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Guerra all’Iran, andare fino in fondo

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Iran missili

È una conclusione scomoda, ma necessaria

Nel dibattito che divampa sul conflitto tra Iran, Stati Uniti e Israele mi hanno colpito due obiezioni, apparentemente ragionevoli, ma che a un’analisi più attenta mostrano crepe profonde.

A queste si aggiunge una terza posizione, sostenuta quasi universalmente, che invoca una fine immediata delle ostilità senza interrogarsi sulle conseguenze reali che ne deriverebbero.

La prima obiezione sostiene che non esistano prove del fatto che l’Iran stesse perseguendo un’arma nucleare. È una tesi che, a prima vista, può sembrare prudente. In realtà, è estremamente difficile da sostenere se si guardano i dati disponibili.

L’Iran è uno dei Paesi con le più grandi riserve di gas naturale e petrolio al mondo, risorse che può estrarre a costi relativamente bassi. In questo contesto, un programma nucleare civile perde ogni giustificazione economica.

Il nucleare ha senso per Paesi privi di risorse energetiche o che vogliono diversificare il mix; non per un Paese che letteralmente “galleggia” sugli idrocarburi.

A questo si aggiunge un secondo elemento decisivo: il regime di sanzioni. Da decenni l’Iran è sottoposto a restrizioni economiche pesantissime principalmente a causa del suo programma nucleare.

Se davvero l’obiettivo fosse stato esclusivamente civile, il costo economico e politico di tale programma sarebbe stato sproporzionato e del tutto illogico. Nessun governo minimamente razionale sacrificherebbe così tanto per ottenere qualcosa che può produrre in modo molto più economico con le risorse già disponibili.

Il dato più rilevante, però, resta tecnico: l’arricchimento dell’uranio fino al 60%. Per uso civile, l’uranio viene arricchito tipicamente tra il 3% e il 5%. Superare queste soglie non ha alcuna utilità per la produzione di energia elettrica. Arrivare al 60% significa collocarsi a un passo dal livello necessario per un’arma nucleare.

È un salto qualitativo, non quantitativo. Non esiste una spiegazione credibile per questo livello di arricchimento se l’uso fosse civile. È una prova chiara e difficilmente contestabile, attestata dagli organismi internazionali di monitoraggio, di una capacità orientata anche a fini militari.

La seconda obiezione è di natura più politica e morale e recita più o meno così: anche ammesso che l’Iran voglia dotarsi di un’arma nucleare, perché non dovrebbe avere lo stesso diritto di Stati Uniti o Israele?

Qui il problema è duplice: giuridico e strategico.

Sul piano giuridico, l’Iran ha firmato il Trattato di non proliferazione nucleare (a differenza di Israele). Questo comporta obblighi precisi: non sviluppare armi nucleari e sottoporsi a un regime di ispezioni. Non siamo quindi di fronte a una questione astratta di “diritto”, ma a un impegno internazionale volontariamente assunto e poi violato o aggirato.

Sul piano strategico, ignorare la natura del regime iraniano sarebbe un errore grave. L’Iran non è una democrazia liberale inserita in un sistema di alleanze stabile. È un regime che ha costruito parte della propria legittimazione interna ed esterna su una retorica di confronto radicale con Israele, arrivando più volte a negarne il diritto all’esistenza.

Israele, dal canto suo, è uno Stato di dimensioni estremamente ridotte: la sua profondità strategica è minima. In questo contesto, anche una singola arma nucleare rappresenterebbe una minaccia esistenziale.

Inoltre, la deterrenza presuppone attori statali razionali e canali di comunicazione diretti. Ma l’Iran dispone di una rete di attori non statali – come Hezbollah o Hamas – che operano secondo logiche diverse, spesso impregnate di un’ideologia del martirio.

Anche senza immaginare scenari estremi, il semplice trasferimento di capacità o materiali a questi gruppi cambierebbe radicalmente l’equilibrio strategico.

Arriviamo così al terzo punto: il desiderio, quasi universale e umanamente comprensibile, di porre fine al conflitto il prima possibile, anche per le gravi ricadute economiche sul resto del mondo.

Tuttavia, fermarsi ora, senza aver raggiunto l’obiettivo di neutralizzare la capacità nucleare iraniana, rischia di produrre una situazione più pericolosa di quella precedente al conflitto.

Dopo gli attacchi subiti – quello dell’anno scorso e quello attuale – la lezione che il regime iraniano trarrebbe sarebbe evidente: senza una deterrenza nucleare credibile, resta vulnerabile.

La conseguenza logica sarebbe un’accelerazione ancora maggiore del programma nucleare, questa volta con una determinazione rafforzata dall’esperienza diretta del conflitto.

In altre parole, una guerra interrotta a metà potrebbe, anziché prevenire, rendere più probabile lo scenario di un regime spietato come quello iraniano dotato di arma nucleare.

Anche nel caso in cui l’Iran non utilizzasse mai direttamente un’arma nucleare e non la trasferisse a gruppi come Hezbollah, gli Houthi o Hamas, l’effetto sarebbe comunque profondamente destabilizzante.

Il solo fatto di possederla cambierebbe radicalmente gli equilibri regionali: altri attori – dall’Arabia Saudita alla Turchia, fino all’Egitto – si sentirebbero inevitabilmente spinti a dotarsene a loro volta per non restare in una posizione di inferiorità strategica.

È la logica ben nota della proliferazione a cascata: quando un attore rompe il tabù, gli altri seguono.

Il risultato non sarebbe una maggiore sicurezza, ma una moltiplicazione dei centri di rischio, con sistemi di comando meno stabili, più attori coinvolti e una probabilità significativamente più alta di errore, incidente o uso improprio. Sarebbe, in altre parole, l’inizio di una deriva di una pericolosità davvero spaventosa.

L’obiettivo strategico occidentale deve essere quindi evitare a ogni costo questo esito e arrivare fino in fondo: rimuovere l’uranio arricchito, distruggere o rendere inutilizzabili le infrastrutture critiche e ristabilire un regime di ispezioni effettivo.

È una conclusione scomoda, ma ignorarla per inseguire una pace immediata rischia di compromettere irrimediabilmente la sicurezza sia regionale sia globale, aprendo la strada a una proliferazione incontrollata di ordigni nucleari nelle mani di regimi instabili e di organizzazioni non statali intrise di fanatismo religioso e di una cultura del martirio.

Autore

  • Mark Pisoni

    Mark L. Pisoni Mark L. Pisoni, traduttore e interprete professionista con una lunga esperienza nei rapporti tra istituzioni europee e nordamericane. Ha collaborato con amministrazioni pubbliche e istituzioni diplomatiche negli Stati Uniti, in Canada e in Europa.

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