L’elezione controllata dalle correnti garantisce il potere dei gruppi organizzati
Ciò che fa irritare l’Associazione Nazionale Magistrati, che ha ovviamente coinvolto tutta l’opposizione politica e persino quella parte di sinistra un tempo libertaria, è il “sorteggio” previsto dalla riforma della giustizia. Oramai questo è chiarissimo.
Ma perché fa irritare così tanto? E le obiezioni sono fondate?
Per capire perché siamo arrivati a una proposta così drastica, bisogna guardare a cosa sono diventate le correnti all’interno della magistratura.
Nate negli anni Sessanta e Settanta come gruppi di persone, progressisti o conservatori, che condividevano una visione comune della giustizia, col tempo si sono trasformate in vere e proprie macchine elettorali.
Gruppi come Magistratura Democratica, Area, Unicost o Magistratura Indipendente hanno iniziato a comportarsi come partiti politici interni, organizzando voti e accordi per decidere chi dovesse occupare i posti di comando nei tribunali.
Storia nota: le famose chat di Palamara, che hanno coinvolto almeno settecento magistrati, tutti rimasti indenni tranne qualche vittima sacrificale.
Quelle conversazioni mostravano trattative tra capi corrente per decidere chi doveva andare a fare il procuratore capo a Roma, chi a Milano, chi a Palermo.
Questo sistema decennale ha creato un legame di dipendenza tra il magistrato e la sua corrente: per fare carriera bisognava appartenere a un gruppo e sperare che quel gruppo avesse abbastanza potere nel Consiglio Superiore della Magistratura.
Il sorteggio spezza questo meccanismo. Modifica radicalmente il modo in cui vengono scelti i membri togati del CSM. Oggi i togati vengono eletti direttamente dai colleghi, il che, in teoria, sembra un meccanismo democratico. In pratica, da decenni, le correnti gestiscono questo processo come un sistema di lottizzazione interna.
La storia conosce bene questo strumento.
Ad Atene la democrazia classica usava il kleroterion, uno strumento di pietra per il sorteggio, proprio per impedire che le cariche pubbliche diventassero appannaggio di gruppi organizzati.
Non perché i cittadini fossero tutti ugualmente competenti, ma perché il sorteggio rompeva la possibilità di costruire clientele e scambi di favori. L’elezione del Doge nella Repubblica di Venezia era un processo complesso, che combinava sorteggio e voto per impedire alle famiglie nobili di controllare il risultato.
Tornando ad oggi: abbiamo la giuria popolare sorteggiata, l’assegnazione casuale dei fascicoli ai giudici già praticata in molti tribunali, introdotta proprio per spezzare la possibilità di orientare i processi.
E dal 2017 il CSM utilizza la sorte per designare i membri delle commissioni d’esame nei concorsi in magistratura, proprio per ridurre l’influenza delle correnti. In nessuno di questi casi ci si è scandalizzati.
C’è poi un’obiezione che merita risposta diretta: se vale per i togati, perché non sorteggiare anche i membri laici del CSM, quelli eletti dal Parlamento?
La risposta sta nella natura dei due ruoli.
I membri laici rappresentano il raccordo tra la magistratura e la sovranità popolare. Vengono eletti dal Parlamento perché il Parlamento è l’organo rappresentativo della collettività: quella legittimazione democratica ha senso proprio attraverso l’elezione politica.
Il CSM non è un parlamento e i togati non rappresentano nessun corpo esterno né sé stessi come categoria. È un organo di governo autonomo, pensato per garantire l’indipendenza di ogni singolo magistrato.
I padri costituenti non intendevano il CSM come spazio per rappresentare correnti e cordate di potere. E sappiamo che l’elezione controllata dalle correnti non garantisce autonomia reale ai singoli: garantisce il potere dei gruppi organizzati.
Se le correnti smetteranno di essere centri di potere, potranno tornare a essere quello che erano all’inizio: luoghi di discussione e di cultura. E il cittadino, entrando in un tribunale, potrà avere la certezza che chi lo giudica non deve la sua posizione a nessuno.
Non è una punizione per i magistrati, ma una protezione per la loro indipendenza e, soprattutto, per la nostra libertà.





