
di Vito SchepisI
Il termine “mafia” ha valicato i confini di quel sistema malavitoso che agiva per sostituire lo Stato e le Istituzioni nel controllo sistematico del Territorio e per regolare i processi economici ed i traffici illeciti.
Per affinità malavitosa sono rientrati nella narrazione mafiosa tanti altri abusi, anche quelli più diffusi (le nomine, gli appalti, le gestioni), anche quelli apparentemente leciti.
E’ “mafia”, pertanto, in questa accezione larga, anche il controllo monopolistico dell’informazione, o l’uso di quella pubblica per sviscerare i propri pruriti ideologici, senza equilibrio, senza contraddittorio, come facevano, approfittando della “pandemia”, apparrendo a reti unificate per picchiare sulle opposizioni, e senza che alcun altro potesse esprimersi per far valere altre opinioni.
Tutto ciò che non va in termini di sistemi in cui prevalgono gli abusi e le malversazioni, per la narrazione popolare è diventato “mafia”.
Definire “mafia” (termine una volta usato in modo specifico) una lunga serie di atteggiamenti prepotenti e diversamente violenti, però, non è sbagliato.
Si può, pertanto, affermare che l’Italia abbia subito, con l’informazione faziosa, e per il costante ricorso alla disinformazione, una forma di violenza oggettivamente mafiosa.
E, ragionando su questi presupposti, non si può anche non dire che si sia rivelato mafioso anche il sistema di gestione dell’informazione pubblica.
Monopolizzare l’informazione televisiva, pagata dai contribuenti, assieme alla programmazione di talk-show, con conduttori arcigni e visivamente faziosi, usi a martellare chi non si collocava sempre dalla solita parte, è comunque un sistema da regime autoritario.
Anche la satira che ha origini antiche (quando era usata dai più deboli per mettere alla berlina i tic ed i vizi dei potenti), con la sinistra, ed a senso unico, in Italia è diventata una mazza ferrata da usare contro i personaggi non allineati.
Impossibile era il contrario. Chi non ricorda Forattini che si prese una querela ed una richiesta di risarcimento di 3 miliardi di lire per una vignetta su D’Alema?
Quella fu una pietra miliare che servì ad indicare quanto la sinistra non ammettesse critiche, e quanto verso di loro fosse “proibita” anche la satira.
I governi che Saviano guardava con favore, avevano l’informazione dalla loro parte, e la giustizia dalla stessa.
“Squadrismo”?
E che i potenti fossero tutti quelli che stavano nei palazzi non dovrebbero esserci stati dubbi.
La stupidità è nel non prendere atto delle cose, anzi nel cercare di diffamare chi sostiene la necessità dell’equilibrio democratico e di scagliarsi contro chi pensa che ci debbano essere delle regole e dei comportamenti leciti che valgano per tutti.
L’equilibrio, inoltre, non può essere quello di consentire che da una parte o dall’altra si possa abusare per lanciare insulti, ma stabilire che il rispetto della democrazia e del pluralismo debba essere limpido e trasparente con e verso tutti.
La verità è sempre una.
Non esistono due verità, con una diversa dall’altra.
Verità, pertanto, è anche ritenere che ci siano personaggi che non sanno neanche cosa sia la democrazia liberale, e che tra costoro ci siano anche alcuni così presuntuosi ed arroganti da non essere abituati ai sistemi delle società plurali ed al dovere del rispetto reciproco.
La democrazia non esiste senza la possibilità dell’alternanza.
Chi grida al pericolo che una maggioranza non di sinistra possa minare la democrazia, ed addirittura essere di prologo ad una dittatura autoritaria, non solo non conosce le regole ma è lui che non ha niente di democratico.
Ma se in sostanza sono fascisti o comunisti, perché si professano democratici?
Non conoscono i termini che usano, o è un tentativo di “captatio benevolentiae”, per carpire il consenso del popolo?
“La vostra attenzione – scrive Saviano su un tweet – e la vostra vicinanza sono importanti, e non solo per me. Sono l’unica difesa. Lo squadrismo fratellista e leghista sta rendendo sempre più difficile il confronto, la critica al potere, la libertà di poter esprimere le proprie opinioni senza temere ritorsioni, che puntuali arrivano”.
Tutto perché, per rispetto del senso etico di una tv pubblica, non è stato ritenuto opportuno affidargli un programma RAI.
Saviano è libero di pensare ciò che vuole, ma è anche giusto che si riconosca al centrodestra (che ha anche vinto le elezioni) di voler creare in Italia, in nome dei principi di democrazia liberale, un clima di maggior equilibrio per l’informazione pubblica e per la giustizia, aree in cui si sono rilevate ampie criticità.
Se Saviano, per darsi visibilità, deve gettare fuoco sulla benzina, e provocare incendi, se ne assuma la responsabilità, ma non può pretendere d’usare il megafono del servizio pubblico per farlo.





