe più utile, anche per i partner europei, capire che esistono dei parallelismi tra alcuni processi in corso in Eurasia e in Africa.

L’integrazione eurasiatica è una delle principali priorità geopolitiche della Russia, mentre l’integrazione africana è una priorità per i Paesi africani. Entrambi i concetti si sono formati all’interno delle rispettive correnti ideologiche: l’eurasiatismo e il panafricanismo. Nonostante le differenze esteriori tra eurasianisti e panafricanisti, esistono serie analogie strutturali tra queste ideologie, che possono essere riassunte nello schema “sfida-risposta” di Arnold Toynbee. In sostanza, si tratta di problemi di civiltà simili, di civiltà non occidentali che si confrontano con i problemi dell’occidentalizzazione, della modernizzazione, della memoria storica e del progetto di un futuro radicato nella tradizione. Basta andare a rivedere gli scritti del fondatore del tradizionalismo, René Guénon, oppure le idee di Kemi Seb, presidente dell’ONG “Urgences Panafricanistes”, e quelle del “Rinascimento africano” articolate dall’ex presidente sudafricano Thabo Mbeki. Sono idee e processi nei quali è insito un atteggiamento critico nei confronti della modernità (occidentale). Sia gli eurasianisti sia i panafricanisti hanno cercato di trovare una strada per la sovranità civile in un appello alle ideologie moderne (liberalismo, comunismo, nazionalismo), ma sono arrivati a rifiutare il modernismo e il suo paradigma politico in generale. Nel caso specifico dell’Africa, la questione in discussione è la terribile memoria ed eredità coloniale seguita da quella post-coloniale (imperialismo occidentale) che ha sostenuto “l’integrazionismo continentale” africano in fotocopia di quello europeo e secondo i dettami propri della globalizzazione anglo-americana. La Cina è molto più rispettosa e cosciente del pensiero degli africani che nelle antiche formazioni imperiali come l’Impero del Mali, del Benin, di Monomotapa (Zimbabwe) hanno ancora oggi un motivo di orgoglio che ispira il loro immaginario di integrazione panafricana. La coscienza imperiale (opposta all’imperialismo moderno occidentale) e gli imperi, sia come strutture funzionanti sia come oggetti di memoria collettiva che stimolano l’immaginazione politica, sono una risorsa cruciale dell’ideologia sovranista che mobilita l’opposizione al colonialismo. Questo sta avvenendo in Africa oggi: superare l’Occidente, per superare la modernità e per superare il loro passato creando nuove forme politiche sulla base della tradizione.

Ultimo zombie che si è manifestato in Niger è la numero due della diplomazia americana. Victoria Nuland, il cui nome suona sinistre campane che riportano ai gravi eventi del 2014 nella Maidan ucraina con le tragiche conseguenze che tuttora perdurano. La signora Nuland voleva incontrare il presidente Bazoum e il capo ad interim della giunta, il generale Abdourahamane Tchiani. Non ha avuto accesso a nessuno dei due. Dal comunicato americano si legge: “Ho passato due ore con il generale Barmou (che aveva lavorato con le forze statunitensi in Niger nel quadro dell’antiterrorismo) e la sua gente, poi ci sono state alcune conversazioni laterali.  Dopodiché, spero che manterranno la porta aperta alla diplomazia.  Abbiamo avanzato questa proposta.  Vedremo.  Come ho detto, hanno le loro idee su come andare avanti.  Non lo fanno – le loro idee non sono compatibili con la costituzione, e questo sarà difficile in termini di relazioni se questa è la strada che intraprendono.  Ma abbiamo dato loro una serie di opzioni per continuare a parlare e speriamo che ci prendano in considerazione. Naturalmente ho sollevato il – Wagner e la sua minaccia a quei paesi in cui è presente, ricordando loro che la sicurezza peggiora, che i diritti umani peggiorano quando entra Wagner.  Non direi che abbiamo imparato molto di più sul loro pensiero su questo fronte”. Che lo zombie Nuland non abbia imparato nulla non sorprende.

La giunta militare del Niger ha formalmente chiesto alle truppe francesi (circa 1500) di lasciare il paese entro 30 giorni. Una simile richiesta non è stata presentata né agli italiani (circa 350) né agli americani (circa 800). ECOWAS ha convocato una nuova riunione d’urgenza per il 10 agosto. Considerata la chiara ostilità del senato della Nigeria e quella dei capi tribali nelle aree di confine con il Niger a qualsiasi forma di intervento militare, si fa difficile la situazione del presidente Tinubu, presidente eletto della Nigeria e Chairman dell’ECOWAS, che non può ignorare le conseguenze che avrebbe un’azione militare senza il sostegno della sua gente, dei paesi della regione, e soprattutto con militari NATO ancora stanziati in Niger.

 

[1] https://www.theguardian.com/global-development/2023/aug/08/explainer-whats-behind-the-niger-coup

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  • Redazione

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