Le condizioni USA e quella di Teheran per un dialogo sono del tutto incompatibili
Per quanto riguarda la possibile fine del conflitto tra Israele, USA e Iran, l’unica certezza, allo stato attuale, è che gli iraniani sono bugiardi.
Durante le trattative, gli iraniani avevano affermato di non avere missili con gittata oltre i due mila chilometri. Sabato Teheran ha lanciato per la prima volta missili a lungo raggio, ampliando il rischio di attacchi oltre il Medio Oriente, mentre un attacco iraniano ha colpito vicino al reattore nucleare segreto israeliano a circa 13 km a sud-est della città di Dimona.
Secondo quanto ha dichiarato il capo di stato maggiore israeliano Eyal Zamir, l’Iran ha lanciato due missili balistici con una gittata di 4.000 km contro la base militare anglo-americana nell’Oceano Indiano di Diego Garcia. La conseguenza è che gli iraniani hanno mentito.
Resisi conto che il lancio aveva prodotto un effetto boomerang mediatico, un alto funzionario iraniano, consultato da Al Jazeera, ha negato la responsabilità di Teheran nell’attacco missilistico alla base militare britannico-statunitense nell’arcipelago delle Chagos, nell’Oceano Indiano.
L’operazione aveva suscitato molta attenzione in quanto la base, utilizzata dagli Usa per gli attacchi alla Repubblica Islamica, si trova a 4 mila chilometri dall’Iran, il doppio della gittata massima che, secondo il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi, avrebbe l’arsenale balistico di Teheran.
Doppiezza evidente, che rende del tutto aleatorie le possibilità di una nuova trattativa.
L’Iran, secondo quanto riferisce l’agenzia Tasnim, emanazione dei Pasdaran, ha posto sei condizioni per porre fine alla guerra con gli Stati Uniti e Israele: la garanzia che il conflitto non si ripeta; la chiusura delle basi militari statunitensi nella regione; il pagamento di un risarcimento all’Iran; la fine della guerra contro tutti i gruppi regionali affiliati all’Iran; l’attuazione di un nuovo regime giuridico per lo Stretto di Hormuz e il perseguimento penale e l’estradizione degli operatori dei media anti-iraniani.
Axios, dal canto suo, riferisce che Trump sta creando una squadra per negoziare con l’Iran, ponendo le sue condizioni in risposta alle sei di Teheran: dismissione degli impianti nucleari di Natanz, Isfahan e Fordow; rigorosi protocolli di controllo esterno riguardanti la produzione e l’utilizzo di centrifughe e macchinari correlati; trattati sul controllo degli armamenti con i Paesi della regione, che prevedano un tetto massimo di missili non superiore a 1.000 unità; nessun finanziamento a gruppi affiliati quali Hezbollah in Libano, gli Houthi in Yemen o Hamas a Gaza.
Basta leggere le due condizioni per capire che nessun dialogo è possibile e l’impossibilità nasce anche dal fatto che le condizioni iraniane sono poste dai Pasdaran.
Negli ultimi giorni non c’è stato alcun contatto diretto tra Stati Uniti e Iran, sebbene Egitto, Qatar e Regno Unito abbiano fatto da tramite tra le due parti, secondo quanto riferito da un funzionario statunitense e da altre due fonti a conoscenza dei fatti. Egitto e Qatar hanno informato Stati Uniti e Israele che l’Iran è interessato a negoziare, ma a condizioni molto rigide.
Mentre si spendono notizie, forse solo speranze, di dialogo, tra Iran e Usa volano parole grosse.
Donald Trump e l’Iran hanno minacciato di intensificare la guerra attaccando infrastrutture energetiche nel Golfo, una potenziale escalation delle ostilità che potrebbe aggravare una crisi regionale e accrescere le preoccupazioni sui mercati globali.
Sabato Trump ha minacciato di “distruggere” le centrali elettriche iraniane se Teheran non avesse riaperto completamente lo Stretto di Hormuz entro 48 ore, preannunciando una significativa escalation appena un giorno dopo aver parlato di “ridurre gradualmente” la guerra, giunta ormai alla quarta settimana.
Domenica l’Iran ha dichiarato che avrebbe attaccato le infrastrutture statunitensi, compresi gli impianti energetici nel Golfo, se Trump avesse dato seguito alla sua minaccia, lanciata mentre i marines e le navi da sbarco pesanti statunitensi continuavano a dirigersi verso la regione.
Il presidente del Parlamento iraniano, Mohammad Baqer Qalibaf, ha scritto su X che le infrastrutture critiche e gli impianti energetici in Medio Oriente potrebbero essere “distrutti in modo irreversibile” qualora le centrali elettriche iraniane venissero attaccate.
Il comando militare iraniano Khatam al-Anbiya ha dichiarato domenica che, qualora gli Stati Uniti attaccassero le infrastrutture energetiche e petrolifere iraniane, l’Iran lancerebbe attacchi contro tutte le infrastrutture energetiche, informatiche e di desalinizzazione statunitensi presenti nella regione.
Mentre alcuni stati desertici del Golfo, come l’Arabia Saudita, l’Oman e gli Emirati Arabi Uniti, hanno accesso a più di un mare da cui attingere acqua per la desalinizzazione, il Qatar, il Bahrein e il Kuwait sono densamente popolati lungo la costa del Golfo e non dispongono di altre coste.
La rete elettrica della Repubblica islamica è profondamente interconnessa con il suo settore energetico. Il blocco di importanti centrali potrebbe provocare blackout, paralizzando tutto, dalle pompe e raffinerie ai terminali di esportazione e ai centri di comando militari.
Gli scontri nel Golfo si sono svolti parallelamente a un confronto su un fronte separato tra Israele e Hezbollah libanese, sostenuto dall’Iran. Domenica, l’esercito israeliano ha dichiarato che le sue truppe hanno effettuato raid in diverse postazioni del gruppo armato nel Libano meridionale.
Israele ha inoltre dichiarato di aver dato istruzioni all’esercito di accelerare la demolizione delle case libanesi nei “villaggi in prima linea” per porre fine alle minacce alle comunità israeliane e di distruggere tutti i ponti sul fiume Litani in Libano, che a suo dire venivano utilizzati per “attività terroristiche”.
Nel frattempo qualcosa si muove anche nella NATO e nel G7.
I ministri degli esteri dei Paesi del G7, infatti, hanno affermato di essere pronti ad adottare le misure necessarie per sostenere l’approvvigionamento energetico globale e ribadiscono l’importanza di salvaguardare le rotte marittime, compreso lo Stretto di Hormuz. In una dichiarazione i ministri di Canada, Francia, Germania, Italia, Giappone, Regno Unito e Stati Uniti, nonché il massimo diplomatico dell’UE hanno scritto: “Esprimiamo il nostro sostegno ai nostri partner nella regione di fronte agli attacchi ingiustificabili perpetrati dalla Repubblica islamica dell’Iran e dai suoi alleati”. “Condanniamo – hanno aggiunto – con la massima fermezza gli attacchi sconsiderati del regime contro i civili e le infrastrutture civili, comprese quelle energetiche”.
Si muove anche la Nato.
Un gruppo di 22 Paesi, in gran parte membri della Nato, sta infatti lavorando da giovedì a possibili misure per garantire la sicurezza e la riapertura dello Stretto di Hormuz.
Lo ha dichiarato ieri il segretario generale dell’Alleanza Mark Rutte in un’intervista a Fox News.”La buona notizia – ha detto – è che da giovedì un gruppo di 22 Paesi, la maggior parte della Nato, si è riunito per assicurarsi che lo Stretto di Hormuz sia libero e possa riaprire il prima possibile”. Oltre agli alleati dell’Alleanza, partecipano ai lavori anche Giappone, Corea del sud, Australia, Nuova Zelanda, Emirati arabi uniti e Bahrain. Rutte non ha però indicato una tempistica per eventuali azioni concrete. “Le operazioni militari sono ancora in corso, quindi – ha aggiunto – stiamo lavorando insieme a questi Paesi e agli Stati uniti per valutare cosa, quando e come intervenire”.
Il problema, non da poco, è che lo stretto è diviso tra le acque territoriali dell’Iran (nord) e dell’Oman (sud). Poiché è largo meno di 24 miglia nautiche (il limite per le acque territoriali), il passaggio avviene teoricamente attraverso rotte nel mare territoriale di questi stati, rendendo cruciale il diritto di passaggio in transito.
Il traffico nello Stretto di Hormuz, passaggio chiave per il 20% del greggio mondiale, è paralizzato e gli Usa, a giudicare dalle manovre in atto, si preparano ad un eventuale ‘fase’ 2 dell’operazione Epic Fury: navi anfibie e Marines, in arrivo nella regione, verrebbero impiegati per assumere il controllo dello Stretto.
Intanto, però, l’Iran continua a gestire il ‘semaforo’ nelle acque del Golfo Persico. Teheran ha autorizzato un numero limitato di petroliere e container ad attraversare lo stretto di Hormuz, otto secondo il Financial Times, nove secondo Lloyd’s List, testata specializzata nella diffusione di informazioni legate al traffico marittimo. Per poter transitare è necessario ottenere il via libera pagando due milioni di dollari, in almeno un caso. Oltre che navi iraniane, hanno percorso i 167 chilometri dello stretto cargo di Grecia, India, Pakistan. Greci, in particolare, sono il 18% dei carichi che hanno fatto il passaggio in questi ultimi giorni, ha spiegato Bridget Diakun, analista di Lloyd’s List Intelligence all’Afp.
Si tratta di cargo che nei giorni scorsi hanno percorso un corridoio inusuale intorno all’isola di Larak, dove avrebbero dovuto sottoporsi a ispezioni degli iraniani. Il prossimo via libera potrebbe arrivare per 9 petroliere cinesi ammassate al largo di Abu Dhabi. “Diversi governi, fra cui la Cina, ma anche l’India, il Pakistan, l’Iran e la Malaysia, hanno avviato contatti diretti con Teheran, con i Guardiani della rivoluzione, per coordinare il transito di navi”, ha spiegato Richard Meade, di Lloyds List all’Afp.
In totale, si stima che circa 3.200 navi siano bloccate nella zona. Dal primo al 19 marzo ci sono stati solo 116 passaggi, con un crollo del 95 per cento del traffico rispetto ai tempi di pace, secondo i dati analizzati dalla società di analisi sull’energia globale Kpler. Di questi, 71 sono stati effettuati da petroliere, più della metà delle quali cariche e dirette verso est, verso cioè verso l’uscita.
Una analisi di JP Morgan indica che la maggior parte del petrolio che transita dallo stretto è destinato all’Asia, principalmente alla Cina, che è di fatto il principale partner economico dell’Iran. Secondo i dati diffusi dal Wall Street Journal, arriva al colosso asiatico circa il 90% del greggio che ogni giorno viene esportato dalla Repubblica islamica, vale a dire 1,6 milioni di barili. Nelle casse iraniane entrano decine di miliardi di dollari l’anno.





