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Politica e porcilaia condividono solo la P

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Politica e porcilaia

Per salvare la politica è necessario lavare il liquame e recuperare la dignità perduta

La politica era una attività nobile dell’essere umano, ma sta diventando una porcilaia, dove c’è chi sguazza nel liquame come fosse in una piscina di acqua termale.

La limpidezza del liquame ora arriva a fare di un selfie di Giorgia Meloni la prova di una vicinanza della stessa alla malavita.

Qualsiasi persona che abbia anche un solo neurone e che abbia conservato la dignità di essere un essere umano e non altro, sa benissimo che qualsiasi personaggio pubblico, sia esso un politico o un calciatore o un cantante, e via discorrendo, si trova, oggi, con la mania dei selfie, a farsi fotografare con le persone più disparate, senza sapere chi siano.

Se facessimo passare tutti i selfie dei personaggi pubblici potremmo trovarli fotografati con ogni tipo di strano personaggio.

Inutile dire, a chi ha i neuroni a posto e la dignità ancora attiva, che un selfie oggi non vuol dire nulla.

Forse ai tempi dei dagherrotipi si poteva pensare ad una conoscenza del soggetto con il quale si condivideva l’immagine, ma oggi si rischia di essere associati a chiunque.

Inoltre, sia da sottolineare, l’intelligenza artificiale combina associazione di immagini false per ogni uso.

Ora, in Italia, si sta sviluppando una propaganda degna solo di una porcilaia. Propaganda mai vista e che ci mostra a quale livello di degrado sia giunta la politica.

Francesco Cossiga, ex Presidente della Repubblica, in un suo libro diventato famoso: “La versione di K. Sessant’anni di controstoria”, Rizzoli, 2009, scriveva una pagina di storia patria.

Lui che era democristiano scriveva: “Tra gli effetti della Guerra Fredda bisogna aggiungere anche il complicato rapporto tra la DC e la mafia siciliana. Di questo rapporto, molto si è detto e molto si è immaginato. Forse troppo. Inchieste, romanzi, film, sceneggiati televisivi: quale vicenda collettiva ha conosciuto un racconto tanto ampio quanto ancora confuso nelle nebbie del dubbio e del sospetto? Ciò nonostante, proverò ora a dire la mia sulla mafia, per quanto si possa comprendere un fenomeno che affonda le sue radici nella storia e nella cultura di un popolo; nella tradizione e ovviamente nel mito. Radici che ci riportino ai Beati Paoli, la setta medioevale di cui parlò anche il pentito Tommaso Buscetta: «Abbiamo gli stessi giuramenti, gli stessi doveri»; oppure alla rivolta antifrancese dei (Vespri siciliani); o ancora più indietro nel tempo. Un giorno – prosegue Cossiga – Giovanni Falcone mi disse: «Anche la mafia è un fenomeno umano e in quanto tale riusciremo a sconfiggerla». Poi fu ammazzato. E il prefetto Emanuele de Francesco, nominato alto commissario tre giorni dopo la strage di Carini, dove furono ammazzati il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, sua moglie e un agente di scorta, già mi apparve più scettico: «Se ci riusciremo non sarà prima di cinquant’anni»”.

“A dimostrazione di quanto incerto possa essere anche il mio sapere sull’argomento – aggiungeva Cossiga -, allora, farò subito una premessa. Nel giugno del 1979 si tennero le prime elezioni dirette del Parlamento europeo e il mio partito, la Dc, mi propose una candidatura nel collegio Sicilia – Sardegna. Ora, a parte il fatto che ho sempre ritenuto una bizzarria unire in un unico collegio elettorale due realtà tanto diverse, e prova ne è, detto in confidenza, che ancora oggi è assai difficile trovare un sardo che decida di andare in vacanza a Palermo o ad Agrigento; a parte questo, dicevo, la proposta non mi allettava affatto. Tanto più che era venuto a illustrarmela un tizio che mi fece uno strano discorso. Era un democristiano notoriamente contiguo alla mafia e si ostinava a darmi del tu. «Tu non devi preoccuparti di nulla» disse. «Dovrai solo fare un comizio a Catania e uno a Messina, poi al resto pensiamo noi.» Al resto? Quale resto? Non mi era difficile immaginarlo. Ero già molto incerto se accettare o meno quella proposta, ma l’idea di vedermi impantanato in vicende poco chiare mi indusse subito a sciogliere la riserva in modo negativo. «Grazie, non mi interessa» risposi. E infatti non se ne fece nulla”.

Cossiga prosegue nella sua ricostruzione di pagine di storia patria: “Anche in questa complessa storia del rapporto tra la DC e la mafia, comunque, c’è un inizio ben determinato. Un momento in cui la matassa comincia a ingarbugliarsi. E io credo di poterlo ricondurre al tempo dello sbarco degli americani. Vicenda nota, e dunque inutile da ripercorrere in tutti i dettagli. Basterà ricordare, però, che approdarono in Sicilia nel luglio del 1943 si servirono dei mafiosi: ne trassero, tanto per dirne una, informazioni utili sia per le operazioni militari sia, dopo, per quelle di governo del territorio. In un certo senso, i mafiosi ebbero una legittimazione a stelle e strisce. Ma a ben vedere gli Usa, così facendo, non inventarono nulla di nuovo, perché lo stesso avevano fatto prima di loro i garibaldini quando sbarcarono a Marsala: anche le camicie rosse si servirono dei picciotti. E chi erano i picciotti se non i mafiosi degli anni a venire? Tutto ebbe inizio, allora, sul finire della guerra. A quel tempo la mafia era apertamente antifascista, perché il Fascismo le aveva inferto colpi durissimi, costringendola a rintanarsi per lungo tempo. Chi non ha sentito parlare di Cesare Mori, il prefetto di ferro? Mussolini si affidò in tutto e per tutto a lui. «Vostra Eccellenza ha carta bianca» gli telegrafò. Almeno così si racconta. Aggiungendo che se, per ristabilire l’autorità dello Stato, le leggi in vigore gli fossero state di impaccio, lui, Mussolini ne avrebbe fatte di nuove. Mori cominciò ritirando tutti i permessi di porto d’arma e continuò reprimendo e infittendo i controlli. Senza, tuttavia, riuscire a estirpare il male una volta per tutte. In quanto antifascista, alle prime elezioni amministrative la mafia fece convergere i propri voti sulla più antifascista delle forze politiche in campo, vale a dire sul Partito comunista. E ciò provocò non pochi allarmi tra i moderati. Era la Sicilia di Vittorio Emanuele Orlando, ma sia chiaro: quegli allarmi erano dettati più dalla perdita del consenso che dalla tenuta democratica; più da ragioni di bottega che dall’ansia di costruire uno Stato libero da ogni forma di condizionamento. Fu il cardinale Ernesto Ruffini, arcivescovo di Palermo, a mettere in guardia la DC. «Se volete i voti dovete andare a cercare quelli lì» disse. E con ‘quelli lì’ intendeva i mafiosi”.

Con questo, se fossimo abitanti della porcilaia, ci metteremmo a sguazzare nella melma attribuendo all’attuale Presidente della Repubblica vicinanze con la mafia?

A Bernardo Mattarella, allora vicepresidente dell’Azione cattolica, il giorno dell’Epifania del 1980, la mafia uccise un figlio, da due anni presidente della Regione Sicilia, Piersanti Mattarella, fratello di Sergio Mattarella Presidente della Repubblica italiana.

“In realtà – scrive sempre Cossiga -, Piersanti fu ammazzato perché le cosche non potevano sopportare che il presidente della Regione Sicilia fosse non solo lontano dai loro interessi, ma addirittura ostile. Avvicinata dal padre, la mafia ora chiedeva contropartite. Chiedeva e non otteneva. Ecco perché si risolse a sparare. Anche a Lima fu chiesto troppo, tanto da non poter essere concesso. Forse aveva promesso qualcosa e si ritrovò tra i piedi, invece, una serie di leggi sul carcere duro che il governo nazionale aveva appena varato: provvedimenti dal contenuto diametralmente opposto alle aspettative criminali. Lima era un uomo spregiudicato, politicamente spregiudicato. Ricordo che fu lui a varare la prima collaborazione con i comunisti in Sicilia. Anticipò di molto il suo capo corrente, Giulio Andreotti, che al tempo, di fronte a simili alleanze, ancora parlava di ‘incastri e connubi’. Ora – continua Cossiga – volendo continuare a riflettere su questo delicato fronte del ‘colloquio’ tra democristiani e mafiosi, non posso non chiarire, preliminarmente, un paio di cose per me molto importanti. La prima. Nella Dc ci sono stati e io li ho conosciuti, uomini che hanno combattuto la mafia in modo aperto e costante, con intelligenza e senza vuota retorica: penso a Franco Restivo, più volte ministro; a Giuseppe La Loggia, il padre di Enrico, uomo di punta della destra berlusconiana; e a Pippo Alessi, morto a centotré anni povero com’era nato. La seconda. Come altri hanno già detto, anch’io sono convinto che non esistono politici mafiosi. Politici di rilievo, intendo, che abbiano prestato giuramento ai boss, che si siano punti il dito con lo spillo e che nell’oscurità liturgica di un anfratto segreto abbiano sigillato con il sangue la loro appartenenza alla Famiglia. Esistono, invece, uomini vicini alla mafia, uomini collusi. Ma non mafiosi. E questo per una regione molto semplice: perché la mafia può ammettere al suo interno professionisti, medici e avvocati, ma non politici, rappresentanti cioè di un altro potere organizzato. È questo un concetto che ha espresso molto bene, e sicuramente prima e meglio di me, Giovanni Falcone, quando, in un memorabile e contestatissimo, a sinistra, discorso sulla mafia, disse che «al di sopra dei vertici organizzativi non esistono terzi livelli di alcun genere, che determinino e influenzino gli indirizzi di Cosa Nostra». «Lo stesso dimostrato coinvolgimento di personaggi di spicco di Cosa Nostra in vicende torbide e inquietanti come il golpe Borghese e il falso sequestro Sindona» continuava Falcone, «non costituisce un argomento a contrario, perché tutte queste vicende hanno una propria specificità e una peculiare giustificazione in armonia con le finalità dell’organizzazione mafiosa». E queste furono le sue conclusioni: «E se è vero che non pochi uomini politici siciliani sono stati, a tutti gli effetti, adepti di Cosa Nostra, è pur vero che in seno all’organizzazione mafiosa non hanno goduto di particolare prestigio in dipendenza della loro estrazione politica. Insomma, Cosa Nostra ha tale forza, compattezza e autonomia che può dialogare e stringere accordi con chicchessia, mai però in posizioni di subalternità»”.

Forse gli adepti della porcilaia farebbero bene a fare qualche ripassino di storia patria.

Forse vale anche la pena di ricordare agli adepti della porcilaia cosa era la politica della Prima Repubblica.

Giorgio Almirante (allora segretario del Movimento Sociale Italiano – MSI, di destra) decise di recarsi personalmente alla camera ardente di Enrico Berlinguer, segretario del PCI, allestita a Botteghe Oscure a Roma, dopo la morte improvvisa del leader comunista l’11 giugno 1984 (i funerali di Stato si tennero il 13 giugno con oltre un milione di persone in piazza San Giovanni).

Almirante andò da solo, senza scorta, mettendosi in fila come un cittadino comune. Quando arrivò il suo turno, fu accolto e accompagnato all’interno da due importanti esponenti del PCI: Giancarlo Pajetta (storico dirigente comunista, ex partigiano) e Nilde Iotti (presidente della Camera e compagna di Togliatti).

Pajetta, in particolare, avrebbe detto qualcosa come «lo accolgo io» per gestire la situazione delicata.

Almirante si fermò davanti alla bara, si fece il segno della croce e si inchinò leggermente in segno di rispetto, davanti allo stupore di molti presenti (compresi alcuni dirigenti comunisti in picchetto d’onore).

Fu un gesto di fair play e riconoscimento umano tra avversari politici, in un’epoca di forti divisioni ideologiche, ma anche di rispetto reciproco tra certe figure della Prima Repubblica.

Quattro anni dopo, alla morte di Almirante nel 1988, furono proprio Pajetta e Iotti a rendere omaggio alla sua camera ardente, ricambiando il gesto.

Altri tempi. C’era ancora la dignità.

All’attacco mediatico sui selfie Giorgia Meloni ha risposto ieri con queste parole: “La “redazione unica” mostra una mia foto con un esponente della criminalità organizzata per sostenere la bizzarra tesi di una mia vicinanza ad ambienti malavitosi. Inoltre, questi signori fanno un pirotecnico collegamento con le vicende di mio padre, per dimostrare non so quale commistione con la criminalità organizzata. Ma questi imparziali e onesti giornalisti sanno benissimo che con mio padre ho interrotto ogni rapporto all’età di 11 anni. Così come sanno benissimo che, in decenni di impegno politico, esistono decine di migliaia di foto mie con persone che chiedono semplicemente un selfie. E ciò vale per chiunque faccia politica e stia in mezzo alla gente. E sfido chiunque a trovare mie dichiarazioni o attacchi contro altri esponenti politici colti nelle stesse circostanze”.

“Il mio impegno contro ogni mafia – ha aggiunto il Presidente del Consiglio – è cristallino, coerente, duraturo. E ciò che abbiamo fatto al governo ne è la prova. Mentre altri liberavano dalle galere i boss mafiosi con la scusa del Covid, noi li arrestiamo e li teniamo dentro con il carcere duro, istituto che abbiamo salvato dallo smantellamento. Differenze. Ma a questi “professionisti dell’informazione” non importa niente. Tutto serve a gettare fango nel ventilatore e a fare da grancassa mediatica agli interessi di partito. Nessun giornalismo, solo politica. Poco importa. Non sono una persona che si fa intimidire dagli squallidi attacchi di gente in malafede”.

Liberiamo la politica dalla porcilaia, per il bene della Repubblica e della dignità.

Autore

  • Silvano Danesi

    Silvano Danesi, laureato in Filosofia all’Università Statale di Milano. Dopo la laurea ha seguito studi storici e antropologici, ha pubblicato diversi saggi di storia, antropologia e massoneria, e ha tenuto varie conferenze e seminari.

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