La differenza tra potenza e strategia
C’è un filo molto chiaro che lega le minacce di oggi di Donald Trump all’Iran a un episodio preciso della storia americana: la crisi dei diplomatici statunitensi presi in ostaggio in seguito all’assalto all’ambasciata USA a Teheran del 1979.
Non è solo memoria storica, è una lente psicologica.
Trump ha raccontato – in interviste registrate all’epoca – di aver vissuto quella vicenda come un’umiliazione nazionale. Non tanto per ciò che fece l’Iran, quanto per ciò che, nella sua visione, gli Stati Uniti non fecero: reagire con sufficiente forza.
Da lì nasce una convinzione profonda, condivisa oggi da una parte significativa del mondo MAGA: l’idea che, dalla guerra del Vietnam in poi, gli Stati Uniti abbiano sempre combattuto con “una mano legata dietro la schiena”.
Non per limiti militari, ma per vincoli autoimposti – diritto internazionale, alleanze, ONU, burocrati del deep state, opinione pubblica – percepiti non come segni di civiltà, ma come debolezze. In questa narrativa, il problema non è mai stata la capacità militare statunitense, ma la mancanza di volontà di usarla fino in fondo.
Le dichiarazioni di Trump di questi giorni – la minaccia di “riportare l’Itan all’età della pietra”, di “cancellare un’intera civiltà” e di distruggere infrastrutture critiche se l’Iran non riapre completamente lo Stretto di Hormuz – vanno lette dentro questo schema. Non sono solo provocazioni. Sono l’applicazione coerente di una visione: se hai la forza, la usi. Senza esitazioni. Senza gradualismi. Senza mediazioni percepite come inutili.
E, infatti, sul terreno, si vede questa escalation. Oltre 90 attacchi americani in 24 ore sull’isola di Kharg, il principale hub di esportazione petrolifera iraniano. Attacchi definiti “restrikes”, cioè colpi ripetuti sugli stessi obiettivi per massimizzare il danno.
Parallelamente, Israele ha colpito ponti e infrastrutture ferroviarie. Il messaggio è chiaro: non più solo obiettivi militari, ma pressione diretta sulla capacità del sistema – Paese di funzionare.
Tuttavia, colpire infrastrutture civili non solo può configurare un crimine di guerra secondo il diritto internazionale ma, soprattutto, potrebbe non funzionare nemmeno sul piano strategico.
Il regime iraniano, infatti, non si regge sulla prosperità della popolazione. Si regge su un sistema parallelo, dominato dalle Guardie della Rivoluzione (Pasdaran), che controllano una vasta rete economica autonoma: petrolio, industria, commercio – incluso quello illegale.
Anche in piena guerra, questo sistema continua a generare risorse. Anzi, in alcuni casi le aumenta: la valuta iraniana, il rial, crolla, ma i ricavi petroliferi denominati in dollari crescono; le sanzioni isolano il paese, ma rafforzano i monopoli interni; la guerra distrugge l’economia civile, ma non quella del regime.
Questo spiega un paradosso fondamentale: colpire ponti, centrali elettriche o infrastrutture civili può devastare la vita quotidiana degli iraniani senza indebolire in modo decisivo chi detiene il potere. È un modello già visto altrove.
Come Hamas a Gaza ha utilizzato le risorse destinate al popolo palestinese per costruire tunnel e capacità militari, così il regime iraniano ha storicamente privilegiato la proiezione strategica rispetto al benessere interno.
E qui entra il punto forse più importante, e anche il più scomodo: al netto di ogni discussione, non si poteva consentire all’Iran di arrivare all’arma nucleare. Su questo, al di là delle posizioni ideologiche, esiste un consenso molto ampio tra analisti e governi occidentali.
Un Iran nucleare avrebbe innescato una corsa agli armamenti nella regione, con effetti pericolosissimi e potenzialmente devastanti ben oltre il Medio Oriente.
L’accordo sul nucleare negoziato durante l’amministrazione di Barack Obama aveva imposto limiti stringenti e verificabili al programma iraniano. L’uscita unilaterale degli Stati Uniti da quell’accordo, decisa proprio da Trump nel suo primo mandato, ha riaperto uno spazio che nel tempo si è ampliato e ha portato fino alla situazione attuale.
La crisi che oggi viene affrontata con strumenti militari è, almeno in parte, il risultato di una scelta politica precedente di Trump stesso. Tuttavia, una volta arrivati a questo punto – con un programma nucleare avanzato e negoziati ormai interrotti – le alternative si sono drasticamente ridotte.
Si può discutere se l’intervento militare sia la soluzione migliore. Ma è difficile sostenere che, nelle condizioni attuali, esistessero altre opzioni realistiche. In altre parole: si poteva probabilmente evitare di arrivare qui. Ma arrivati qui, tornare indietro senza usare la forza è diventato estremamente difficile.
In questo contesto, Israele vede una finestra storica. Dopo aver fortemente indebolito Hamas a Gaza, Hezbollah in Libano e – con il crollo del regime di Assad – l’asse iraniano in Siria, il criminale regime di Teheran, estremamente odiato da buona parte del popolo iraniano, appare più vulnerabile che in passato.
L’idea di infliggere un colpo decisivo, o comunque strutturale, a questo sanguinario e terribile regime che, dal 1979, opprime il suo popolo e minaccia di cancellare dalla mappa Israele è stata, giustamente, vista come un’opportunità storica probabilmente irripetibile.
Ma proprio questa convergenza tra la visione “muscolare” di Trump e l’opportunità strategica percepita da Israele crea il rischio maggiore: l’illusione che la forza, da sola, possa risolvere un sistema estremamente complesso.
Perché è vero che gli Stati Uniti hanno una superiorità militare schiacciante. Ed è altrettanto vero che il regime iraniano, oggi, è indebolito economicamente e militarmente.
Ma il Medio Oriente non è un sistema lineare. Non è un contesto in cui più forza equivale automaticamente a più stabilità.
La vera domanda, quindi, non è se gli Stati Uniti possano infliggere danni enormi all’Iran. Questo è fuori discussione. La domanda è se questa strategia porterà davvero a un ordine più stabile – o se, invece, rischia di aprire una fase ancora più imprevedibile.
Ed è qui che emerge il punto centrale:. Perché la storia lo dimostra con grande chiarezza: la forza può essere necessaria. Ma, da sola, non è sufficiente.


Mark L. Pisoni, traduttore e interprete professionista con una lunga esperienza nei rapporti tra istituzioni europee e nordamericane. Ha collaborato con amministrazioni pubbliche e istituzioni diplomatiche negli Stati Uniti, in Canada e in Europa.


