Le matrici delle teorie gender
Ferve il dibattito sull’intervento del ministro Valditara per le restrizioni nelle scuole dell’insegnamento basato sulle teorie di genere.
Come uomo di scuola, offro alla riflessione del lettore una serie di elementi, perché possa formarsi da solo una opinione, che tenga conto di quello che di solito non si dice. E mi scuso se sarò un poco lungo, ma non esistono soluzioni semplici per questioni complesse.
Semper incipiendum est a definitione rerum.
Per gender theories si intendono quelle teorie psicosessuologiche e antropologiche che distinguono nettamente tra sesso biologico e genere sessuale, inteso di matrice prevalentemente se non esclusivamente socio-culturale e comportamentale.
Il termine gender, che in inglese vuol dire genere, viene dunque usato in tale accezione come tecnicismo. Tali teorie hanno molteplici matrici.
Una prima matrice è bioepistemologica. Nel 1955 John Mooney della Hopkins University, impegnato con Joan e John Hampson nella soluzione dei problemi legati agli stati intersessuali (come l’ermafroditismo, in cui vi è conflitto tra sesso cromosomico, gonadico e genitale), teorizzò per la prima volta la distinzione tra sesso biologico e genere sessuale, insegnando che il secondo può essere appreso dai bambini in base all’educazione.
La presunta base biologica stava in questo pseudo-assunto: il sesso cromosomico dell’embrione è irrilevante, in quanto immettendo nella femmina cromosomica un flusso di androgeni il comportamento sessuale e la funzione ipofisaria si mascolinizzano.
Ricevendoli, l’ipotalamo cambia comportamento, funzionando aciclicamente e producendo costantemente le gonadotropine mediante l’ipofisi. A parti inverse, un trattamento analogo implicherebbe una produzione ciclica.
Il caso di Bruce Reimer fu da lui brutalmente trattato in base a questo principio ma si concluse con un fallimento e in modo drammatico. Il bambino, casualmente evirato durante una mal compiuta circoncisione, fu femminilizzato da Mooney con gli ormoni e la costruzione di una vagina (piuttosto che di un nuovo pene) e gli venne nascosta la sua originaria identità. Lo si rinominò Brenda.
Questi, tuttavia, si ribellò da adolescente e adulto e tornò uomo sottoponendosi ad un nuovo intervento chirurgico e assumendo il nome di David. Volle sposarsi e avere figli, lui che, credendosi bambina, per anni aveva pensato di essere omosessuale.
Ma concluse la sua vita col suicidio (2004), a causa dei traumi inflittigli dal suo mefistofelico pigmalione. Questo insuccesso è il classico elemento falsificante di popperiana memoria e attesta che la teoria di Mooney è smentita e quindi non è una posizione scientifica tenerla ancora per buona.
Una seconda matrice delle gender theories si desume dalla psicanalisi freudiana letta alla luce del marxismo sessantottino, per cui il sesso è potenza sovversiva da utilizzare per sovvertire l’ordine sociale (tesi sostenute con le debite diversificazioni da Reich e Marcuse).
Una terza matrice è strutturalista, che critica la precedente per distruggere l’idea stessa di identità sessuale. Michel Foucault considerava la sessualità non come dato primario e invariabile ma come costruzione scaturita dalla confluenza di potere e sapere, volta ad assoggettare gli uomini asserviti a cui si attribuirebbero dei ruoli che essi non hanno scelto e che credono naturali.
L’idea stessa di soggetto era considerata strumento di dominio. La liberazione esigerebbe esperienze erotiche che depersonalizzerebbero il piacere e lo scorporerebbero dal corpo sessuato.
Una quarta matrice, anch’essa marxista, è derivata dal femminismo radicale. La dicotomia uomo – donna sarebbe un fatto meramente culturale e bisognerebbe adottare un paradigma uniformante o egualitario per impostare i rapporti tra i sessi.
Lo sostenevano diverse profetesse di una nuova, inquietante umanità. La prima è stata Simone de Beauvoir. Poi Rosemarie Putnam Tong ha equiparato la lotta di classe a quella dei sessi. Indi Shulamit Firestone ha proposto il pansessualismo al posto di eterosessualità e omosessualità, nonché l’abolizione dei tabù della pedofilia e dell’incesto, che, secondo lei, sarebbero stati creati dalla famiglia, che, invece, a sua volta andrebbe abolita.
Ancora, Judith Butler ha riletto Hegel – affermando che la donna doveva smettere di essere tale per non essere schiava dell’uomo, così che anche questo cessasse di essere tale- e l’interpretazione classista della famiglia di Engels. Costei ha proposto la fivet e le libere unioni al posto di famiglia, monogamia, fedeltà e maternità.
Inoltre, Anne Fausto-Sterling, per dare una collocazione di genere ai fenomeni intersessuali, ha proposto non di considerarli eccezioni ma categorie vere e proprie, per cui ha enumerato cinque presunti generi sessuali. In aggiunta, Marta Llama ha sostenuto che gli pseudo-generi possono essere molti di più.
Infine, Kate Bornstein ha teorizzato la fluidità di genere senza alcun limite. Il risultato è la diffusa credenza, quasi religiosa e per nulla scientifica, in nove generi: eterosessuale, omosessuale maschile, omosessuale femminile, bisessuale, transessuale (trasversale al sesso), transgender (trasversale al ruolo di genere), queer (mutevole), questioning (che si interroga su se stesso), intersessuale (con caratteri sessuali non esclusivamente maschili o femminili).
Ma l’ermafroditismo e gli stati intersessuali sono rari e non categorizzanti, di matrice morfologica e non genetica. Molte costruzioni di Llama e Fausto Sterling sono immaginarie. La fluidità di genere è inoltre smentita dal paradigma dell’evoluzione e si basa sull’identificazione tra identità sessuale e orientamento sessuale, che invece sono diversi in quanto l’uno è genetico e l’altro no, essendo variabile da soggetto a soggetto.
Il risultato è che la teoria dei nove generi è assente dalla letteratura medica di prestigio (tipo PubMed, del National Healt Institute degli USA). In quanto alle sofisticate teorie di Foucault, esse denaturalizzarono e politicizzarono la sessualità, estendono all’infinito il dibattito politico sulla questione, desessualizzarono il piacere e scardinarono il ruolo sessuale fisso.
La faccenda divenne incandescente e di scottante attualità mediante la sua politicizzazione. Le gender theories furono infatti ben accolte dagli attivisti gay.
Progressivamente diventarono il riferimento dell’azione politica negli organismi internazionali che non sono eletti dal popolo e sono quindi condizionabili dai gruppi di potere e capaci a condizionare a loro volta l’opinione pubblica, vere casematte, dunque, del potere da conquistare gramscianamente. La politicizzazione avvenne per tappe.
Nel 1969 il Gay Liberation Front negli USA affermò di voler fare la rivoluzione culturale per una completa liberazione sessuale degli omosessuali e di altre categorie umane basate su specifiche attrazioni erotiche.
Il progetto corrispose, con una coincidenza inquietante e illuminante, ad un altro elaborato nello stesso anno dall’International Planned Parenthood Federation, per il Population Council e per l’OMS, per ridurre la fertilità umana mediante lo scoraggiamento delle nozze, la denigrazione della famiglia e l’aumento percentuale dell’omosessualità. Il tutto per non dilapidare risorse alimentari e contenere la demografia.
Nel 1973, in seguito a referendum interno, l’American Psychiatric Association decise di cancellare l’omosessualità dal Diagnostic and Statistical Manual, ossia dalla Bibbia dei disordini mentali. Era stata declassata già nel 1968 (da sociopatia a disturbo della personalità) e nel 1987 fu eliminata dai disturbi anche nella sua forma non voluta o egodistonica.
Molti psichiatri presenti alla riunione del 1987 dichiararono che essa svolse i suoi lavori in modo irregolare e sotto minaccia (per esempio Bayer, Socarides, Dannemeyer, studiosi di grande prestigio).
Da questo momento in poi non fu più possibile fare terapia agli omosessuali che non volevano essere più tali, ma non si nega all’eterosessuale di passare all’omosessualità, anzi di solito lo si accompagna con plausi quasi fosse una scelta di progresso.
Le interpretazioni psicanalitiche classiche dell’omosessualità (Freud, Adler, Stekel, Arndt, Hatterer, Aardweg, Mchugh, Socarides) sono oggi ufficialmente ignorate, sebbene non siano state falsificate e smentite.
Nel 1989 Marshall Kirk e Hunter Madsen, in After the Ball. America will conquer it fear and hatred of Gays in the 90’s, pubblicato a New York per la Penguin, delinearono una strategia di successo perché A) la gente accettassero la cultura gay B) le unioni gay fossero un diritto C) l’opposizione fosse zittita D) i movimenti gay conquistassero il potere.
I mezzi indicati furono: I- Desensitize, ossia desensibilizzare, parlando continuamente di omosessualità fino all’assuefazione; II- Jam, ossia mettere a tacere i dissenzienti presentando sempre i gay come vittime e mai come violenti; III- Convert, ossia rendere la gente favorevole ai gay e ostile ai dissidenti; IV – usare immagini che distraggano o convertano emotivamente “il bigotto”, evitando il piano razionale.
Lo scopo era la normalizzazione dell’omosessualità mediante le nozze, intese come obiettivo simbolico che preluda alla distruzione della famiglia. Non si può non rilevare come questi obiettivi oggi siano in parte raggiunti e che i mezzi siano usati massicciamente.
Nel 1995 la Conferenza sulla Donna di Pechino invitò gli Stati a diffondere l’agenda di genere in ogni programma politico e in ogni istituzione pubblica e privata. Per tale prospettiva si dovrebbe distinguere il naturale dal sociale nel campo del sesso e rinegoziarne i confini.
Dale O’Leary denunziò coraggiosamente le conseguenze: imposizione a tutti i popoli di questa prospettiva senza dibattito; avversione alle parole padre madre marito moglie, alla famiglia e al matrimonio; silenzio sulle donne madri.
Il summenzionato progetto di Foucault, che per coerenza non aderì a nessuna battaglia identitaria, compresa quella gay, fu trasformato in programma politico nel Manifesto per l’uguaglianza dei diritti, la magna charta dell’omosessualismo – ossia dell’omosessualità così ideologizzata e politicizzata – redatta da Didier Eribon e Daniel Borrillo (2004) e firmata, tra gli altri, da Jacques Derrida. Esso affermò che violenza fisica e opposizione politica alle unioni civili sono la stessa cosa, che l’omosessualismo è un approdo inevitabile della democrazia e che le prerogative della famiglia vanno estese alla coppia omosessuale (cfr. Le marriage gay. Les enjeux d’une revendication, di Thibaud Collin, 2005).
LA Risoluzione UE del 18.1.06., per combattere la discriminazione degli omosessuali introdusse il termine omofobia, criminalizzando le opinioni, acquisendo la nozione di identità di genere e il riconoscimento delle famiglie omosessuali, invitando a censurare i discorsi “di odio” (definizione generica e orwelliana) e a condurre campagne educative e mediatiche, nonché a percorrere, come deterrenti per i dissidenti, le vie amministrativa, legislativa e giudiziaria.
Con l’Enunciazione dei Principi di Jogjakarta in Indonesia nel 2007, ventisette pseudo-saggi dettarono norme giuridiche obbligatorie internazionali: per combattere la discriminazione, l’identità proteiforme di genere fu affermata come diritto umano, assieme alla famiglia gay e alla procreazione assistita per gli omosessuali.
I Principi adottarono esplicitamente la definizione di sesso, identità di genere e orientamento sessuale imposti dalle gender theories.
Con gli Standard per l’educazione sessuale dell’OMS in Europa del 2010, diciannove esperti molto politicamente corretti riunitisi a Colonia stabilirono alcune discutibili equiparazioni per una sessualità responsabile e sana.
A tale concetto furono infatti collegati surrettiziamente l’approccio olistico al sesso, l’uguaglianza di genere e l’autodeterminazione; vi si escluse l’identità corporea; accanto all’omosessualità venne accettato qualunque orientamento sessuale, la masturbazione infantile precoce e la stimolazione erotica dagli 0 ai 4 anni e l’informativa su contraccezione e aborto fin da 6 anni.
Di tutte queste pratiche, comprese quelle masturbatorie, è stato dato mandato all’insegnante di istruire e supervisionare gli studenti. Il testo di fatto aprì alla pedofilia, perché se il bambino manifestasse oggi interesse per l’adulto che lo educa secondo tali parametri, questi non potrebbe trovarci più nulla di male.
La Raccomandazione del Comitato dei Ministri del Consiglio di Europa, CM/Rec (2010)5, combatté surrettiziamente la discriminazione di genere e di orientamento sessuale, proponendo l’omomatrimonio, la reversibilità pensionistica tra omosessuali, ma anche l’adozione e la fivet.
Dichiarò senza giustificazione che nessuna differenza di trattamento può essere accettata tra eterosessuali e altri esponenti di presunti generi ed equiparò ad essa qualsiasi censura morale, religiosa e culturale nei confronti degli omosessuali, considerata discorso di odio da reprimere mediante una apposita legislazione. I diritti umani furono applicati dunque non alla persona ma all’orientamento sessuale.
In Italia le Strategie nazionali per la prevenzione e il contrasto delle discriminazioni basate sull’orientamento sessuale e sull’identità di genere (2014) del Dipartimento delle Pari Opportunità, sulla scia della Raccomandazione di cui sopra, previdero, tra le altre cose: l’empowerment degli LGBT nelle scuole, la creazione di network LGBT nelle aziende, la nascita di un dirigente mentore degli LGBT in ognuna di esse, benefit specifici per le aziende che realizzano tali programmi e per gli LGBT.
Asserì che il bullismo contro gli omosessuali viene da qualunque cultura che rigetti l’omosessualità moralmente, definita spregiativamente eterosessista e omofoba, e di cui si chiese l’estirpazione educativa. Adottò la classificazione per generi e non per sessi. Il documento è stato redatto con la consulenza di soli esperti del mondo degli LGBT militanti. Né mai discusso in Parlamento.
Il Position Statement dell’UNICEF, nel novembre 2014, per tutelare i bambini figli di omosessuali, parlò surrettiziamente di bambini con orientamenti sessuali da tutelare (cosa biologicamente impossibile) e riconobbe come dato acquisito l’identità di genere, rigettando quella sessuale, basata sul sesso gonadico.
Il risultato di questa politicizzazione è stato senz’altro la depenalizzazione dell’omosessualità ma anche una impostazione scorretta del tema del disagio sociale degli omosessuali. Attribuendolo solo all’ambiente ostile, ha dimenticato l’indagine su fattori personali.
In realtà, diversi sondaggi sui disturbi psichiatrici (Sanford 2001), sui suicidi (Mathy 2009; Frisch-Simonsen 2013) e su altri problemi comparati tra omosessuali ed eterosessuali, che dovevano essere risolti negli ambienti gay friendly come i Paesi Scandinavi, hanno mostrato che essi non solo esistono ma che vedono drammaticamente gli omosessuali loro protagonisti assoluti. La dimensione umana del problema è stata completamente dimenticata.
Vennero poi alla luce le aporie del sistema:
1. Le gender theories vengono usate per distruggere ogni identità sessuale ma si dice che l’omosessualità è una condizione stabile, normale e naturale.
2. Il disagio del singolo, che pure esiste, viene negato, perché egli deve per forza essere felice in questa nuova immagine ideale dell’omosessualità.
3. L’omosessuale che non si riconosce in questa identità non identitaria è considerato un dissidente politico ed emarginato.
4. Le problematiche non politiche dell’omosessualità sono passate sotto silenzio.
5. Il dibattito sull’argomento avviene sotto la minaccia della legge, quando questa sposa la visione politicizzata del problema. Avviene peraltro a porte chiuse tra burocrati ed esperti legati a una visione specifica del problema, quella appunto ideologica segnata dalle gender theories e dall’omosessualismo militante.
6. Tale visione è incompatibile con i principi della democrazia liberale e dell’epistemologia popperiana e post-popperiana, perché affonda le sue radici nel marxismo.
La politicizzazione dunque avvelena oggi tutta la questione. Problemi chiave del mondo gay, come la maggiore instabilità affettiva (McWhirter e Mattison, ricercatori gay, 1984; Xiridou, Amsterdam 2003), la maggiore incidenza di disordini mentali (Welch 2000, Sandfort 2001), delle malattie veneree (Frisch e Simonsen cit.), del suicidio e della violenza (Cameron 1996), della promiscuità e dei rapporti con minori in genere (Gandolfini 2014), sono completamente rimossi dalla coscienza collettiva, con grave danno per quegli stessi omosessuali che vogliono avere aiuto.
Alla luce di ciò, possiamo trattare il problema della recezione di questi discutibili principi nell’educazione, a cominciare da quella impartita negli Stati dell’UE.
In essa l’educazione resta competenza nazionale, ma forti raccomandazioni europee spingono per il gender mainstreaming: superamento degli stereotipi, prevenzione della violenza di genere (Convenzione di Istanbul) e inclusione di orientamento sessuale e identità di genere (SOGI).
Mentre alcuni Paesi dell’Est hanno introdotto divieti, nazioni come Svezia, Paesi Bassi e Spagna hanno adottato approcci più avanzati.
Un esempio paradigmatico è Skolae (SKOLAE – Berdin Bidean – Creciendo en Igualdad) nella Navarra spagnola. Lanciato nel 2017-2018 e reso obbligatorio in 305 centri educativi (dall’infanzia 0-3 anni alla formazione professionale), con oltre 12.200 docenti formati, Skolae è la traduzione concreta del Piano regionale di Coeducazione, con l’obiettivo di sviluppare negli alunni una “competenza globale per vivere in uguaglianza”, libera da condizionamenti di genere.
Il programma è trasversale e si articola in quattro assi, tra cui l’educazione affettivo-sessuale integrale con “pedagogia del piacere”, diversità di identità di genere (inclusi non binari e transessuali) e prevenzione della cosiddetta LGTBI-fobia.
I contenuti partono già dalla prima infanzia. Skolae applica esplicitamente la visione del genere come costrutto sociale da decostruire e ha ricevuto il Premio UNESCO nel 2019. Tuttavia, è stato ripetutamente contestato e annullato dal Tribunale Superiore di Giustizia di Navarra (fino alla sentenza del 29 aprile 2025, confermata dal Tribunale Supremo) per violazione dei diritti genitoriali, sulla base dell’art. 27 della Costituzione spagnola.
In genere l’applicazione scolastica delle teorie di genere ha generato numerose criticità scientifiche, pedagogiche e etiche, osservate non solo in Europa ma anche in altri Paesi anglofoni.
In primo luogo, l’introduzione precoce di concetti di fluidità di genere e piacere sessuale rischia di creare confusione identitaria in bambini che non possiedono ancora la maturità cognitiva necessaria.
La Cass Review (Regno Unito, 2024) ha evidenziato evidenze deboli sull’affermazione immediata dell’identità di genere, alti tassi di comorbilità psichiatriche (autismo, traumi, disturbi mentali) e il rischio di “social contagion”, soprattutto tra adolescenti femmine, con un aumento esplosivo di referral (fino al 5.000% in alcuni periodi alla Clinica Tavistock).
Esempi concreti di pratiche problematiche includono:
– In Svezia, l’asilo Egalia, dove ai bambini vengono assegnati nomi neutri e si evita deliberatamente ogni distinzione maschile/femminile, in attesa che “scegliano” il proprio genere da adulti.
– Nel Regno Unito, l’uso di inibitori della pubertà alla Clinica Tavistock su preadolescenti con identità incerta (spesso con comorbilità), pratica poi fortemente ridimensionata dopo la Cass Review; inoltre, casi di social transition nelle scuole senza consenso genitoriale, con insegnanti che cambiavano nome e pronomi agli alunni “dietro le spalle” dei genitori.
– In Germania, sanzioni penali contro genitori (come il caso della famiglia Martens) per aver rifiutato corsi di educazione sessuale basati sull’identità di genere nelle elementari.
Fenomeni analoghi si sono verificati con intensità ancora maggiore in USA, Canada e Australia:
– Negli Stati Uniti, diversi Stati (tra cui California e New York) hanno adottato politiche che obbligano gli insegnanti a usare pronomi scelti dagli alunni e a supportare la social transition senza informare i genitori; in alcuni distretti scolastici si è arrivati a minacciare l’intervento dei servizi sociali contro famiglie che si opponevano. L’esplosione di identificazioni trans tra adolescenti (soprattutto femmine) ha portato a un aumento di interventi medici precoci, tra cui mastectomie su minori di 13-16 anni in alcune cliniche.
– In Canada, province come l’Alberta, il New Brunswick e la Saskatchewan hanno dovuto introdurre norme per richiedere il consenso genitoriale esplicito per cambiamenti di nome/pronomi a scuola, proprio per contrastare pratiche di “affermazione” segreta che escludevano le famiglie. Politiche di “inclusione di genere” hanno generato accuse di emarginazione di studenti e insegnanti che esprimevano riserve basate sulla biologia.
– In Australia, programmi come Safe Schools (poi parzialmente defunded per le polemiche) hanno introdotto concetti di “gender fluidity” fin dalla primaria, scatenando un forte backlash pubblico e accuse di indottrinamento e di ignorare il ruolo dei genitori.
Queste pratiche sollevano preoccupazioni per il possibile indottrinamento ideologico, la sessualizzazione precoce, il fenomeno del contagio sociale e la limitazione della libertà genitoriale. Presentare il genere come spettro fluido come “fatto scientifico” ignora il dimorfismo sessuale biologico e le evidenze di neuroscienze ed evoluzionismo.
Le principali confessioni cristiane hanno espresso forte contrarietà all’introduzione delle teorie di genere nei programmi scolastici, considerandole incompatibili con la visione antropologica biblica e con lo sviluppo sano dei minori.
Il documento più organico e autorevole è “Maschio e femmina li creò. Per una via di dialogo sulla questione del gender nell’educazione”, del 10 giugno 2019, pubblicato dalla Congregazione per l’Educazione Cattolica per ordine di Papa Francesco. Il testo distingue tra eventuali studi scientifici sul genere e l’ideologia di genere, che viene criticata perché «nega la differenza e la reciprocità naturale di uomo e donna» e prospetta «una società senza differenze sessuali». Il documento sottolinea che uno Stato democratico non può imporre un pensiero unico su una materia così delicata e ribadisce il diritto prioritario dei genitori all’educazione dei figli. Esorta le scuole cattoliche a promuovere un’educazione rispettosa della differenza sessuale naturale, senza cedere a forme di indottrinamento ideologico. Papa Francesco ha più volte definito le teorie di genere come una delle forme di “colonizzazione ideologica” più pericolose del nostro tempo, denunciando il rischio che nelle scuole si insegni ai bambini che possono scegliere il proprio genere, contrapponendosi al disegno creaturale («Dio li creò maschio e femmina», Gen 1,27). La Conferenza Episcopale di Inghilterra e Galles ha accolto positivamente il documento vaticano del 2019, integrandolo con proprie linee guida per le scuole cattoliche.
Molte Chiese protestanti evangeliche e pentecostali (soprattutto negli USA, Regno Unito e Australia) hanno emesso dichiarazioni forti contro l’insegnamento della fluidità di genere, definendolo incompatibile con la dottrina biblica della creazione e pericoloso per l’identità dei minori.
La Chiesa Ortodossa (in particolare le Chiese greca e russa) ha espresso posizioni analoghe, criticando l’ideologia di genere come prodotto di un relativismo occidentale che nega l’ordine naturale voluto da Dio. In Italia, varie diocesi e associazioni di ispirazione cattolica (come l’Associazione Italiana Maestri Cattolici) hanno richiamato il documento vaticano del 2019 per opporsi a progetti scolastici ritenuti ispirati alla teoria gender.
Queste prese di posizione religiose convergono su tre punti principali: il sesso biologico è parte integrante dell’identità personale voluta da Dio; l’introduzione precoce della fluidità di genere nelle scuole costituisce un’indebita interferenza nell’educazione morale e antropologica dei minori; il ruolo primario spetta alla famiglia, non allo Stato o alle agenzie educative esterne. Posizioni analoghe sono presenti tra gli Ebrei ortodossi, i Musulmani e i Buddhisti.
E ora veniamo più dettagliatamente al nostro paese. In Italia, tra il 2011 (Protocollo MIUR-DPO) e il 2015 (Legge 107/2015 “Buona Scuola”), si è assistito a una diffusione frammentaria di progetti sulla parità di genere e prevenzione della violenza, spesso attraverso associazioni esterne.
Abbiamo quindi avuto anche da noi pratiche problematiche, iniziative come il Gioco del Rispetto (maschi invitati a vestirsi da femmine senza reciprocità), manuali UNAR ispirati alle teorie di Money e diffusione di materiali scabrosi o prematuri, incluse bambole sessuate e sex box per bambini e ragazzi in linea con gli Standard OMS 2010.
Dal 2024-2025 il ministro Giuseppe Valditara ha impresso una netta inversione di rotta, prevedendo
– il rafforzamento dell’educazione biologica (differenze sessuali maschio/femmina, riproduzione) e all’educazione al rispetto nelle Indicazioni nazionali;
– l’esclusione di contenuti su identità di genere fluida o non binaria dal curricolo obbligatorio, soprattutto nella scuola dell’infanzia e primaria;
– l’obbligo di consenso informato scritto dei genitori per qualsiasi attività extracurricolare su questi temi, con affidamento esclusivo a professionisti qualificati (psicologi, medici, docenti universitari) e non ad associazioni ritenute ideologizzate.
L’obiettivo dichiarato è evitare confusione nei bambini più piccoli e tutelare il primato genitoriale sancito dall’art. 30 della Costituzione.
Le teorie di genere, nate da presupposti scientificamente fragili e politicizzate a livello internazionale, hanno portato nelle scuole di Europa, USA, Canada, UK e Australia a programmi ambiziosi ma controversi come Skolae e alle “male practices” sopra descritte.
Tali approcci rischiano di anteporre un’ideologia decostruttivista allo sviluppo naturale del bambino, fondato sul dimorfismo sessuale, favorendo confusione identitaria, sessualizzazione precoce, fenomeni di contagio sociale e violazione dei diritti educativi della famiglia.
L’Italia, con le misure adottate dal ministro Valditara nel 2025, ha scelto un percorso più cauto, evidence-based e rispettoso della biologia e del ruolo genitoriale, in linea con un approccio che tutela il pluralismo educativo e i diritti fondamentali della famiglia.
Alla luce di quanto detto, ognuno può valutare se il Ministro abbia fatto bene o meno. Secondo me sì.






