Home Politica estera IL FALLIMENTO DEI NEOCON(NED) INCOMBE SULL’OCCIDENTE

IL FALLIMENTO DEI NEOCON(NED) INCOMBE SULL’OCCIDENTE

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Gli ultimi accadimenti (Ucraina, Niger), apparentemente distanti tra di loro, sono, al contrario, il sintomo di un fallimento generale della politica dei neocon americani e del complesso industrial-militare che li ispira e li sostiene. Al contempo sono il sintomo del fallimento della progressiva finanziarizzazione dell’economia.

La trilaterale neocon (ned) (politica di repubblicani e democratici insieme), complesso industrial-militare (economia) e finanza è oggi di fronte al suo fallimento, il quale si traduce, in primo luogo, in un declino degli Stati Uniti nel mondo e nel pericolo interno agli stessi di una svolta autoritaria e antidemocratica (in atto).

Se guardiamo alla politica, con l’attenzione a quanto avviene all’interno, la persecuzione giudiziaria di Trump, ormai attualmente chiaramente candidato repubblicano per le elezioni del 2024, colloca gli Usa al di sotto della soglia democratica e ne fa un regime totalitario simile a quelli che dice di combattere. A contrastare Trump c’è un presidente come Biden prossimo all’impeachment per le accuse sugli affari con potenze straniere come Cina e Russia. Dietro le quinte si muove il solito Soros che ha finanziato la campagna elettorale di alcuni giudici che stanno inquisendo Trump.

I neocon, presenti nei due partiti, stanno disastrando la più grande potenza mondiale.

Il complesso industrial-militare, dopo aver ispirato tutte le guerre intraprese dagli Usa e regolarmente perse dal 1945 a oggi, sta dimostrando tutti i suoi limiti a fronte di una guerra per procura, come è quella in Ucraina, che vede dall’altra parte del fronte la Russia, pensata debole e inetta e, allo stato attuale dei fatti, anziché essere sfiancata capace di sfiancare.

La finanza, dopo aver tentato di fare della Russia la miniera al suo servizio e della Cina la sua fabbrica a basso costo, oggi fa i conti con due protagonisti del Brics e si trova contro, con conseguenze geopolitiche immense, gran parte dell’Africa.

La vicenda del Niger è la punta dell’iceberg di una rivolta in atto da parte di un mondo, come quello del continente africano, dove l’età media è di 20 anni. Un mondo al quale la finanziarizzazione dell’economia ha impedito di sviluppare un’industria di trasformazione e che ora si ribella, guardando a Russia, Cina e India e odiando l’Occidente.

Un Occidente che invia la Nuland attua una mossa che sembra una beffa (basta ricordare il suo ruolo in Ucraina). Non a caso Victoria Nuland, sottosegretaria di Stato Usa, ha detto di aver incontrato i leader militari, ma di non aver fatto progressi immediati per mettere fine al colpo di Stato. Nuland ha spiegato di essere andata nella capitale del Niger, Niamey, e di aver tenuto colloqui “franchi e difficili” con alti funzionari della giunta, spiegando che i golpisti non hanno accolto i suggerimenti degli Stati Uniti per cercare di ripristinare l’ordine democratico e che la sua richiesta di incontrare il leader spodestato del Niger Mohamed Bazoum è stata rifiutata. Insomma, una fumata nera”. Come volevasi dimostrare.

Del resto non c’è sordo più sordo di chi non vuol sentire.

Il fallimento epocale della trilaterale neocon/complesso industrial-militare/finanza rischia di essere il fallimento dell’Occidente, come dimostrano le politiche dell’Unione Europea, allineate a quelle dei neocon Usa, con l’aggravante ideologica verde climatica, che ha come obiettivo ormai dichiarato la deindustrializzazione d’Europa.

Fatta questa lunga, ma necessaria, premessa poniamoci il problema che ci suggerisce Giuseppe Cucchi su Limes (26.06.2023).

Scrive Cucchi: “Dal Giappone dopo il 1945 all’Europa dopo il 1989, dal Medio Oriente ai Balcani, dal Vietnam all’Afghanistan, gli Stati Uniti si sono spesso ritirati da una situazione di conflitto prima che si arrivasse a una soluzione definitiva. I danni di questa scelta stanno diventando sempre più evidenti. Vi è qualcosa di incongruente e per molti aspetti tragico e assurdo nel modo in cui, dalla fine della seconda guerra mondiale in poi, la più grande potenza del mondo ha affrontato i conflitti in cui si è ritrovata coinvolta. Incongruente perché tali conflitti non si sono mai conclusi in maniera del tutto soddisfacente, con una pace tanto giusta da soddisfare ogni parte in causa ed eliminando totalmente il rischio che il fuoco si riaccendesse all’improvviso. Tragico poiché, anche se gli Stati Uniti sono riusciti nella maggior parte dei casi in un abbandono dignitoso, molto spesso altri paesi, lasciati da soli, hanno dovuto far fronte alle conseguenze negative del loro ritiro”.

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Tradotto in chiaro il concetto è che gli Usa sono inaffidabili, perché non obbediscono a una logica geopolitica di equilibrio mondiale, ma alle esigenze del complesso industrial-militare che necessita di guerre da attizzare, condurre e poi lasciare quando sono date per perse.

A questa logica perdente andrebbe sostituita quella kissingeriana del multipolarismo, dove gli Usa potrebbero giocare le loro carte così come, ad esempio, le sta giocando la Cina, acquisendo alleati geopolitici grazie a grandi investimenti infrastrutturali.

Il tema riguarda anche gli Usa al loro interno, dove le infrastrutture sono in disfacimento a causa di una logica rivolta solo a garantire il complesso industrial-militare.

Che ci sia bisogno di un cambio di passo e di un riequilibrio pare evidente.

Gli Stati Uniti, dal 1945 ad oggi, di guerre ne hanno messe in campo molte senza vincerne una.

Harry Truman (1945-1953, democratico) è stato l’uomo della Guerra di Corea. Dwight D. Eisenhower (1953-1961, repubblicano) ereditò la Guerra di Corea e giunse all’armistizio. Le due Coree sono formalmente ancora in guerra.

John Fitzgerlad Kennedy (1961-1963, democratico) portò in pochi mesi i consiglieri militari statunitensi in Vietnam da qualche centinaio a 16.000 e, di fatto, fu l’iniziatore del conflitto che avrebbe segnato l’America per generazioni. Fu anche il presidente della Baia dei Porci, e cioè del tentativo, fallito, di invadere la Cuba di Fidel Castro.

Lyndon Johnson (1963-1969, democratico) fu colui che prese il posto di Kennedy e verrà ricordato per l’escalation della Guerra del Vietnam. Nel 1965, Johnson ordinò anche l’invasione della Repubblica Domenicana per rovesciare il governo socialista di Juan Bosch Gavino. 

Richard Nixon (1969-1974, repubblicano) chiuse, scappando a gambe levate, la guerra in Vietnam dopo un’escalation di bombardamenti a tappeto sulle città e le campagne del Nord e, segretamente, in Cambogia e Laos. Divenne, nonostante non lo avesse iniziato, il simbolo negativo di quel conflitto.

Jimmy Carter (1977-1981, democratico), quando l’Unione sovietica invase l’Afghanistan, mandò aiuti militari segreti ai mujaheddin afghani, attraverso i sauditi e i pachistani. Fu la sua guerra e l’embrione di quella che divenne la jihad di Osama Bin Laden contro gli Stati Uniti. Carter fallì anche il blitz militare per liberare gli ostaggi dell’ambasciata americana a Teheran.

Ronald Reagan (1981-1989, repubblicano), dopo aver chiuso la Guerra Fredda, fu protagonista di due azioni militari: l’invasione di Grenada nel 1983, decisa perché un regime filo marxista non si affiancasse a quello di cubano in quell’area; il bombardamento di Tripoli nel 1986 con l’obiettivo di colpire Gheddafi. 

George H. W. Bush (1989-1993, repubblicano) combatté e vinse la prima guerra del Golfo, dopo l’invasione da parte di Saddam Hussein del Kuwait. Al tempo Saddam era di fatto una pedina Usa e di fatto non combatté, consentendo agli Stati Uniti di appropriarsi del petrolio del Kuwait e di scaricare a marcire nel deserto tutto l’arsenale presente in Germania, ormai inutile. Diede anche l’ordine di invadere Panama: nel dicembre del 1989, 24.000 soldati americani sbarcarono nel piccolo, ma importantissimo stato del Centroamerica, per abbattere il dittatore Manuel Noriega.

Bill Clinton (1993-2001, democratico) inviò e poi ritirò le truppe americane dalla Somalia. Due anni dopo, ordinò i raid aerei contro i serbi di Bosnia per costringerli a trattare e, dopo gli accordi di Dayton, dispiegò una forza di pace nei Balcani.Nel 1998, in risposta agli attentati di Al Qaeda, per ritorsione fece bombardare obiettivi in Afghanistan e in Sudan. Un anno dopo, il teatro di guerra tornò ad essere i Balcani: gli Usa furono protagonisti della Guerra del Kosovo e della caduta di Milosevic. 

George W. Bush (2001-2009, repubblicano) è il presidente delle due ultime guerre americane (a questo punto, “penultime”) in grande stile: Afghanistan e Iraq come risposta all’attacco delle Torri Gemelle.

Barack Obama (2009-2017, democratico), da subito contrario all’invasione dell’Iraq, eletto per far tornare le truppe a casa da Bagdad e Kabul, vincitore preventivo del Nobel per la Pace, oltre ai noti interventi in Siria, Libia, Iraq e Afghanistan, ha bombardato anche lo Yemen, la Somalia e il Pakistan. Secondo alcuni analisti è stato il presidente americano che ha tenuto in guerra gli Stati Uniti per più tempo. 

Non dimentichiamo le Primavere arabe e la destabilizzazione della Libia.

La prossima fuga, ormai annunciata, è quella da Kiev, dopo aver conseguito l’obiettivo di distruggere la Germania e di mettere in ginocchio l’Europa, con la complicità di Bruxelles.

A far capire che è necessario cambiare è dovuto intervenire il centenario Henry Kissinger, uno dei pochi rimasti con la testa sulle spalle.

E’ del tutto chiaro, evidente, incontrovertibile, che l’attuale politica estera Usa, della quale è formalmente intestatario Joe Biden, è perdente su tutti i fronti e sta trascinando l’Occidente in una deriva esiziale.

Tocca agli americani cambiare politica e tocca agli alleati europei, se hanno la schiena dritta, cominciare a far capire a Washington che andare avanti di questo passo si va verso il precipizio.

Salvare l’Occidente è un problema di tutto l’Occidente e non può essere un problema da affidare ad una delle tante Noland prodotte dalla politica Us

Autore

  • Silvano Danesi

    Silvano Danesi, laureato in Filosofia all’Università Statale di Milano. Dopo la laurea ha seguito studi storici e antropologici, ha pubblicato diversi saggi di storia, antropologia e massoneria, e ha tenuto varie conferenze e seminari.

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