Il nucleare serve all’Iran per supportare la sua ideologia e l’arricchimento delle élite al potere
L’Iran oggi è in una situazione economica e sociale disastrosa.
Era già in grave difficoltà da anni: inflazione fuori controllo, valuta svalutata, disoccupazione diffusa, corruzione sistemica, isolamento internazionale. E questo nonostante risorse immense – petrolio e gas – e una popolazione in larga parte istruita e competente, soprattutto nelle aree urbane.
La guerra ha aggravato tutto: infrastrutture colpite, settori produttivi paralizzati, milioni di persone ancora più vulnerabili. Una crisi profonda è diventata una catastrofe.
Ma il regime è ancora lì. Non è stato abbattuto. Sono cambiati i volti, sono stati colpiti i vertici, ma la struttura di potere resta. Ed è qui che i negoziati in corso pongono la vera questione.
Non tanto se il regime sia razionale o irrazionale. La domanda è se resti prigioniero di quella razionalità fondata su presupposti distorti – sopravvivenza e arricchimento dell’élite, potere dei Pasdaran, costruzione del nemico esterno, corsa al nucleare – oppure se questa guerra abbia finalmente imposto una svolta pragmatica.
In altre parole: il regime ha capito che perseverare su questa strada mette ormai in dubbio la sua stessa sopravvivenza? Perché in condizioni economiche così compromesse, nemmeno un apparato repressivo spietato può reggere all’infinito. Quando la crisi diventa sistemica, controllare la popolazione diventa sempre più difficile, anche se al vertice continuano ad accumularsi ricchezze.
Se, invece, prevarrà ancora la logica del sacrificare il Paese agli interessi di una ristretta élite, usando ideologia, propaganda e il nemico esterno per giustificare tutto, allora il risultato sarà quello già visto: un Iran sempre più impoverito e un regime che, per la prima volta, rischia davvero di trascinare con sé anche la propria sopravvivenza.
Se emergerà un’ala pragmatica, l’Iran negozierà davvero. Consentirà la riapertura dello Stretto di Hormuz, rinuncerà ai missili a lunga gittata, accetterà controlli stringenti e soprattutto abbandonerà in modo verificabile il programma nucleare militare. In cambio, gli Stati Uniti e la comunità internazionale potranno revocare le sanzioni, sbloccare i fondi congelati e reintegrare l’Iran nell’economia globale.
Perché la verità è semplice: l’Iran non ha alcun bisogno del nucleare militare. Non serve alla sua economia, non serve al benessere della popolazione, non serve a uno sviluppo normale del Paese. Serve a sostenere una postura ideologica e aggressiva che ha portato l’Iran esattamente dove si trova oggi: isolato, impoverito, devastato.
E, soprattutto, se l’Iran smette di minacciare Israele e di finanziare proxy armati nella regione, nessuno ha interesse a bombardarlo.
Se, invece, dopo guerra, distruzione e collasso economico, il regime rifiuta ancora questo passo, allora la conclusione diventa inevitabile: non gli si può permettere di arrivare alla soglia nucleare.
La proliferazione non è un diritto astratto. È una questione di rischio concreto. E, nel caso del regime iraniano, il rischio è troppo alto.
Per questo l’esito dei negoziati è molto più di un passaggio diplomatico. È un test sulle vere intenzioni del regime. Se accetta un accordo serio e verificabile, si può tornare a una logica classica: fidarsi, ma verificare. Se invece rifiuta, allora diventa chiaro che il conflitto non nasce da un malinteso risolvibile, ma da una scelta politica e strategica del regime stesso.
E qui entra in gioco l’altro elemento: Donald Trump.
Tutto questo si sta svolgendo sotto una leadership americana che è quasi destabilizzante quanto il problema che dovrebbe gestire. Un presidente che oscilla tra minacce apocalittiche e aperture improvvisate, che parla di “fare soldi” sullo Stretto di Hormuz e tratta equilibri geopolitici complessi come una trattativa.
Non è solo una questione di stile. È sostanza. È la demolizione progressiva di quel sistema costruito dagli Stati Uniti dopo la Seconda guerra mondiale: regole condivise, alleanze solide, libertà di navigazione, istituzioni internazionali. Un sistema pieno di incoerenze, certo, ma che ha comunque garantito decenni di relativa stabilità.
Trump lo sta smontando pezzo per pezzo, sostituendolo con una visione puramente transazionale, di breve periodo, in cui tutto è negoziabile e nulla è davvero stabile.
Ed è questo che rende tutto ancora più pericoloso. Perché se da una parte c’è un regime ideologico incapace di capire che, facendo sprofondare il Paese, rischia di sprofondare esso stesso, e dall’altra c’è una leadership americana imprevedibile e impulsiva, il margine per l’errore cresce enormemente.
Per questo queste settimane possono essere decisive. Non tanto per capire chi vinca la guerra, ma per capire se esista ancora uno spazio per una soluzione razionale.
Se il regime iraniano cambierà rotta, questo capitolo potrà forse chiudersi. Se non lo farà, il conflitto non sarà finito: sarà solo sospeso. E la prospettiva di una lunga instabilità tra un regime teocratico-militarista e un presidente americano in difficoltà a gestire crisi di questa portata resta, ovviamente, molto preoccupante.


Mark L. Pisoni, traduttore e interprete professionista con una lunga esperienza nei rapporti tra istituzioni europee e nordamericane. Ha collaborato con amministrazioni pubbliche e istituzioni diplomatiche negli Stati Uniti, in Canada e in Europa.


