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L’ENIGMA DEGLI EROI

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di Giorgio Cattaneo

A San Pietroburgo, 49 paesi africani su 54. Mancava il Niger, ad ascoltare Putin: i nigerini erano impegnati con il loro “golpe”, o meglio l’insurrezione popolare anti-occidentale gremita di bandiere russe. Il grande tema oggi sul tappeto, nel Sahel e non solo: seguitare a subire lo strozzinaggio del dollaro (pena le scorribande degli squadristi di Boko Haram) o cominciare a disporre delle proprie immense risorse, anche minerarie, valorizzando finalmente le monete e le economie nazionali. Logico che si guardi alla Russia, come possibile tutor: poteva rassegnarsi all’ennesima provocazione domestica, e invece stavolta ha scelto di rispondere colpo su colpo, accettando la rissa militare americana.

E se questa è solo una cartolina dal convulso 2023, con quella specie di “guerra dei mondi” (tutta economico-finanziaria) che passa per Mosca e Pechino, l’India, i Brics in espansione, il Sudamerica, l’Iran, gli arabi e le satrapie del Golfo, l’Europa minata dai padroni della Nato e un’America lacerata dalle offensive giudiziarie contrapposte che strapazzano sia Trump che Biden, forse sorprende il possibile risveglio che sembra tentare il continente nero, come ai tempi della drammatica pseudo-decolonizzazione postbellica, fatta di libertà condizionata e leader indipendentisti regolarmente assassinati dal democratico imperialismo dollariforme e dai suoi pallidi, pericolosi satelliti europei.

Viene in mente soprattutto l’ultimo grande martire sinceramente panafricano, Thomas Isidore Sankara, massone comunista e cristiano, capace di trasformare l’Alto Volta francese nella Terra dei Puri, l’indomito Burkina Faso che proprio ora si è scrollato di dosso un’altra volta l’eterno parassita. Di certi personaggi – si chiamino Mandela o Rabin – colpisce la capacità innanzitutto umana di smettere di fare calcoli e di gettare il cuore oltre l’ostacolo, a rischio della propria vita. Come se sapessero che il mondo, per svegliarsi, ha bisogno esattamente di quel tipo di carburante: l’esempio della fermezza e del coraggio, nella certezza che la mediocre realtà visibile – inclusa la storia – non sia che la minima parte di quanto circonda la fenomenologia dell’essere umano e la sua dimensione terrestre.

Come detto infinite volte da tanti illustri pensatori, l’eroe è quella specie di fuoriclasse di cui sarebbe meglio non avere mai bisogno, perché il suo stesso sacrificio segnala la triste persistenza di condizioni atrocemente inaccettabili. Nessuno studia da eroe, nessuno vorrebbe davvero diventarlo. L’ultimo a scommettere sul fatidico giorno nel quale si conquista l’immortalità è proprio lui, l’eroe. Non pensa quasi mai di essere nato per i libri di storia, per essere ricordato e celebrato con parole e opere, applausi, lacrime e monumenti. Nessuno, da piccolo, sogna che un giorno gli siano intitolate strade e piazze, ospedali, sedi universitarie, solo perché a qualcuno a un certo punto è venuto in mente di assoldare un killer per fargli saltare il cervello, mettendo già nel conto anche la massima solennità rituale dei funerali di Stato.

L’eroe è qualcuno che, semplicemente, a metà della vita si rende conto di essere finito in un ginepraio: la realtà che ha scoperto è infinitamente peggiore di quella che poteva anche solo lontanamente immaginare, da studente e poi da semplice esordiente. E viene quindi il momento più difficile, quello nel quale si impone una decisione. Far finta di aver capito male, come farebbero quasi tutti, o invece restare al proprio posto e accettare la sfida, candidandosi a diventare un “morto che cammina”, come Falcone e Borsellino. Si può tentare di immaginarla, la psicologia dell’eroe: le sue emozioni. Lo sconforto, nel vedere quanti amici e collaboratori preferiscono voltarsi dall’altra parte. Un’amara sorpresa dopo l’altra, il baratro di una solitudine siderale. Fa molto freddo, attorno al cuore degli eroi, quando il momento fatale si avvicina. Quelle ore devono avere un loro sapore, un loro odore.

A volte, forse, l’eroe non è pienamente consapevole della vicinanza del pericolo. Enrico Mattei non immaginava di poter esplodere in volo, insieme al suo aereo: sapeva di correre grandi rischi, ma si considerava ben protetto. Aldo Moro voleva abbandonare la politica, dopo le minacce ricevute da Kissinger. Forse non ebbe il tempo di decidere: si trovò prigioniero di rapitori dall’identità non completamente precisata. Certo, c’era la manovalanza brigatista. Ma era sorvegliata, assistita e diretta da canaglie di altro genere, di tipo governativo. E sembra improbabile che siano stati i terroristi italiani a fracassargli quattro costole, riempiendolo di botte. Che cosa volevano fargli confessare, i misteriosi torturatori? Forse i nomi del suo cerchio magico? Alti ufficiali dei carabinieri, pare: gli unici di cui si fidasse. Li avrebbe incaricati di costituire una sorta di cintura di sicurezza a protezione dell’Italia, all’insaputa degli stessi servizi segreti, troppo docili verso i colleghi della Cia. Alti ufficiali tutti stranamente morti, subito dopo Moro.

L’eroe istintivo si getta in acque turbinose per salvare qualcuno che sta annegando. È eroica persino la chioccia, che si avventa sullo sparviero piovuto nel pollaio per ghermire i pulcini. È eroico il cane, pronto a immolarsi per proteggere il padrone. È eroico chi porge l’altra guancia, chi rifiuta la violenza e la vendetta, chi domina la paura, chi sopporta in silenzio sacrifici quotidiani per una causa più grande. È eroico chi tende la mano, chi assiste gli infermi. Chi trova il coraggio che non sapeva neppure di possedere. Il coraggio di un sì o di un no, il coraggio di gettarsi al buio tra le braccia della vita. Il coraggio di tirare un calcio di rigore a tempo scaduto, con alle spalle i centomila dello stadio che trattengono il fiato. Il coraggio di un istante, al quale non si era pensato. Qualcosa che si presenta senza preavviso, e che pretende una decisione immediata. Pochi secondi: il prezzo della dignità.

Qualcuno è più rapido degli altri, di fronte a certe scelte. Lo spiegava un intellettuale atipico, Itzhak Bentov. Statunitense cosmopolita: ebreo, nato in Slovacchia. Scienziato e saggista. Inventò il catetere cardiaco, destinato a cambiare la storia della medicina. Era molto attratto dall’invisibile, “Ben” Bentov: come lo sono, oggi, i principali fisici. Diceva: le intelligenze più evolute sono quelle degli individui che capiscono al volo che questo mondo, così difettoso, non fa per noi. Di fronte a questa consapevolezza qualcuno scoppia, letteralmente: si chiama fuori. I cosiddetti pazzi: proprio loro. Menti raffinatissime, volutamente traslocatesi in un’altra dimensione. Poi c’è la seconda categoria: persone che la pensano allo stesso modo, ma – a differenza dei folli – con il mondo riescono a fare i conti, a convivere: e questi sono i geni. Gente come Newton, per intenderci. Come Einstein, come Tesla. Come Majorana.

Che cosa avrebbero, in comune, i matti e i geni? La capacità – dice Bentov – di vedere chiaramente che la realtà è infinitamente più grande della sua rappresentazione tridimensionale, basata sui cinque sensi. Solitamente aggiungiamo la quarta dimensione, il tempo terrestre. Ma lo scenario si completa solo prendendo atto dell’importanza determinante della quinta dimensione, senza luogo né tempo: la coscienza. Presente in ogni espressione vivente, in ogni singola particella. Riconoscerla serve a espanderla, teoricamente all’infinito: in questo modo svaniscono le distinzioni tra un individuo e l’altro. E di questo passo, sommando le coscienze di tutti, si può arrivare ad abbracciare un orizzonte inedito, la super-coscienza che pervade tutto, con la quale i geni (e i pazzi, dice Bentov) sono in contatto: diversamente, non potrebbero avere visioni e intuizioni così sorprendenti.

Anche gli eroi appartengono a quel tipo di umanità anomala? Anche loro hanno piena contezza del fatto che la fotografia fornita dai sensi è poca cosa, di fronte all’immensità vivente nella quale siamo immersi? Non percepiamo né gli infrasuoni né gli ultrasuoni. Idem per le frequenze della luce: il nostro campo ricettivo è estremamente limitato. La logica è certo indispensabile, ma insufficiente. Filosofie e teologie si arrampicano da tempi immemorabili sulle stesse domande, proponendo risposte a volte interessanti e suggestive, ma sempre parziali e regolarmente incomplete, oppure necessariamente provvisorie come le ipotesi della vera scienza, quella che si basa sul dubbio e sull’obbligo di mettere rigorosamente in discussione qualsiasi apparente certezza.

Rispetto al genio e al “matto”, al filosofo e allo scienziato, l’eroe ha meno tempo davanti a sé. Non si rifugia in un universo parallelo, non vive solo di pensieri. A classificarlo come eroe è il suo pragmatismo, la volontà di non sottrarsi al divenire degli eventi: sia che si tratti di un vigile del fuoco appeso a un elicottero, nel tentativo spericolato di salvare qualcuno, sia che il personaggio in questione sia un politico, un diplomatico, un militare, una persona alle prese con le brighe del mondo, i suoi pericoli nascosti, i suoi spietati tradimenti. A quest’ultimo tipo di eroe, in genere, il tempo non manca. Se il Burkina Faso resterà solo nella sua battaglia per la cancellazione del debito africano – disse Sankara al vertice di Addis Abeba nel 1986 – io l’anno prossimo non potrò più essere tra voi. Aveva ragione: gli spararono pochi mesi dopo.

Era diventato una specie di leggenda, troppo pericolosa: l’idolo di milioni di giovani africani, come quelli che oggi sbarcano sulle nostre coste e che – lui vivo – difficilmente avrebbero lasciato i loro paesi. Il capitano Thomas Sankara: di fede marxista, ma non allineato all’Urss. Allevato dalle suore, poi iniziato massone. Riuscì a far avere un litro di latte, ogni giorno, a tutti i bambini. Girava in Renault 5, avendo venduto tutte le Mercedes della flotta ministeriale. Ebbe il coraggio di andare all’Eliseo e di parlare a muso duro al presidente Mitterrand: l’epoca del colonialismo, gli disse, è finita per sempre. Lo spiegò anche al Fondo Monetario Internazionale: il vostro aiuto finanziario è la nostra schiavitù. Teneteveli, i vostri soldi. Unica richiesta: smettere di rapinare l’Africa. Il continente più ricco del pianeta, abitato dalla popolazione più povera.

Oggi, gli esperti di geopolitica si interrogano sul vero ruolo del tandem Russia-Cina nella riconfigurazione dell’Africa, determinata a monte dagli abusi storici – mai corretti – dell’imperialismo occidentale, avido e violento. Però resta intatto il carattere enigmatico di certi eroi africani, da Lumumba a Sankara, passando per gli algerini, gli ivoriani, il sovranitanismo tanzaniano del vecchio Julius Nyerere. Vero, durante la decolonizzazione formale degli anni Sessanta e Settanta l’irredentismo africano sapeva di avere alle spalle l’Unione Sovietica (e oggi la sua reincarnazione russa, partner della potenza economica cinese). Ma a qualcuno toccò agire nel momento meno propizio. Non aveva santi in paradiso, Sankara: nel 1987, l’ex impero di Gorbaciov aveva già imboccato il viale del tramonto e del disimpegno. Di lì a poco, non sarebbe riuscito neppure a scongiurare l’oscena invasione dell’Iraq, basata sulla menzogna.

Sempre crudele, la storia: il centenario Kissinger è ancora vivo e vegeto, reduce da una missione a Pechino probabilmente per implorare Xi Jinping. Il declino storico del dollaro sembra però ineluttabile, come certi fenomeni naturali che non si possono arrestare. Qualcosa di immensamente sgangherato e pericoloso, con declinazioni imprevedibili, tra le macerie morali e culturali di un Occidente irriconoscibile, divenuto selvaggio e autoritario anche a casa propria, dopo aver abdicato a qualsiasi lealtà democratica. La sensazione – allarmante – è quella di un’élite altamente criminale, pronta a tutto perché in preda al panico, ormai sfidata dal resto del mondo, costretta a mentire a reti unificate per tentare di difendere i suoi affari inconfessabili, di nascondere le sue trame più o meno verminose. E senza un solo progetto per l’umanità, degno di questo nome. Un mondo privo di cielo, in cui Bill Gates promette di oscurare il sole. Un pianeta orfano di veri eroi.

Alessandro Baricco sostiene che le cose comincino a esistere davvero, nella nostra mente, solo quando sono supportate da un preciso storytelling. Non aveva al seguito nessun particolare storyteller, Sankara, però – sappiamo – amava suonare la chitarra, adorava la musica reggae. E appena poteva, passava dalla madre a scroccarle un vero pranzo. Viveva ancora del vecchio stipendio di capitano dell’esercito burkinabé, abitava nella stessa casupola dove dormiva prima di diventare presidente. E sorrideva. Sempre. Sorrideva anche ad Addis Abeba, di fronte agli altri leader africani, il giorno che – quasi per scherzo, a mo’ di battuta – predisse la sua morte. Non era per forza un genio, né un pazzo. Non era uno scienziato, un teologo, un filosofo, un poeta. Ma forse era anche geniale e magari un po’ matto. Aveva qualcosa del mistico, dell’ideologo, del musicista, del poeta. Era un artista, un umanista. Non poteva non esserlo, l’uomo del Rinascimento Africano.

Ci sono persone, dice Itzhak Bentov, che vedono oltre le cose: come i bambini, quando pongono domande impossibili. Scorgono qualcosa di cui, nei nostri radar, non c’è traccia. Eppure, da qualche parte, quelle cose esistono. Se non esistessero, non sarebbe mai esistito nessun Thomas Sankara. Sarebbe rimasto a cuccia, a obbedire ai francesi e agli americani, lasciando che il suo popolo venisse frodato e depredato. In un bel verso, Giorgio Caproni fa dire a un prete: non prego perché Dio esiste, ma perché Dio esista. Doveva esserci qualcosa di simile, nel segreto di Sankara. In quel suo sorridere, anche ai peggiori assassini. La certezza di un altrove: che può irrompere qui, se tutti si svegliano. E se a qualcuno tocca dare l’esempio, per dimostrare che il prodigio è possibile, questo qualcuno si chiama eroe. Sa che potrà lasciarci la pelle. Gli costerà un dolore immenso. Ma mai grande quanto la vergogna dell’ingiustizia. La viltà dell’indifferenza. Ed ecco l’eroe: pura coscienza, incarnata in mezzo a noi.

 

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